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Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 novembre 2017
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Ci hanno appena lasciato due importanti figure del secondo Novecento, due grandi uomini, leader carismatici delle loro comunità: rav Giuseppe Laras e lo Shaykh Abd al-Wahid Pallavicini. Due uomini diversi per storia, per il modo in cui sono giunti alla loro fede, ma accomunati dall’impegno speso negli anni nel dialogo interreligioso.

Lo hanno fatto in modi diversi: Pallavicini in una chiave più ecumenica, Laras forse in chiave più politica o perlomeno più pratica, ma entrambi con lo stesso impegno e con la stessa passione.

Come giovani ebrei siamo chiamati a continuare sulla strada segnata da questi due grandi maestri cercando di cogliere da entrambi il meglio delle loro visioni per questo dialogo. Il dialogo religioso va fatto se questo risulta essere un dialogo utile, costruttivo di qualcosa di tangibile e non un mero esercizio di erudizione teologica. Tramite il dialogo dobbiamo costruire ponti, capisaldi comuni che ci permettano di avvicinarci e creare punti d’incontro tra le diverse comunità. Questa prima fase è la base di partenza del dialogo, quella che porta al rispetto reciproco, condizione essenziale per poter giungere alla seconda fase, quella più complicata ma più importante: quella in cui si mettono sul tavolo i punti che invece non sono condivisi a livello culturale, teologico, o anche politico. È nella condivisione pacata, e mediata dal rispetto precedentemente costruito, che si può pensare di discutere di ciò che invece non ci accomuna, restando quindi diversi, consapevoli che nelle nostre diversità risiede la nostra ricchezza.

Solo tramite il rispetto del prossimo è possibile poi discutere dei veri problemi di questa nostra società.

Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei

Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 gennaio 2016
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Da sinistra: Paolo Sciunnach, Roberto Jarach, Yaya Pallavicini
Da sinistra: Paolo Sciunnach, Roberto Jarach, Baykar Sivazliyan, Yaya Pallavicini

Mercoledì 13 gennaio, presso il Memoriale della Shoah al Binario 21 della Stazione Centrale di Milano e organizzato da Accademia ambrosiana, Accademia Isa e Scuola ebraica di Milano, si è svolto un incontro sul tema della Memoria a cui l’Ugei ha partecipato con il presidente Arièl Nacamulli e il sottoscritto.

Ad aprire i lavori, dopo il saluto di Roberto Jarach, l’articolato intervento di rav Paolo Sciunnach “Ricordiamo per vivere nella giustizia: Abramo e l’accoglienza dello straniero”. Commentando un florilegio di citazioni, rav Sciunnach ha insistito sulla presenza costante, nella Torah, della figura dello straniero. Non affliggerai lo straniero – questo il monito ricorrente – perché stranieri voi siete stati nella terra d’Egitto.

Marc Chagall, "Abramo e i tre angeli"
Marc Chagall, “Abramo e i tre angeli”

E’ il viaggio di Abramo – lech lechà, vai verso te stesso attraverso l’abbandono della tua terra, del tuo paese e della casa di tuo padre – che definisce l’ebreo. Ivrì è colui che ha compiuto il passaggio (la’avor significa “passare”, “attraversare”), colui che è stato capace di divenire straniero. Lo stesso Abramo, d’altra parte, si considera “straniero e residente (gher vetoshav) con voi” (Gn, 23:4). Secondo rav Soloveitchick è condizione propria a ciascun ebreo, a qualsiasi latitudine spaziale e storica, quella di residente, ma anche di straniero: un doppio ruolo ineliminabile dettato dall’assunzione di specificità pratiche e valoriali vissute in una terra condivisa con altri. Lo straniero residente protagonista nella Torah permette d’altronde l’instaurarsi di una responsabilità biunivoca: mia verso lo straniero, dello straniero verso di me. E così la creazione di uno spazio di convivenza civile fondato sulla condivisione dei precetti noachici.

Gli armeni sopravvissuti ai massacri ottomani hanno cercato di fare propria questa idea, secondo il prof. Baykar Sivazliyan, presidente dell’Unione degli armeni d’Italia. E’ l’integrazione stessa a promuovere un processo bidirezionale che è un po’ come il tango: si balla in due, e bisogna cercare di non pestarsi i piedi a vicenda.

Anche a Muhammad – similmente ad Abramo – fu ordinato di emigrare dalla Mecca. Il profeta dell’islam, ha ricordato l’imam e vicepresidente della Coreis italiana Yaya Pallavicini, andrà a fondare una città, la “città”: Medina, e il suo gesto ha preso forma ideale nella figura storica e simbolica dell’egira. Come per Abramo, un abbandono a una ricerca, un’apertura e un ritrovarsi, un allontanamento dalla propria terra e un viaggio verso se stesso.
L’identità, ha insistito Pallavicini, è oggi antidoto all’omologazione e a quella psicosi collettiva di massa che è stato fattore decisivo per il determinarsi dell’esperienza storica della Shoah. Solo facendosi portatori di specificità religiose e culturali e di valori forti, a suo dire, è possibile porsi come interlocutori nello spazio pubblico.

Giorgio Berruto ha studiato filosofia a Pavia. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto ha studiato filosofia a Pavia. Vive e lavora a Torino

Manuel Kanahmanuel14 febbraio 2011

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“Come giovani e come religiosi abbiamo il dovere di ricordare quello che è stato il momento più buio del XX secolo per far sì che non abbia ad accadere mai più. Abbiamo ricevuto un testimone pesantissimo e sarà nostro compito mantenere viva la memoria di chi ha vissuto questa tragedia. Scriviamo questo comunicato congiuntamente per ribadire che, quando si parla di ricordare la Shoah e di condannare quello che pochi decenni fa è accaduto nella civile e colta Europa, abbiamo il pressante dovere morale di essere tutti d’accordo, indipendentemente dalla militanza politica o dalla credenza religiosa. Ribadiamo inoltre l’impegno a lavorare e sostenerci fraternamente per prevenire ed evitare nel presente e nel futuro situazioni di discriminazione su base religiosa, dando alla società un contributo ispirato ai valori universali della fede nell’unico Dio pur nella diversità delle forme religiose cui apparteniamo”. Lo dichiarano in un una nota congiunta il presidente dell’Unione dei Giovani Ebrei d’Italia, Daniele Massimo Regard, ed il responsabile della Sezione Giovani della CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana, ‘Isa Abd al Haqq Benassi.”


Manuel Kanahmanuel25 gennaio 2011

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Giornata ebraica della memoria: fratellanza tra giovani musulmani ed ebrei per la salvaguardia delle minoranze religiose

In occasione della Giornata della Memoria della Shoah, celebrata giovedì 27 gennaio 2011 dalla comunità ebraica, i giovani della CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana rinnovano l’espressione della fratellanza religiosa che li lega ai fratelli ebrei, in particolare verso i giovani dell’UGEI (Unione Giovani Ebrei d’Italia), con i quali condividono da alcuni anni lo stesso impegno nella testimonianza religiosa.

La memoria della tragedia dell’olocausto è l’occasione per rinnovare insieme alla comunità ebraica l’impegno di testimonianza comune come giovani religiosi, ebrei e musulmani, eredi degli insegnamenti della nostra tradizione sacrale, affinché siano riconosciute e rispettate le comunità religiose del monoteismo abramico anche quando presenti come minoranze, e venga valorizzato il loro ruolo all’interno della società, specialmente quando sanno essere un esempio di dialogo e di collaborazione sul piano religioso, sociale e culturale.

In tal senso la Sezione Giovani della COREIS parteciperà con il suo responsabile ‘Isa Abd al Haqq Benassi e con Maryam Turrini domenica 30 gennaio alla “Visita al campo di concentramento di Fossoli”, nei pressi di Carpi (MO), organizzato dai giovani ebrei dell’UGEI, evento al quale parteciperà anche il nuovo presidente dell’UGEI Daniele Regard.

Una rappresentanza dei giovani musulmani della COREIS parteciperà anche alle celebrazioni della Giornata da parte della Comunità Ebraica di Torino giovedì 27 gennaio, con la camminata silenziosa “Il popolo e il silenzio”, presso la sede della Comunità nella Piazzetta Primo Levi, e l’opera “Il gioco delle sorti” alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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