ebraismo

Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 agosto 2017
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Jean Améry

Il tempo, è cosa nota, può rimarginare anche le ferite più profonde. Perché lo scorrere del tempo è naturale, e che cos’è la natura se non l’ambiente circostante che continuamente si rinnova, il ciclo della vita, l’erba che cresce, la pioggia che cade? Anche accanto ai crematori di Auschwitz, dove i cadaveri venivano ammassati uno sull’altro a mucchi, oggi cresce l’erba e le foglioline verde opaco delle betulle stormiscono al vento nelle giornate belle d’estate. Eppure “chi perdona si sottomette al senso sociale e biologico – abitualmente definito ‘naturale’ – del tempo”, scrive Jean Améry in “Intellettuale ad Auschwitz”, pubblicato in Italia esattamente 30 anni fa da Bollati Boringhieri. Perciò, secondo lo scrittore nato a Vienna (Hans Mayer il nome all’anagrafe), “il senso naturale del tempo […] ha un carattere non solo extramorale, ma antimorale” (p. 115, ed. 2008). E’ diritto dell’uomo, dunque, non assecondare ogni avvenimento naturale, quindi neanche il rimarginarsi biologico delle ferite provocato dal tempo.

Giovanni Segantini, “Pascoli alpini”

Si tratta di un pensiero agli antipodi di quello espresso in un passo della lunga poesia “O guardador de rebanhos” (“Il guardiano di greggi”), composta in portoghese da Fernando Pessoa sotto le spoglie dell’eteronimo Alberto Caeiro nel 1911-12: “Il ricordo è un tradimento alla Natura / perché la Natura di ieri non è Natura. / Ciò che è stato non è niente, e ricordare è non vedere” (XLIII). Ma proprio perché significa tradire la natura, potrebbe obiettare Jean Améry, ricordare è voler vedere, non cedere al sonno degli anni che trascorrono, all’oblio inesorabile dell’erba che cresce e muore e cresce ancora. Così il sopravvissuto ad Auschwitz leva la sua protesta, la sua rivolta, umana perché libera: “Quel che è stato è stato: questa espressione è tanto vera quanto contraria alla morale e allo spirito. La resistenza morale ha in sé la protesta, la rivolta contro la realtà, che è ragionevole solo fintanto che è morale. L’uomo morale esige la sospensione del tempo”.

Molto si potrebbe aggiungere della profondità ebraica di questo concetto di tempo fatto proprio da un intellettuale che, peraltro, in un altro capitolo del libro racconta della propria siderale distanza dall’ebraismo sia come orizzonte pratico e normativo, sia come abito culturale e di valori, sia come eredità storica e famigliare. Un tempo antinaturalistico, un tempo umano e rivoluzionario che rompe la necessità senza uscita dell’eterno scorrere dell’uguale e inaugura l’epoca della responsabilità, quindi anche della liberazione e della libertà. Aggiungere altro significherebbe soltanto scalfire pagine nitide e pungenti.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 giugno 2017
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Vi sono temi con cui l’ebraismo ha subito familiarizzato subendo alcuni un graduale processo di sviluppo, altri che devono ancora essere pienamente concettualizzati. Il libro di Yosef H. Yerushalmi “Verso una storia della speranza ebraica” nasce come tentativo di colmare lo iato tra questi due poli: i temi cristallizzati da una parte e il flusso di quelli da definire dall’altra. Se è vero che l’esilio ha svolto il ruolo di esperienza culturale essenziale per l’ebraismo quale ora lo conosciamo, è altrettanto vero che non tutti i suoi aspetti sono stati opportunamente sviluppati. Mi riferisco a “quella storia della speranza ebraica” che pare essere del tutto assente. “Si pensi che non abbiamo una storia dell’Amore, della Morte, della Pietà né della Crudeltà né della Gioia”, scriveva lo storico Febvre nel 1941 e se solo fosse stato uno studioso di ebraismo avrebbe accennato anche alla mancanza della speranza come categoria storiografica. Richiamandosi a queste parole Yerushalmi pone la questione dell’esilio come terreno d’indagine: polemizza contro l’approccio con cui la storiografia ebraica ha pensato la diaspora quale mera condizione esistenziale tralasciandone la valenza storica.

Negli stessi cantieri di lavoro Daniel e Jonathan Boyarin riflettono sull’argomento accentuando due parametri fondamentali per l’identità di un gruppo: una comune radice genealogica e la provenienza geografica. Il tema dell’esilio e della condizione diasporica apre così la strada a una continua riformulazione: fa dialogare il luogo da cui si proviene o che si abbandona con quello in cui si risiede e tenta poi di valutarne le contraddizioni interne. Contraddizioni tanto più evidenti quanto più l’esule tenta di esprimersi, consapevole però dell’inadeguatezza della lingua nel definire la sua condizione. Di pari importanza è pensare la coppia speranza/disperazione non solo in termini di perdita, assenza e nostalgia ma anche come continua trasformazione dettata da nuove suggestioni che lo sradicamento impone.

Dietro tutto questo si rifugge la passività per abbracciare un’ottica di sfida nei confronti del presente e di investimento sul futuro. Se la parola esilio si avvicina al significato di andare oltre o uscire, diaspora indica la dispersione di un popolo rispetto alla terra d’origine inglobando talora il problema di un possibile radicamento e dunque crescita. Se l’esilio è un leitmotiv fin dalle prime pagine della Bibbia – la storia universale comincia con la cacciata dal paradiso – perché non se ne sviluppa la speranza che pure pare essere concetto necessario? Perché non la continua dialettica tra esilio dalla terra d’origine e domicilio nella terra che ci ospita? E che dire dei diversi modi in cui l’esilio può esser letto – come esperienza reale e ideale ad esempio? Per non parlare poi delle cause che lo hanno motivato e delle percezioni che gli ebrei di esso hanno avuto.

L’approccio critico che Yerushalmi applica all’analisi dell’esilio pare ricordare la presa di Gerico: ci si avvicina quatti quatti al tema prendendolo da diverse vie. Si potrebbe cominciare a riformulare lo studio del passato: all’atteggiamento paternalistico verso gli ebrei di ieri deve essere sostituita l’analisi del contesto storico e dei suoi cambiamenti epocali; all’aspetto fideistico deve essere avvicinato quello storico e al posto dell’approccio acritico si deve scegliere quello dialettico. Più che un libro di storia quello di Yerushalmi sembra essere un saggio di critica storica: in ogni riga si sente il monito della comparazione e del distacco, l’unico in grado di costruire un dialogo tra i vari orizzonti: temporali, tematici e storici.

Da Shalom.it

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 maggio 2017
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Circa un anno fa mi sono trasferito a New York. Ciò che mi ha colpito maggiormente della Grande Mela non è stata la grandiosità dei suoi grattacieli né l’oceano di persone che la affolla, bensì la naturalezza con cui residenti di tutte le etnie, religioni e provenienze coesistono. Certo, New York ha i suoi grossi problemi, dalla gentrification al vertiginoso divario socio-economico. Ma la convivenza tra persone differenti è una lezione che a molte altre città non farebbe male emulare.

Sono nato e cresciuto in Italia, sono di religione ebraica e la mia famiglia è un miscuglio di origini italiane, polacche e irachene. La mia città natale è Torino ma ho vissuto in tre continenti diversi.

Fin da piccolo, ho notato quanto fosse difficile per molti italiani accettare l’esistenza di connazionali che uscissero dagli schemi. Ogni volta che dico di essere ebreo in Italia, mi capita di imbattermi in reazioni stupite, del tipo: “Ma allora non sei nato in Italia!” o “Come mai parli l’italiano così bene?”

La comunità ebraica italiana non è particolarmente grande, ma la sua storia è lunga duemila anni. Chi fatica a interiorizzare l’esistenza del binomio italiano/ebreo ignora la storia del suo stesso paese.

Qui a New York ogni persona che incontro per strada ha un’identità differente. Non puoi presumere nulla: dalla città natale al Dio in cui crede. Devi chiedere per sapere, perché guardare non basta. Non a caso, anche se spesso i tratti fisionomici suggeriscono una provenienza specifica, il newyorchese medio — molto politically correct — chiede per educazione: “Di dove sei, originally?”

Qualche mese fa, ho deciso, quasi per gioco, di chiedere su Facebook ai miei amici italiani di religione ebraica: “Quali sono le domande più fastidiose e le affermazioni più ignoranti che vi rivolgono le persone quando dite di essere ebrei?” Mai mi sarei immaginato quante persone mi avrebbero risposto. Sono stato inondato da una miriade di testimonianze, alcune ridicole altre pietose, molte imbarazzanti.

Dal “Sei ebraico?” si è passati al “Se ti do carta e matita, mi disegni la differenza tra un pisello dei vostri e uno dei nostri” fino al “Quindi di sabato voi non tirate lo sciacquone?” Le testimonianze che ho ricevuto hanno fatto luce sull’abissale ignoranza che caratterizza una grossa fetta del popolo italiano, che spesso confonde religioni e nazionalità sfornando un polpettone di chiusura mentale e disinteresse nel conoscere l’altro.

Il video che ho girato in seguito a quel post su Facebook vuole ridicolizzare ma anche sensibilizzare. Perché se l’ignoranza può scaturire solo odio, la consapevolezza invece può portare al rispetto e all’armonia tra le persone.

Simone Somekh studia giornalismo presso la New York University. Il suo primo romanzo sarà pubblicato in autunno dalla casa editrice Giuntina

Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 maggio 2017
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Il problema? Gli “ebrei lontani”. E’ una frase che si sente spesso ripetere quando si tratta di discutere di come favorire l’aggregazione degli ebrei italiani, giovani e meno giovani. Da alcuni anni possiamo leggere l’esito riassuntivo della ricerca Ucei diretta da Enzo Campelli, uno strumento molto utile che descrive con ricchezza di dettagli quello che gli ebrei italiani iscritti a comunità pensano delle stesse. E’ fondamentale comprendere chi si è per cercare di capire in quale direzione andare: la prima conseguenza positiva della ricerca è stato l’intensificarsi del dibattito. Ma di riflesso anche la propagazione del mantra: “ebrei lontani”.

Personalmente ho molta difficoltà a impiegare questa espressione. Innanzitutto mi sembra discutibile parlare di “ebrei lontani” perché immagino sia funzionale a distinguerli dai “vicini”, in relazione ai quali – ma anche: dai quali – i “lontani” sono definiti. Non potrebbero essere ipotizzati “ebrei lontani” senza pensare anche a “ebrei vicini”, due definizioni che, peraltro, facilmente si incrostano di sfumature di valore assolutamente controproducenti. Si tratta di una nomenclatura fondata non su quello che una certa realtà (in questo caso un gruppo di ebrei) è, ma su una relazione, sempre mobile e fluttuante. Inoltre immagino che molti “ebrei lontani” reagirebbero come minimo con perplessità se appellati in questo modo. Ma soprattutto non riesco a capire a quale “lontananza” si faccia riferimento. All’osservanza dei precetti (mitzvot)? Oppure alla frequentazione delle occasioni liturgiche? Alla gestione della vita comunitaria e alle attività di servizio e di volontariato? Al versamento di una proporzionata quota di iscrizione alla comunità di appartenenza? Alla partecipazione costante alle occasioni formative, culturali e di approfondimento in genere offerte dalle comunità? Oppure a quelle ludiche? Alla conoscenza della lingua ebraica? Alla frequentazione di scuole ebraiche? A un’adesione intima a principi e valori ricondotti all’etica ebraica, che a propria volta possono essere assai variabili? A un’adesione spirituale, mistica e religiosa? Al farsi prosecutori di una tradizione famigliare?

Mi sembra evidente che i gruppi di persone che si possono identificare rispondendo a queste domande non coincidano. Ci possono essere convergenze significative, mai sovrapposizioni: per esempio alcune persone osservano scrupolosamente le mitzvot ma non partecipano regolarmente alle occasioni liturgiche, magari proprio per meglio osservare alcuni precetti, oppure semplicemente perché non si trovano a proprio agio in quell’ambiente. C’è chi osserva scrupolosamente e rifugge ogni intimismo religioso e quelli per cui questa seconda dimensione è soverchiante. Conosco numerose persone profondamente legate al patrimonio culturale ebraico, alla trasmissione di valori ebraici ai figli e alla composizione di una famiglia ebraica che non hanno alcun interesse a frequentare le sinagoghe. Altri vanno al tempio tutte le settimane e mangiano kasher, ma non capiscono la lingua ebraica e magari non sono interessati a spendersi per la comunità. Altri ancora frequentano conferenze e scrivono regolarmente su giornali ebraici ma non si sognano neppure di adottare una alimentazione kasher. Molti non partecipano mai alle funzioni in sinagoga e neppure alla vita sociale della comunità, ma si sentono – e sono – profondamente ebrei.

Non credo sia corretto definire questi ebrei “lontani”. Spesso lo si fa per una comprensibile esigenza di semplificazione della comunicazione, credo tuttavia che sia opportuno farlo almeno con consapevolezza e prudenza. Le definizioni non sono mai neutre, proprio perché definiscono qualcosa, limitano arbitrariamente un elemento isolandolo da qualcos’altro per metterlo in evidenza. Resta il fatto che ci siano ebrei “lontani” per un certo aspetto e molto “vicini” per un altro, e che le definizioni (in questo caso “ebrei lontani”, utilizzata quasi sempre da chi si considera “vicino”) spesso sostanzino realtà che altrimenti non prenderebbero forma, non esisterebbero neppure, o in ogni caso immobilizzino i due gruppi, rendendo molto più difficile il passaggio e perfino la comunicazione da uno all’altro.

Mi sono fin troppo dilungato. In fondo sarebbero state sufficienti due domande concise, chiare. Lontani da chi? Lontani da cosa?

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 maggio 2017
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Nello Rosselli

“Io sono un ebreo che non va al tempio di sabato, che non conosce l’ebraico, che non osserva alcuna pratica di culto […] eppure io tengo al mio ebraismo e voglio tutelarlo […] Non sono sionista: non sono dunque un ebreo integrale. Per i sionisti, per gli ebrei integrali, non c’è che un solo problema, quello ebraico”. Così parlava Nello Rosselli nel novembre 1924, durante il IV Convegno giovanile ebraico di Livorno. “Mi dico ebreo”, proseguiva Rosselli, “perché è indistruttibile in me la coscienza monoteistica”, perché ebraismo significa “vivissimo senso della responsabilità personale”, “ingiudicabilità da altri che dalla mia coscienza, da Dio”, ripugnanza per “ogni pur larvata forma di idolatria”, “senso religioso della famiglia”, amore “per tutti gli uomini”.

Secondo Maurizio Molinari – “Ebrei in Italia: un problema di identità (1870-1938)”, Giuntina 1991, pp. 38-42 – con questo discorso Rosselli si fa portavoce di un “ebraismo non più nascosto fra le pareti domestiche ma rilanciato come germe della libertà collettiva”. L’ebraismo, secondo lo storico antifascista che con il fratello Carlo cadrà vittima dei sicari di Mussolini in Francia, non pone un problema particolare, ma è orizzonte di vita complessivo e complesso in cui orientarsi. Negli stessi anni in cui il sionismo italiano, allora diversamente da oggi ampiamente minoritario in seno alle comunità ebraiche, decideva di non schierarsi a fronte della situazione politica italiana, Rosselli coerentemente sceglie la lotta per la libertà. Lo fa da ebreo e da italiano, ma da ebreo niente affatto disposto a “assimilarsi”, a estinguere la propria diversità.

Oggi come allora, gli “ebrei integrali” – chi va al tempio di sabato, chi osserva minuziosamente le pratiche del culto – sono una minoranza tra gli ebrei italiani. Sarebbe evidentemente arbitrario supporre che la maggioranza silenziosa “non integrale”, sulla scorta delle parole di Rosselli, compattamente abbia scelto e oggi scelga la militanza civile. Più verosimile è pensare a uno spettro di scelte e atteggiamenti, ricco di colori e sfumature. Forse è inevitabile che sia così, quando si coniuga il proprio ebraismo variabilmente, con compromessi e scelte di confine, eppure mantenendolo vivo.

Giorgio Berruto

Da Moked.it 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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