esercito

Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 aprile 2016
hebron2-500x375.jpg

4min720

hebron2Ci fu a malapena tempo di entrare in uno dei caravan adibiti a dormitorio e di scegliersi una branda che fummo subito chiamati a rapporto nel piazzale dal nostro sergente, che iniziò a istruirci su quelli che sarebbero stati i nostri compiti per quel fine settimana. In effetti non si trattava di niente di nuovo rispetto a quello che si faceva di solito quando si trascorreva lo Shabat  in caserma: un circolo continuo di guardie inframezzate da tempi morti in cui riposare.

Ormai eravamo già da alcuni mesi avvezzi a una routine che scandiva e avrebbe inesorabilmente scandito tutti i futuri weekend da trascorrere sotto le insegne di Tzahal. Ciononostante la sensazione era quella di fare qualcosa di nuovo, qualcosa di vero. In fin dei conti la maggior parte di noi si era arruolata con il desiderio di prestare un servizio che fosse “significativo” e “importante”.

Tre anni da dedicare alla difesa di quella che è la casa comune di tutto il popolo ebraico e non solo di coloro che vivono in Israele. Non tutti i miei commilitoni erano nati e cresciuti in Israele, diversi, oltre a me, provenivano dagli angoli più disparati della diaspora: Stati Uniti, Italia, Cile, Russia, Inghilterra e Francia giusto per citarne alcuni. Tutti noi eravamo accomunati dall’idea di arruolarci per difendere Israele e dare il massimo contributo possibile alla sua sicurezza; e in quel preciso momento capimmo che saremmo stati accontentati. Il sergente ci istruì sulle postazioni di guardia, sugli orari dei turni e sulle regole di ingaggio e le procedure che avremmo dovuto seguire in caso di necessità. Poi selezionò  quelli di noi che avrebbero dovuto montare la guardia per primi e i successivi che avrebbero dato loro il cambio quattro ore più tardi.

hevron3Io fui scelto trai primi. La mia postazione di guardia si trovava sopra il tetto di una casa non lontana dall’avamposto in cui eravamo alloggiati. La raggiunsi attraverso un percorso tortuoso che si dipanava tra i tetti di alcune abitazioni abbandonate. Ad attendermi trovai un soldato dei paracadutisti che aveva un’aria parecchio stanca e annoiata e che, appena mi vide, sembrò ravvivarsi nel vedere l’arrivo non solo del cambio ma anche di un volto nuovo, un volto diverso da tutti quelli che aveva visto nelle ultime settimane. Trascorremmo alcuni minuti chiacchierando dell’esercito e dei progetti che aveva per la sua vita dopo il congedo che per lui era ormai davvero vicino e infine dei luoghi nei quali aveva prestato servizio nel corso di tre anni. Alla fine mi cedette il binocolo e mi spiegò cosa avrei dovuto fare in caso avvistassi una situazione di minaccia e si allontanò con passo veloce lasciando me, per la prima volta al fronte, a compiere quel dovere che tanto avevo desiderato  adempiere fin dall’infanzia: proteggere il popolo ebraico e difenderlo in Terra di Israele.

(parte II – fine)

Daniel Recanati
Daniel Recanati

Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 dicembre 2012
multi1.jpg

6min730

1. Conoscenza. Abbiamo insegnato ai nostri genitori ed ai nostri nonni come usare strumenti che oggi sono indispensabili, dagli SMS a Facebook: siamo la prima generazione che sa più delle generazioni che la precedono. Per questo ci sentiamo confidenti di mettere in discussioni istituzioni e tradizioni.

2. Autorità. Abbiamo molto meno bisogno del permesso delle autorità delle generazioni precedenti. I nostri genitori e nonni davano del voi ai loro insegnanti, noi facciamo fatica a dargli del lei. Nell’ultima settimana ho organizzato un panel di politici israeliani candidati alle prossime elezioni. Non è servito a nulla mandare mail formali e parlare con i loro segretari, ma quando li ho aggiunti su Facebook e gli ho mandato un messaggio privato, mi hanno risposto con smiley e col numero di telefono privato. La nostra generazione si è scrollata di dosso set di maniere ingombranti e dà la precedenza agli obiettivi pratici.

3. Futuro. Non abbiamo alcuna idea di come il mondo apparirà tra cinquanta, trenti o addirittura venti anni, e ne siamo contenti. La generazione precedente alla nostra sapeva esattamente cosa sarebbe stato di loro: gli bastava guardare ai loro genitori o ai loro nonni. Se noi facessimo lo stesso, ignoreremmo il fatto che negli ultimi decenni sono state create nuove discipline, nuove professioni e nuove culture. Come ha scritto il giornalista israeliano Yair Lapid, i bambini di oggi studiano per lavorare in professioni che ancora non sono state inventate.

4. Diversità. Le opportunità che abbiamo di conoscere ed incontrare realtà diverse dalle nostre sono infinite e a portata di mano. Quando a diciotto anni ho partecipato per la prima volta ad un seminario europeo, sono tornato a Roma con la sensazione di aver scoperto un nuovo mondo di possibilità e che avevo sprecato diciotto anni nella provincialità italiana; oggi l’adolescente medio può già scegliere tra un’infinità di incontri organizzati da organizzazioni comunitarie e dai movimenti giovanili per conoscere persone della stessa età che vivono dall’altra parte del mondo. Il diciottenne israeliano conosce nella prima settimana nell’esercito ultraortodossi, etiopi, russi, drusi – senza neanche doverli andare a cercare, dormono in stanza insieme a lui.

5. Immediatezza. Se non sappiamo, cerchiamo su internet e troviamo – non perdiamo tempo in biblioteca. Se vogliamo parlare con qualcuno, lo chiamiamo. Se vogliamo condividere un pensiero, scriviamo un sms o un post. Alcune ricerche confermano che da quando gli sms sono diventati un mezzo comune, abbiamo imparato a comunicare in maniera breve e precisa, anche quando parliamo. Durante l’ultima operazione dell’esercito israeliano, l’app per Iphone “Zeva Adom”, che avverte ogni volta che un missile viene sparato, precisando in che direzione va, è stata scaricata da decine di migliaia di persone, ed in alcuni casi ha sostituito la sirena. L’idea dell’applicazione è di un ragazzo di quattordici anni del Sud di Israele.

6. Positività. Pochi giorni fa ho visto un dibattito tra Naftali Bennet, capolista del partito religioso sionista, ed Eldad Yaniv, capolista di un nuovo partito socialista che cercherà di entrare nella prossima Knesset. Mentre il giornalista provava a stimolare una discussione accesa, i due candidati si sono ad un certo punto rivolti a lui chiedendo insieme “Perchè continui a chiederci quali sono le differenze tra di noi? è molto più interessante parlare di quello che abbiamo in comune. Delle differenze ce ne occuperemo quando dovremo trovare una soluzione pratica…”. La nostra è una generazione pratica, stanca di discutere e vogliosa di progredire. Non ci piace il tipo di dialogo testardo e litigioso generato dalle generazioni precedenti, abbiamo capito che è uno spreco di energie. Cerchiamo dei leader positivi, disposti al dialogo e non a politiche vuote.

7. Profondità. Le generazioni precedenti a noi hanno costruito un mondo assurdo, basato sugli opposti. Sei di destra o di sinistra? Sei religioso o laico? Democratico o fascista? Ragionare per opposti è il nemico più grande del guardare in profondità. La nostra è la generazione delle playlist: abbiamo superato la superficialità dei CD che ci davano un solo tipo di musica, ci piace vivere al suono di valori presi da mondi diversi e da culture diverse. Nella versione israeliana del programma “The Voice”, simile all’X-Factor italiano, la vincitrice della prima edizione è stata una ragazza canadese che ha fatto l’Aliyah, che è stata seguita ed accompagnata da Sarit Haddad, la cantante orientale più apprezzata di Israele; le canzoni che l’hanno portata alla vittoria sono tanto dell’inglese Adele quanto dell’israeliano Idan Raichel, famoso per fare musica con influenze melodiche etiopi, arabe e tribali.

La nostra generazione ha imparato a pensare che è più facile considerare le differenze come la parte più interessante di una realtà complessa e profonda, che considerarle un ostacolo.

Avy Leghziel

(su Twitter: @avyleg)


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 novembre 2012
razzo-hamas.jpg

5min590

La prima volta che ho assistito ad un’esercitazione della popolazione civile in Israele è stato due anni fa. Non avendo sentito la notizia alla radio, la sirena mi ha colta di sorpresa ed ero terrorizzata. Gli israeliani del mio ufficio mi sbeffeggiavano. “Sei proprio una hutznikit (un modo di riferirsi a chi viene da fuori Israele tra lo scherzoso e il dispregiativo)”. Io volevo correre nel bunker, mentre tutti sembravano infischiarsene. D’altra parte era solo un’esercitazione.

La seconda volta ero preparata, ma non ho fatto in tempo a raggiungere il bunker più vicino entro 2 minuti.

Ieri non ero a Tel Aviv, ma in classe, all’Università. Una studentessa ha chiesto di interrompere la lezione quando ha appreso che le sirene stavano suonando a 15Km da noi. Il professore ha concesso 5 minuti per telefonare ai nostri cari e assicurarci che stessero bene e poi ha continuato la lezione, che è proseguita con uno scambio di battutine tra l’insegnante e gli studenti: “Con la sfiga che ho è sicuramente caduto su casa mia”; “Ci ho messo 4 ore a convincere i miei figli che a Tel Aviv non sarebbe successo niente e ora si prenderanno gioco di me a vita”. Nonostante il clima fosse teso (io personalmente ho perso il filo delle successive due ore di lezione), c’era la voglia di reagire, di sdrammatizzare. E devo dire che non ho mai ammirato così tanto gli israeliani. Di solito non li sopporto con la loro aggressività e il loro modo di fare per me troppo informale. È paradossale che li abbia trovati ammirevoli proprio in questa situazione. Ma non è proprio in questo tipo di eventi che viene fuori la vera persona?

Come l’amica con cui stavo prendendo un caffè solo poche ore prima. Dato che aspettavo da lei delle risposte, mi ha gentilmente telefonato spiegandomi che l’avevano richiamata e che mi avrebbe ricontattata dopo il suo ritorno. Il suo tono era calmo, determinato. Da un giorno all’altro l’esercito ti stravolge i piani e tu lo accetti senza problemi.

Almeno questi ragazzi vanno a dare un aiuto concreto. Noi, seduti nelle nostre case o nei nostri uffici ci sentiamo spesso impotenti. Ma anche la battaglia dell’informazione è importante. Diciamo la verità: Israele con le pubbliche relazioni non ci sa proprio fare. È estenuante, ma tutti noi abbiamo il dovere di dire la verità, specialmente in Europa dove i media sono nettamente di parte, dove i pacifisti non si sdegnano, non mandano flottiglie in Siria, dove hanno perso la vita più di 25.000 persone, ma si risvegliano improvvisamente solo quando c’è Israele di mezzo. La conosciamo bene quella sensazione quando leggi commenti che giustificano il continuo lancio di razzi verso la popolazione civile israeliana: tremi dalla rabbia, arrossisci, il tuo cuore comincia a martellare e l’adrenalina sale. E sai che devi rispondere.

Hamas sta portando avanti una campagna mediatica falsa, dove tra l’altro usa immagini provenienti dalla Siria spacciandole per la situazione di Gaza. E intanto i terroristi si nascondono in aree densamente popolate; dentro scuole, ospedali. Impedire vittime civili è difficilissimo. La cultura di Hamas non è solo una cultura che non ha rispetto per la vita, ma che adora la morte. Per loro le vittime civili non sono un problema, anzi sono “martiri” e aiutano alla delegittimazione di Israele.

Spetta a chi conosce la verità, smontare le falsità di Hamas pezzo per pezzo. Internet è il teatro di questo scontro tra la verità e la menzogna.

Un ultima osservazione. Per chi ancora dice che Israele non vuole negoziare: voi sareste pronti a negoziare con un’organizzazione che nel suo Statuto si pone come obiettivo principale la distruzione di Israele e il genocidio degli ebrei?

 Alessia Di Consiglio



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci