carlotta micaela jarach

Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 febbraio 2018
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Immaginatevi milletrecento ragazzi, truccati, vestiti di scena e pronti a esibirsi. È quanto succede ogni anno in occasione del ‘JEWrovision’, lo spettacolo che i giovani ebrei tedeschi aspettano per mesi, e per cui si preparano ed esercitano con meticoloso impegno. Quattro ore stile Eurovision, canzoni dei Daft Punk, Lady Gaga e chi più ne ha più ne metta: i testi? Modificati, perché si riferiscano alla vita e alla tradizione ebraica. La competizione arriva a conclusione di un intero weekend passato assieme: cori, balletti, tutto a squarciagola. E l’UGEI si è trovata proprio là, circondata da ebraismo, cultura, ed entusiasmo.

Il tutto si è svolto a Dresda, città che poco più di settanta anni fa fu rasa completamente al suolo, che ha appunto ospitato dal 9 all’11 febbraio questo show un po’ assurdo e un po’ (anzi, tanto) divertente. Ma noi non eravamo lì per esibirci, bensì per partecipare alla prima edizione dell’Union Accelerator Programme, organizzato da EUJS (European Union of Jewish Students): un seminario ideato per promuovere il dialogo e la collaborazione tra le unioni giovanili ebraiche europee. Con noi c’erano Austria (JöH), i padroni di casa Germania (JSUD), Inghilterra e Irlanda (UJS) e Belgio (UEJB). Tre giorni per conoscerci meglio e stendere le basi per sostenerci di più nei prossimi eventi. Molte cose ci accomunano, e in altrettanti aspetti ci differenziamo enormemente. In termini di numeri, noi italiani siamo più simili agli austriaci, mentre gli inglesi sono talmente tanti che hanno uno staff di 15 persone pagate full-time. C’è chi è bravissimo a raccogliere fondi, chi ha sempre più di 100 persone ai propri shabbatonim, chi invece avrebbe bisogno di più sponsor, e chi di più partecipazione.

In rappresentanza delle oltre trenta unioni d’Europa (siamo in tutto 35), l’EUJS ci ha convocato in quanto parte delle organizzazioni più solide e ben organizzate. Il loro obiettivo, per i prossimi due anni, è di dare, grazie al nostro esempio, appoggio anche alle unioni che faticano ad andare avanti. Da parte dei presenti è emersa una forte responsività al problema, e un forte desiderio di essere vicino a chi sta vivendo situazioni difficili, vedi per esempio la situazione in Polonia. Ma soprattutto, ciò che emerso è la volontà di far riscoprire l’ebraismo europeo e più di ogni altra cosa di promuoverlo; un’esigenza di dare più peso alla diaspora, a chi vuole crescere i figli in Europa e creare legami ebraici nella propria città natale. Insomma, dare un’opportunità a chi non necessariamente vuole fare l’Aliyah.

Le sessioni, un lungo e proficuo processo di design thinking, sono culminate con tre progetti, che ci vedono tutti protagonisti e che l’EUJS cercherà di implementare: una app di mappatura di tutte le Union europee e dei relativi eventi possibili a cui poter partecipare; un ‘taglit’ europeo, per esplorare le varie comunità ebraiche e promuovere uno scambio tra connazionali europei; e un programma di alumni articolato e strutturato soprattutto per le attività di raccolta fondi.

E da parte nostra? Cosa abbiamo portato concretamente con noi spendibile nel breve periodo come UGEI?
Tranquilli, non abbiamo perso tempo.
Il tutto è riassumibile in due parole: Lag Baomer.
Stay tuned.

Alissa Pavia e Carlotta Michaela Jarach


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 febbraio 2018
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“Ha avuto, nella sua vita, la sfortuna di incontrare due diverse forme del fascismo, un qualcosa che noi oggi dobbiamo ascoltare dalla viva voce di chi ha sperimentato come il totalitarismo può prendere forme mortifere.” Con queste parole la giornalista Daniela Ovadia ha presentato Vera Vigevani Jarach, attivista ebrea italo-argentina che durante la dittatura militare perse la figlia Franca e contribuì a creare il movimento di proteste delle Madri di Plaza de Mayo, in un incontro al Magazzino Musica organizzato dall’UGEI e da JOI giovedì 15 febbraio.

Dopo il benvenuto del Presidente UGEI Carlotta Jarach, la Vigevani ha iniziato partendo proprio dall’introduzione della Ovadia: “Direi che siamo preoccupati di nuovo, perché anche qui in Italia ci sono serie preoccupazioni di nuovi movimenti fascisti. Qui e in altri paesi.” Proprio il giorno prima ne ha parlato con la neoeletta senatrice Liliana Segre, “e abbiamo condiviso questa preoccupazione, perché ci sono dei bruttissimi segni.” Ha aggiunto che sui giornali italiani si tende a non parlare di ciò che succede attualmente in Argentina: “Sta succedendo che abbiamo un governo legittimo, regolarmente votato, che però è un governo autoritario, che sui diritti umani fa delle cose che sembrano quasi totalitarie, non li rispettano sia nel mondo del lavoro sia con questo modello economico, più o meno lo stesso che avete voi in Italia.”

In seguito ha raccontato un fatto che le è capitato tempo fa, quando ebbe occasione di incontrare Papa Francesco, in Piazza San Pietro, e in quell’occasione gli disse: “Caro Papa, io mi chiamo tal dei tali, ho avuto due genocidi, mio nonno è rimasto in Italia, è finito ad Auschwitz, non c’è tomba, poi molti anni dopo mia figlia, diciottenne, per la dittatura civico-militare, e anche lei finì in un campo di concentramento e non ‘è tomba perché ci furono i voli della morte. Caro Papa, perché non (mandare) non un’enciclica, ma un messaggio di solidarietà non solo ai cristiani ma a tutto il mondo, e in mezzo a questo messaggio perché non ci metti questo: ‘Mai più in silenzio.’ Mai più l’indifferenza.” Poco dopo, una suora che la accompagnava in piazza, e che era nipote di un’altra desaparecida, le disse: “Sa signora, questa parola, ‘solidarietà’, io credo che stanno cercando di cancellarla dal vocabolario.”

Ha continuato chiedendo al pubblico, e soprattutto ai giovani, cosa volevano sapere poiché, come le disse una volta Primo Levi, “quello che è accaduto una volta può accadere un’altra volta.” “Cosa si può fare perché questo non accada?” si è chiesta. “Si possono fare molte cose, non c’è mai una garanzia ma ci sono delle cose che si possono fare, e il mio impegno, da molti anni a questa parte, è cercare di trasmettere la memoria ma non soltanto per guardare verso il passato, è soprattutto per guardare il presente e quello che potrebbe accadere nel futuro.” A tal fine, spesso va a parlare nelle scuole superiori e nelle università, sia in Argentina che in Italia, per rivolgersi ai giovani.

Parlando dell’Argentina, ha spiegato che il concetto di “desaparecido” non è nato in Argentina, ma è stato importato da militari francesi, che da anni facevano le stesse cose in Algeria, e che vennero in Argentina apposta per insegnarlo agli argentini. Inoltre, ha raccontato che anche nei campi argentini i prigionieri politici portavano un numero e subivano orribili torture, incatenati mani e piedi. “Non è vero che non si sapeva, ancora oggi ci sono persone che dicono ‘ma no, io non sapevo niente’; non è possibile. Innanzitutto, dal momento in cui noi Madri di Plaza de Mayo abbiamo cominciato a scendere in piazza, noi le storie le conoscevamo e cercavamo di dirle, ma la gente guardava dall’altra parte. E c’era la paura, la paura esisteva, anche noi avevamo paura, ma l’abbiamo vinta.”

Ripartendo dalle origini del movimento, la Vigevani ha raccontato che all’epoca c’era un silenzio connivente su ciò che accadeva; le madri degli scomparsi iniziarono a parlare tra loro, facendo le stesse cose e vedendosi negli stessi posti, e a volte andavano in un ufficio del governo per chiedere dov’erano i loro figli: a lei una volta risposero: “Non si preoccupi, faccia finta che sua figlia sia in vacanza.” A un certo punto, dopo che avevano anche mandato lettere ai politici o ad Amnesty International una di loro, Azucena Villaflor, disse “basta, qui bisogna andare in piazza!” Ciò nonostante ci fosse lo stato d’assedio e fosse proibito, per un gruppo, riunirsi in piazza. “Non siamo state eroine,” ha detto, “eravamo madri e avevamo bisogno di sapere dov’erano i nostri figli.”

Concentrandosi invece sulla situazione degli italiani in Argentina, ha raccontato che spesso chiedevano aiuto all’ambasciata che però chiudeva le porte. Inoltre, per molto tempo i grandi giornali italiani non parlavano dell’Argentina, come il Corriere, che influenzato dal membro della P2 Licio Gelli ritirò il proprio corrispondente da Buenos Aires in quel periodo.

Parlando di come vivevano gli ebrei, ha ricordato un episodio della sua infanzia: quando arrivò in Argentina, nel marzo 1939, aveva 11 anni ma aveva perso delle classi delle elementari, e il padre la mandò in una scuola italiana, che però dipendeva dal Ministero degli Esteri, e quindi era fascista: “Il libro era lo stesso libro che si usava in Italia. Eravamo tre bambine ebree, due di Milano e una di Napoli. Eravamo piccole, ma non eravamo stupide, capivamo quello che stava accadendo. Un giorno ci portano in uno scantinato, dove ci fanno sedere tutte per terra, per ascoltare il discorso di Mussolini dell’entrata in guerra. E ci siamo messe a piangere, tutte e tre. La direttrice ci vede, ci porta in direzione e ci da un tè per calmarci, e ci spiega ‘io capisco voi, ma è nostro obbligo.’ Poi però abbiamo capito una cosa, che ci ha molto addolorato: non era solo il nostro tema di essere migranti ed ebrei, ma abbiamo capito che il discorso di Mussolini e l’entrata in guerra significava la morte di molti soldati italiani.” Ha aggiunto che, durante la dittatura, le autorità argentine erano molto antisemite, tanto che su 30.000 desaparecidos 2.000 sono ebrei, quelli che venivano internati subivano torture atroci e raramente si sono salvati.

Infine, ha voluto dare un messaggio di incoraggiamento: “Allora c’era solo un organo per i diritti umani in Argentina, oggi sono 13. Siamo una resistenza abbastanza forte, e anche se non vorrebbero devono rispettarci.”

Nathan Greppi

Da Mosaico-cem.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 marzo 2017
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Svastiche dai Chabad in un campus universitario negli States. La notizia già di per sé farebbe rizzare i capelli ai più, immaginatevi poi la mia reazione nel leggere che il campus è proprio quello dove mi sono laureata io, nemmeno un anno fa. Cerco notizie su ogni portale e sito internet disponibile. Il riassunto è presto fatto: lo scorso sabato pomeriggio, dopo la funzione di Shabbat, sono apparse più di 100 croci uncinate alla Virginia Tech University, quel posto che tutti a Blacksburg, la piccola cittadina immersa nella campagna della Virginia, riconoscono essere il punto di incontro e di aggregazione di migliaia di studenti ebrei. L’identità del colpevole, a una settimana di distanza, resta ancora ignota.

Chiudo ogni articolo. Apro Facebook. “Ciao Or, sono Carlotta”. Or è il rappresentante dell’Agenzia Ebraica lì nel campus, nonché mio compagno di sedarim e shabbaton. “Senti, ho letto quello che è successo, assurdo”. Chiacchieriamo, e scopro che il giorno dopo il centro Hillel avrebbe organizzato un rally, poco lontano dal centro del campus, per manifestare tutti insieme il proprio disdegno. “Se possibile”, chiedo, “vorrei poi un vostro commento”.

E così hanno fatto. Nonostante le 6 ore di fuso, ho intervistato Dan Kramer, 22enne studente di letteratura e linguistica, nonché Presidente dell’associazione Amici di Israele, alla VT.

Dan Kramer

Ciao Dan, grazie del tempo che mi dedichi. Figurati Carlotta, è un piacere. Questi episodi mi toccano particolarmente: come ebreo, e come israeliano. Un tempo io stesso avevo paura a dichiarare la mia identità, ma le cose sono cambiate una volta iscritto in questa stupenda Università, che mi ha dato l’opportunità di esplorare e partecipare attivamente alla vita ebraica. Per questo, forse, sono stato seriamente sorpreso nell’apprendere questo incidente che, per dovere di cronaca, non è il primo in generale negli Stati Uniti. Ma mai mi sarei aspettato di viverlo qui, alla Tech.

E come ha reagito l’Università? La risposta da tutto il corpo accademico, dagli studenti, e dagli stessi residenti di Blacksburg è stata incredibile. Avrebbero benissimo potuto nascondere tutto sotto il tappeto, ma invece hanno reagito a testa alta. Il Rettore Timothy Sands ha accusato con forza l’atto vandalico, indicandolo come vile e codardo, e l’Università in collaborazione con la polizia sta cercando i colpevoli, che saranno puniti adeguatamente.

Ho sentito che avete organizzato un rally di protesta. Come è andato? Amazing! C’erano centinaia di persone a supportare la gara, un mix eterogeneo. Importantissimo anche l’appoggio delle chiese locali e in generale di tutti gli studenti non ebrei accorsi così numerosi. L’atmosfera non era per nulla depressa, o tesa, anzi. Si respirava un clima gioioso, e di speranza. Questo evento non ha fatto altro che renderci più forti e uniti.

E ora? Ovviamente questo è solo l’inizio, il rally in sé è stato un buon segnale, ma in generale credo che la VT sia un campus davvero atipico e speciale in termini di tolleranza e equità, a differenza magari di cosa si può leggere e sentire di altri campus. Mi sento di dire che quello che abbiamo vissuto lunedì sia stato importante, ma non bisogna sottovalutare i recenti atti vandalici a sfondo antisemita incorsi nel resto del paese. So personalmente di altri college dove gli abusi fisici e verbali sono all’ordine del giorno, nei confronti di studenti ebrei o dei loro leader. Sono spaventati di manifestare la loro ebraicità. Come ho detto, so cosa si prova. Ed è frustrante perché gli anni di formazione universitaria sono in realtà il periodo migliore per conoscere se stessi e per celebrare la propria identità e unicità, messa però a dura prova dall’esterno.

Scusami se te lo chiedo. C’entra Trump? Se Trump ha un’influenza in questa escalation di eventi? È possibile certo che abbia incoraggiato qualcuno, ma è bene sottolineare che chi compie tali gesti non ha giustificazioni e cova di per sé nel proprio cuore odio. Credo che gli Stati Uniti, così come ogni paese, con il tempo cresce e cambia, ma sono fiducioso che la direzione sia quella dell’uguaglianza e dell’inclusività. Ci sarà sempre chi combatterà contro il progresso che stiamo cercando di portare, chi per paura, chi per odio. Ma sono convinto che le buone persone siano numericamente di più di quelle cattive.

Da Mosaico, sito ufficiale della Comunità ebraica di Milano

Carlotta Micaela Jarach, milanese. Dopo gli studi in Svizzera, per lo stage ha scelto Colonia

Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 marzo 2017
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mishloachÈ una tranquilla serata di giovedì in quel di Colonia: la pioggia mi dà finalmente un po’ di respiro, e il tramonto mi ricorda che la settimana sta finendo. Mi preparo una tisana, leggerò finalmente quel libro che ormai fa la polvere sul comodino.
Scheiße.
Domenica è Purim e non ho fatto le mishloach manot. Guardo l’orologio. Sono le 19, niente panico. Scendiamo sotto casa e vediamo se trovo qualcosa. Ringrazio di aver lasciato la Svizzera, almeno qui i negozi chiudono a un orario decente. Ringrazio anche la tradizione dei cestini di Pasqua per le uova colorate, almeno non devo usare antiestetici piatti di plastica. Vorrei pure ringraziare la mia lungimiranza e organizzazione che mi ha permesso di non ridurmi all’ultimo al solito, ma tant’è, compro il necessario per le mie bellissime e pienissime mishloach manot e torno a casa. Pericolo scampato.

Ah no.
Aspetta.
Ma a chi le regalo?!
Un genio, proprio.
Va beh, vediamo, le opzioni sono due: la prima è aspettare domenica, come dovrei, e portarle in tempio. Dove non conosco assolutamente nessuno.
Ipotesi scartata.
La seconda opzione è citofonare ai vicini, che sicuro non spiccicano parola di inglese, cercare di far capire loro che il cibo non è avvelenato, e che non voglio ucciderli, nonostante ieri abbiano fatto un rumore assurdo.
No, non funziona.
Non resta che portarle domani al lavoro. E così, con un meeting alle 8:30 e un’ora spesa tra spostamenti vari di metro e treni, io e il mio ingombrante sacchetto Ikea andremo in ufficio.

purimmmOvviamente le cose non sono andate così semplicemente, figurarsi.
Nella fretta salgo sul treno sbagliato, e me ne rendo conto alla fermata dopo. Sono nel mezzo del nulla. Fermo un tipo chiedendogli di chiamarmi un taxi (perché vi sfido io a prenotare un taxi in inglese quassù). Lo chiama, non arriva, fermo un’altra tipa, aspetta con me. Un uomo losco in una macchina nera mi si approccia. È il taxi. Strano è strano, ma non posso fermarmi a pensare alla mia incolumità ora, devo volare per quel maledetto meeting su Skype che sono già in ritardo. E i cestini in borsa si stanno pure disfacendo.

Arrivo in un ufficio, faccio le mie cose trafelata.
Sono le 10, e mi guardo attorno. Non c’è nessuno dei miei colleghi. Si sono presi la giornata libera, i maledetti.
E ora a chi consegno le mishloach manot?!

carlobigl“Goodmorning”.
Mi guarda con sospetto. D’altronde in 10 giorni che sono qui le ho parlato forse due volte. Di cui una perché l’ho urtata.
“Volevo consegnarti questo. Domenica è Purim, una sorta di Carnevale per noi ebrei, durante la quale si consegnano le misloach manot, porzioni di cibo letteralmente, per assicurarsi che ognuno abbia abbastanza da mangiare per il banchetto di Purim, ma anche per condividere amore e amicizia. Perché è obbligatorio essere felici durante questa festa”.
La sua espressione, da scettica, si apre in un sorriso: “Grazie mille Carlotta, è un gesto stupendo”.

Sarà che sono fortunata, non tutti gli ambienti lavorativi sono solari e accoglienti. Sarà che in fondo sono una stagista, agli inizi, e tutti sono cordiali e accondiscendenti. Sarà anche vero tutto ciò, ma venerdì, mentre lavoravo, avevo il sottofondo più bello: un continuo sgranocchiare di noci e uno scartare caramelle. E, facendo attenzione, si poteva sentire anche il battere di cuori felici.

Chag Purim Sameach

Carlotta Micaela Jarach, milanese. Studia in Svizzera
Carlotta Micaela Jarach, milanese. Dopo gli studi in Svizzera, per lo stage ha scelto Colonia

Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 gennaio 2017
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gm1Ogni anno il 27 gennaio assisto alla medesima scena, e con i social network ciò non fa che aumentare: da una parte ebrei e non, che citano a manetta Primo Levi, Elie Wiesel, Chaim Potok e molti altri autori magari senza aver nemmeno letto i loro libri, da un’altra chi si accanisce con la Giornata della Memoria sostenendo “perché solo gli ebrei? Gli armeni? I nativi americani? O anche solo tutte le altre minoranze vittime dei nazisti come rom, omosessuali e malati di mente? Sono morti di serie B?”; e poi (i peggiori) quelli che si lamentano che “sì sì abbiamo capito poveri ebrei ma tanto lobby sionista di qua lobby ebraica di là, si parla di loro perché sono potenti”. Io non ricordo il mio popolo oggi e basta. E sono davvero stanca che questa Giornata, nata con le migliori intenzioni, sia un ennesimo modo di attaccare Israele, da parte di quegli ignoranti che ancora confondono ebreo e israeliano, non rendendosi conto che è come dire che un carciofo è uguale a un lampadario.

gm2Paradossalmente comprendo più il negazionismo che questa dilagante banalizzazione. Almeno posso pensare che chi nega lo fa perché si nasconde incapace di capire così tanta malvagità (ma resta comunque un deficiente). La banalizzazione però è peggio. Significa che tutte quelle morti, tutte quelle sofferenze, di tutti, puff, scompaiono. Basta usare il giorno della memoria giusto per dire “ci penso almeno oggi”, basta usarlo per attaccare Israele, o per far finta in quel giorno di ricordarsi anche di tutti gli altri, rom, zingari, omosessuali, malati di mente, prigionieri politici e le loro stelle rosse marroni eccetera. Perché tanto, chi davvero ha a cuore tutto ciò, indipendentemente dal fatto che pensi agli ebrei o agli altri, ci penserà anche il 13 di febbraio, il 30 di maggio e il 6 di settembre.

La banalizzazione è il male più grande in cui possiamo incorrere. E noi, popolo che ama la vita, noi che amiamo la vita in tutte le sue sfaccettature, non possiamo permettere che di qui ad anni si crei il binomio ebreo-Shoah, come purtroppo già accade. Perché essere ebrei è vita, non è morte. Essere ebrei è avere una certa tradizione, è cantare l’Hatikvà sia da sionisti sia se non lo si è. È fare il kiddush il venerdì sera, è ballare a un bar mitzvà e gioire con gli amici e i parenti, è mangiare a Rosh Hashanà il melograno, a Pesach la matzà, accendere i lumi a Chanukkà. È dire “l’anno prossimo a Yerushalaim!”. Non diciamo forse “lechaim” (“alla vita”) dopo la benedizione del vino? Non regaliamo ciondoli con scritto “chai” come portafortuna? Essere ebrei è vita, non solo morte, non solo oggi.

Carlotta Micaela Jarach, milanese. Studia in Svizzera
Carlotta Micaela Jarach, milanese. Studia in Svizzera


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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