egitto

Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 aprile 2018
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La pagina di una Haggadah stampata a Venezia nel 1740

Durante la vecchiaia trascorsa in povertà in Italia, don Isaac Abravanel compose un commento alla Haggadà di Pesach, destinato a duratura fortuna e stampato a più riprese, in particolare a Venezia, nei secoli successivi. In questi anni, i primi del Cinquecento, Abravanel era reduce da un triplice esilio, dal Portogallo, dalla Castiglia e infine da Napoli. Come Abravanel, alcune centinaia di migliaia di ebrei spagnoli e portoghesi senza più terra e beni cercavano una nuova dimora su entrambe le rive del Mediterraneo e spingendosi anche più a nord.

“Che cosa abbiamo guadagnato, noi uomini dell’esilio, oggi, dal fatto che i nostri padri sono usciti dall’Egitto?”, si chiede Abravanel. “Come è detto [nell’Haggadà]: ‘Se il Santo, benedetto sia, non avesse fatto uscire i nostri padri dall’Egitto, noi e i nostri figli e i figli dei nostri figli saremmo ancora asserviti al faraone’. Forse dimoreremmo in Egitto in una più grande quiete di quella che sperimentiamo nell’esilio presso Edom [Roma e l’Europa cristiana] e Ismaele [il mondo islamico]; secondo quanto dissero i nostri padri: ‘Sarebbe stato meglio per noi servire l’Egitto che morire nel deserto’ dei popoli, tra le distruzioni e le espulsioni, ed essere uccisi con la spada, affamati, imprigionati, e soprattutto lasciare la nostra fede per il peso dell’oppressione”.

L’attraversamento del Mar Rosso nella Haggadah stampata da Belforte a Livorno nel 1903

A questa lancinante questione Abravanel cerca di dare alcune risposte, tra queste la più interessante dice: “Poiché se non fossimo usciti, non saremmo giunti al monte Sinai, e non avremmo ricevuto la Torah e i precetti, e la Presenza divina non avrebbe dimorato tra noi, e non saremmo un popolo prezioso per Dio”. E’ questo, secondo Yeshayahu Leibowitz (“Le feste ebraiche”, Jaca Book), l’argomento decisivo, perché “il significato principale dell’uscita dall’Egitto non consiste nella liberazione dalla schiavitù, ma nella preparazione e nell’addestramento ad accogliere il giogo della Torah e dei precetti, vera libertà dell’uomo”. Le parole di Abravanel, allora, “insegnano che il fatto di essere un popolo prezioso non è legato alla liberazione dalla schiavitù d’Egitto, ma alla nostra disposizione ad accogliere su di noi quel giogo, che ci prepara a non essere più vincolati alle leggi della nostra natura e a superare gli avvenimenti della vita. Questa è la vera libertà dell’uomo”.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 novembre 2012
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Se si cammina attraverso il parco Levinsky a Tel Aviv, vicino alla stazione centrale degli autobus, si potrebbe pensare di trovarsi in un altro paese. Le coperte stese occupano buona parte del prato, i cassonetti sparsi strabordano di spazzatura, la gente dorme sotto gli scivoli per bambini, e i venditori ambulanti camminano sotto il sole cocente. Praticamente tutti sono di origini africana, soprattutto dall’ Eritrea e dal Sudan.

Tra i molti problemi che Israele deve affrontare, ce n’è uno che sta preoccupando il governo israeliano e che sta suscitando una notevole attenzione mediatica internazionale.

Parlo dei cosiddetti “infiltrati”: così i media israeliani chiamano tutti i profughi provenienti dall’Africa sub-sahariana.

Israele è l’unico paese economicamente avanzato che si può raggiungere a piedi dall’Africa, ed è anche l’unica democrazia del Medio Oriente. Questa realtà ha causato un notevole flusso di immigrati che passano prima dall’Egitto attraverso la penisola del Sinai, fino al confine meridionale israeliano.

Dal 2005, circa 60.000 profughi hanno attraversato il confine Israeliano, alla ricerca di una nuova vita. La maggioranza proviene dall’ Eritrea, dall’Etiopia e dal Sudan. Il loro cammino è estremamente travagliato e difficile.

Molti di loro cadono nelle mani dei gruppi beduini nel Sinai per mesi prima di riuscire ad arrivare in Israele. Questi gruppi avrebbero messo in piedi un vero e proprio mercato di esseri umani. Con la complicità dei poliziotti e delle guardie di confine egiziane, i profughi sequestrati sono poi obbligati a pagare un riscatto (fino a 30.000 $) per la loro liberazione e per poter arrivare in Israele. Mentre in qualche modo si procurano i soldi, i malcapitati subiscono ogni tipo di tortura, sfruttamenti e violenze. La maggioranza trova rimedio telefonando ai propri familiari all’estero, telefonata in cui, questi ultimi sono costretti a udire i propri cari venir brutalmente torturati.

Una volta in Israele, gli immigrati andrebbero inizialmente in un centro di detenzione nel Negev, in grado di ospitare fino a 11.000 persone, secondo Haaretz. In ogni caso, queste persone si ritrovano senza il permesso di lavorare, senza una adeguata assistenza medica, e senza mai avere un programma di assorbimento nella società Israeliana.

 Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha detto più volte che “60.000 infiltrati diventeranno 600.000, e questo condurrà alla sradicazione di Israele come stato ebraico e democratico”.

“Il sogno sionista sta svanendo” ha aggiunto il ministro degli interni Eli Yishai. Per quanto dure siano le misure del Likud, un sondaggio ha dimostrato che il 52% degli israeliani appoggia queste decisioni, considerando questi nuovi rifugiati il “cancro della società israeliana”.

Il governo è ricorso a misure drastiche per prevenire un ulteriore ondata di immigrati e per occuparsi di quelli che attualmente risiedono illegalmente in Israele. La più importante è stata la costruzione di una barriera che attraversa tutto il confine tra Israele ed Egitto, impedendo in ogni modo il passaggio di profughi.

Finchè i loro paesi di origine sono considerati ancora troppo pericolosi per poter rimpatriare questi possono rimanere, ma in caso contrario, il governo israeliano manda via tutti coloro che non hanno più una ragione per restare. E’ il caso della Repubblica del Sudan del Sud, che ha raggiunto l’indipendenza durante l’estate del 2011. Entro marzo 2012 tutti gli immigrati provenienti dal Sudan del Sud si sono trovati obbligati ad espatriare e tornare al loro paese d’origine, con nuove sfide e problemi ad aspettarli.

Il problema è di Israele, sì, ma la questione dovrebbe soprattutto riguardare il governo egiziano e un’ONU indifferenti alla situazione, ma per adesso, gli occhi di tutto il mondo sono puntati sulla prossima mossa di Bibi.

In un paese così piccolo, dove è l’ebraismo a mantenere la sua unicità e sopravvivenza, c’è spazio per aiutare altre persone? Queste misure, per quanto immorali, sono davvero necessarie? “Ama lo straniero perchè anche voi siete stati stranieri in Terra d’Egitto” la Torah insegna. Ma ai tempi della Torah lo Stato Ebraico di certo non esisteva. Questo è probabilmente uno dei molti punti su cui andrebbe discussa un’ interpretazione più moderna e al passo coi tempi della Torah.

 Sonia Hason


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 gennaio 2011

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Vorrei esprimere alla Chiesa Cristiana Copta di Egitto, come pure alle varia Comunità Copte presenti in Italia, a nome del Consiglio Ugei e di tutti i giovani ebrei italiani, i più accorati sentimenti di vicinanza e di solidarietà, unendomi al cordoglio per le vittime dell’attentato.
A quest’atto esecrando, crudele e vile segue doverosamente la pressante e comune richiesta di giustizia.
In aggiunta ai sentimenti di riprovazione e di condanna, credo si sia ineluttabilmente obbligati a interrogarci in maniera radicale sulle modalità della convivenza umana, come pure sull’effettivo contributo positivo che possono offrire ad essa le religioni.
L’unica risposta condivisibile e valida che l’umanità è riuscita sinora a darsi resta, a nostro avviso, il rispetto e la tutela dei diritti umani.
I diritti dell’uomo sono il “minino etico” per edificare e mantenere in buona salute una società. I diritti umani inoltre devono oggi sempre più essere necessariamente intesi come quell’ “etica minima” che tutte le religioni devono fare urgentemente propria, ritrovandola come radice costitutiva autentica del loro stesso essere e della morale che predicano.
Senza il fondamentale riferimento al rispetto e alla tutela dell’altro uomo, chiunque questi sia, segno visibile del Dio invisibile, la predicazione può degenerare in discriminazione e violenza, la religione in blasfemia e fanatismo, la convivenza in guerra.
Ebrei, cristiani e musulmani, tutti ben sappiamo che la parola “pace” (“Shalom” nella Bibbia, “Salam” nel Corano) è sia segno di benedizione sia particolare manifestazione dell’essere stesso di Dio. Ogni atto di violenza, quindi, non solo ci allontana da noi stessi e dal nostro prossimo, ma da Dio medesimo.
La pace, l’accoglienza e il rispetto del prossimo sono quindi l’urgente e grande responsabilità morale e religiosa che i tre grandi monoteismi devono obbligatoriamente assumersi oggi.


Daniele Massimo Regard
Presidente UGEI


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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