daniel recanati

Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 aprile 2016
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hebron2Ci fu a malapena tempo di entrare in uno dei caravan adibiti a dormitorio e di scegliersi una branda che fummo subito chiamati a rapporto nel piazzale dal nostro sergente, che iniziò a istruirci su quelli che sarebbero stati i nostri compiti per quel fine settimana. In effetti non si trattava di niente di nuovo rispetto a quello che si faceva di solito quando si trascorreva lo Shabat  in caserma: un circolo continuo di guardie inframezzate da tempi morti in cui riposare.

Ormai eravamo già da alcuni mesi avvezzi a una routine che scandiva e avrebbe inesorabilmente scandito tutti i futuri weekend da trascorrere sotto le insegne di Tzahal. Ciononostante la sensazione era quella di fare qualcosa di nuovo, qualcosa di vero. In fin dei conti la maggior parte di noi si era arruolata con il desiderio di prestare un servizio che fosse “significativo” e “importante”.

Tre anni da dedicare alla difesa di quella che è la casa comune di tutto il popolo ebraico e non solo di coloro che vivono in Israele. Non tutti i miei commilitoni erano nati e cresciuti in Israele, diversi, oltre a me, provenivano dagli angoli più disparati della diaspora: Stati Uniti, Italia, Cile, Russia, Inghilterra e Francia giusto per citarne alcuni. Tutti noi eravamo accomunati dall’idea di arruolarci per difendere Israele e dare il massimo contributo possibile alla sua sicurezza; e in quel preciso momento capimmo che saremmo stati accontentati. Il sergente ci istruì sulle postazioni di guardia, sugli orari dei turni e sulle regole di ingaggio e le procedure che avremmo dovuto seguire in caso di necessità. Poi selezionò  quelli di noi che avrebbero dovuto montare la guardia per primi e i successivi che avrebbero dato loro il cambio quattro ore più tardi.

hevron3Io fui scelto trai primi. La mia postazione di guardia si trovava sopra il tetto di una casa non lontana dall’avamposto in cui eravamo alloggiati. La raggiunsi attraverso un percorso tortuoso che si dipanava tra i tetti di alcune abitazioni abbandonate. Ad attendermi trovai un soldato dei paracadutisti che aveva un’aria parecchio stanca e annoiata e che, appena mi vide, sembrò ravvivarsi nel vedere l’arrivo non solo del cambio ma anche di un volto nuovo, un volto diverso da tutti quelli che aveva visto nelle ultime settimane. Trascorremmo alcuni minuti chiacchierando dell’esercito e dei progetti che aveva per la sua vita dopo il congedo che per lui era ormai davvero vicino e infine dei luoghi nei quali aveva prestato servizio nel corso di tre anni. Alla fine mi cedette il binocolo e mi spiegò cosa avrei dovuto fare in caso avvistassi una situazione di minaccia e si allontanò con passo veloce lasciando me, per la prima volta al fronte, a compiere quel dovere che tanto avevo desiderato  adempiere fin dall’infanzia: proteggere il popolo ebraico e difenderlo in Terra di Israele.

(parte II – fine)

Daniel Recanati
Daniel Recanati

Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 marzo 2016
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hevronLa compagnia era pervasa da un’atmosfera di euforia ed eccitazione. Avevamo appena scoperto che quello non sarebbe stato uno dei soliti Shabat passati in caserma durante l’addestramento. Questa volta era diverso, eravamo stati selezionati per trascorrere quel fine settimana al fronte a supporto di un’unità di linea e il fronte non era un posto qualsiasi ma un luogo pericoloso e affascinante al tempo stesso così lontano dalla prospettiva degli israeliani che vivono lungo la costa eppure cosi vicino ai cuori e alla storia del popolo ebraico: Hevron, la città dei padri. Il viaggio in autobus trascorse all’insegna di un gran baccano fatto di canti prese in giro e risate, si sarebbe potuto pensare che ci stessero portando a Disneyland ma oltre i finestrini scorreva il paesaggio lunare delle montagne a sud di Hevron dove l’arido deserto del Negev incontra le brulle colline di Giudea. Bibliche suggestioni stuzzicavano la mia mente, non era difficile immaginare le tende di Abramo su quella collina o il gregge del giovane re David ancora pastore su quell’altra. Arrivati nella città questa pareva smisurata. Estesa in modo convulso e disorganico su diverse colline e vallate inondate dal sole spietato d’agosto. Era spaventosa e affascinante allo stesso tempo. Il pullman corazzato sfrecciava attraverso quartieri fantasma di vecchie case abbandonate. Più tardi ci spiegarono che l’esercito aveva fatto evacuare molti anni prima, per motivi di sicurezza, tutte le case che si affacciavano sulla via principale così che quella parte della città appariva ormai spettrale e decadente. Proseguendo lungo il viale principale incontravamo diverse pattuglie e posti di blocco e la sensazione di essere all’interno di un servizio del telegiornale si faceva strada nelle nostre menti. Alla fine arrivammo all’avamposto che sarebbe stato la nostra casa per quel fine settimana. Si trattava di un piazzale stretto e lungo puntellato da container adibiti a dormitorio, una cucina , una mensa che poteva contenere al massimo dieci persone alla volta e un piccolo deposito di scorte. Seduti su un divano sudicio e malconcio incastonato in un angolo sedevano alcuni soldati distanziati in quel luogo. Riconobbi subito che erano paracadutisti. Avevano volti esausti e guardavano noi reclute giovani entusiaste e fresche con uno sguardo vano e vuoto pieno di stanchezza e indifferenza. Per prima cosa dopo aver scaricato i bagagli e gli zaini dal bus i comandanti ci radunarono in gruppi secondo il plotone di appartenenza e si misero a smistarci in gruppi più piccoli che a loro volta sarebbero stati mandati in altri avamposti più piccoli sparpagliati qua e là per la città. Mi ritenni fortunato quando capii che sarei rimasto in quello stesso avamposto nel quale l’autobus ci aveva lasciati perché mi dava la sensazione, e a ragione, di essere il migliore tra tutti quelli presenti in città e che sarebbe stato un ottimo punto di inizio per fare esperienza al fronte.

Parte I – continua

Daniel Recanati
Daniel Recanati


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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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