auschwitz

Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 luglio 2016
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Ricordo di Elie Wiesel - disegno di Deboara Spizzichino per Hatikwà
Ricordo di Elie Wiesel – Disegno di Debora Spizzichino per Hatikwà

Le parole sono armi e la conoscenza è una corazza, valide nella difesa e nell’attacco risultano incredibilmente flessibili. Questo è il messaggio che è emerso il giorno 14 luglio nei pressi del giardino del Tempio  di Roma dalla conferenza in ricordo del premio Nobel per la pace Elie Wiesel.

Si sono alternati gli interventi di Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah e Maurizio Molinari, direttore della “Stampa”, entrambi insistendo sull’importanza della memoria condivisa e sul pericolo imminente cui va incontro: la scomparsa dei testimoni oculari. Quando questi non ci saranno più a chi delegare il compito di raccontare? Con quale strumento e con quale fermezza? Molinari interviene ricordando un aneddoto raccontatogli da Wiesel, che vide sei testimoni della Shoah cominciare il racconto della terribile esperienza e i nipoti concluderlo. Questa è l’idea che egli aveva della narrazione: la storia vissuta dalle vittime è la medesima che deve essere riportata dai discendenti.

Oltre all’anima del sopravvissuto in Elie Wiesel risiedeva quella del leader militante e dell’insegnante. Fu tra i fondatori del Museo della Shoah di Washington ma la devozione alla libertà difesa dagli Stati Uniti mal si sposava con l’indifferenza mostrata dagli stessi nel non aver bombardato i campi di sterminio a guerra quasi conclusa. Sentiva la necessità di ricordare all’America questo errore e lo sottolineava ogni qual volta ne avesse occasione. Le opportunità non mancarono: prima con Reagan e poi con Obama cui raccontò il motivo per il quale risulta impossibile difendere la memoria della Shoah senza difendere Israele e ricordò la ragione per cui Auschwitz non fosse stata bombardata: l’assenza di un leader risoluto in grado di parlare con Roosevelt lasciando il campo a una dilagante indifferenza.

wieselWiesel era espressione e interprete del popolo ebraico, credeva nel potere del Talmud come base per la formazione identitaria e antidoto all’odio, di cui lo studio uccide i frutti marci. Diffondeva ideali di libertà che lo portarono ad amare prima Parigi e poi New York e ancora Gerusalemme, cuore pulsante di un’identità mai spenta. Faceva attenzione ai diversi pubblici che aveva davanti adeguando a essi il suo linguaggio. Le parole sono ponti tra un passato poco conosciuto e un presente ancora da definire, si deve combattere con la puntualità delle parole e la chiarezza dei discorsi, preferendo racconti poco estesi e precisi. Parlando con Obama comparò l’uscita degli afroamericani dalla schiavitù con quella degli ebrei raccontata nell’Haggadah, e segnò così l’inizio della celebrazione di Pesach alla Casa Bianca.

Wiesel era tra i pochi capaci di dialogare risultando universale, battendosi non solo per la causa ebraica ma anche per quella dei popoli dei Balcani a fine anni ’90. Bisogna ricordare le duplici facce del razzismo e più in particolare dell’antisemitismo: quella che si insedia in ambienti in cui l’ebraismo c’è ed è parte integrante dell’assetto sociale e quella in cui è visto come qualcosa di lontano e negativo: l’approdo è uguale ma le cause diverse e diverso è l’approccio da utilizzare quando le si vuole contrastare. A noi spetta il compito più arduo data la posizione mediana: non siamo testimoni e tanto meno storici, tuttavia dobbiamo fregiarci dei loro stessi strumenti, gli unici capaci di contrastare il germe propagatore di ostilità e rancore.

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 gennaio 2016
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primoleviÈ gennaio, il sole va e viene nelle giornate d’inverno. Apri il portone e l’aria gelida ti sfiora il viso, esci la sera e cammini per le vie. Fa freddo e non aspetti altro che tornare a casa per riscaldarti con il tepore che le coperte emanano. Il freddo di città ti gela il naso poi le mani e ancora le caviglie.

Questo è quel che noi conosciamo, un freddo che rimane in superficie e che non tocca stomaco e anima. Ad esso se ne contrappone un altro, quello a cui si riferisce Primo Levi nell’ “Ottobre 1944” di “Se questo è un uomo”. Esso è piuttosto il gelo rigido e senza vita che porta alla morte.

L’inverno e il freddo si presentano come i peggiori nemici per gli uomini del Lager che tentano in ogni modo di aggrapparsi alle ore tiepide del sole chiedendogli di trattenersi in cielo ancora un poco. La luce si è fatta pregare per rimanere con loro, ma non ne ha voluto sapere niente e li ha lasciati lì, portando solo nebbia e desolazione.               Loro lo sanno, se non sarà morte sarà supplizio e chi non morrà sarà costretto a tenere le mani sotto le ascelle per racimolare un po’ di calore. Inverno vuol dire molto di più degli alberi che perdono le foglie e delle nuvole grigie che coprono il cielo. Anche “fame”, “stanchezza”, “paura” vogliono dire altro.  “Esse sono parole libere create e usate da uomini liberi” ed è riduttivo impiegarle così, bisognerebbe piuttosto crearne di nuove. Il freddo è mancanza di stelle e di sole, fame, stanchezza ma anche paura e miseria. Li racchiude tutti ma non ne spiega chiaramente nessuno. Esso vuol dire anche dover mangiare in piedi e avere ferite sulle mani. Irrompe nelle ossa senza chiedere permesso e non se ne va più via.

auschwitzCi sono parole che non possono (o meglio provano e non riescono a) chiarire ed esaurire pienamente dei concetti ed è qui che ci si chiede cosa si debba fare. Bisognerebbe forse inventare un nuovo vocabolario? Come scrive Levi: “Se i lager fossero durati più a lungo, un nuovo aspro linguaggio sarebbe nato.
Come potremmo noi dar vita a nuove parole? Sulle nostre labbra avrebbero altro valore. Così come noi anche l’arte che nasce dalle ceneri di Auschwitz si trova con le spalle al muro non sapendo quale via sia meglio percorrere. Come riferire al mondo ciò che il nazismo ha seminato?

La pittura, la poesia e la musica appaiono mutile e incomplete ora, esse provano a definire un passato prossimo che non è loro e tentano di rappresentarlo munendosi di parole, colori e suoni diversi da quelli di ogni giorno.
Deformare la realtà è menzogna, falsare la verità è reato e creare illusioni è pericoloso. Si potrebbe far appello al silenzio che, privo di forma e materia, è l’unico in grado di racchiudere dentro di sé tutto ciò che ci sarebbe da dire ma che in nessun modo può essere espresso. Esso non è né deve essere sinonimo di oblio e di dimenticanza, ma il mezzo più affidabile con cui si può tentare di definire il tutto.

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, studentessa di filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 marzo 2012
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Con l’intervista di Marcello Pezzetti ad uno dei sopravvissuti di Aushwitz – Birkenau, Sami Modiano, avvenuta qualche sera fa al Pitigliani, si è concluso il percorso iniziato a fine marzo con il Viaggio della Memoria.

Tra il 26 e il 28 marzo, DELET, in collaborazione con il Pitigliani e l’UGEI, ha portato più di quaranta ragazzi tra i 18 e i 35 anni a Cracovia, dove con la guida esperta di Marcello Pezzetti e dei suoi più stretti collaboratori hanno affrontato il tortuoso percorso della Shoà e hanno potuto condividere questa difficile esperienza con loro coetanei.

Il Viaggio della Memoria è quel viaggio per il quale ti prepari da sempre ma che non sei mai pronto ad affrontare. E’ il viaggio dell’inaspettato, il viaggio del “non importa quanti libri hai studiato, quanti documentari hai guardato e per quanti film ti sei commosso” perchè ciò che stai per vedere è più grande di tutto questo, più grande di quanto sia

umanamente comprensibile. E’ il viaggio del dolore perché camminando nella distesa sterminata di Aushwitz-Birkenau, con il freddo che, nonostante la Primavera sia ormai iniziata da qualche giorno, ti trafigge attraversando giubbotti, maglioni e felpe, respiri la sofferenza, respiri la perdita dell’altro e di sé, respiri l’annientamento, respiri la Morte, e allora quasi non respiri più.

Un viaggio che DEVE essere fatto, un viaggio che cambia qualcosa dentro di te, un viaggio dopo il quale ad ogni cenno di antisemitismo senti un’allarme accendersi come una spia luminosa, un viaggio che ti chiedi come sia possibile che esista il Negazionismo, perché chi ha il coraggio di negare ciò che è accaduto e che non deve succedere mai più, dovrebbe farlo lui questo Viaggio, dovrebbe vedere lui con i propri occhi la Rampa della Morte dove le madri erano separate dai figli, le mogli dai mariti, i fratelli dalle sorelle. Dovrebbero vedere con i propri occhi ciò che rimane delle camere a Gas e dei forni crematori dove migliaia di ebrei, senza averne la consapevolezza, incontravano la morte ogni giorno.

Dovrebbero ascoltare con le proprie orecchie i racconti degli esperimenti che venivano fatti su bambini innocenti. Dovrebbero guardare le foto, gli oggetti personali, i capelli conservati ad Aushwitz, dovrebbero guardare quella scritta “Il lavoro rende liberi”, molto più piccola di quanto non sembri nello schermo della tv, e pensare che quel lavoro non ti rende libero, quel lavoro con addosso un pigiamino a righe e 125 grammi di pane nello stomaco ti rende uno scheletro, ti fa sperare che la morte ti prenda il prima possibile, ti uccide.

Affrontare questo viaggio significa accettare di guardare il mondo con occhi diversi, affrontare questo viaggio forse non sarebbe stato abbastanza se non avessi ascoltato la storia di Sami Modiano deportato ad Aushwitz da Rodi. Sami con sguardo fisso e voce ferma, senza mostrare, se non in rari momenti, segni di cedimento, ha condiviso con noi la sua vita: da quando ad 8 anni il papà ha dovuto spiegargli che se era stato espulso dalla scuola non era colpa sua, a quando a 13 è salito sul Treno della Morte con suo padre e sua sorella mentre i suoi occhi continuavano a vedere cose che nessuno dovrebbe mai vedere, fino a quando ad Aushwitz ha perso le persone più preziose che aveva ed è rimasto solo al mondo. Ci ha parlato delle ultime parole di suo padre, di quell’incoraggiamento che l’ha tenuto in vita, di quello che ha vissuto quando i cancelli di Aushwitz si sono chiusi dopo la liberazione. Ha raccontato degli incubi che lo tangono sveglio di notte, dei silenzi, delle depressioni, della fortuna di aver avuto una moglie che gli è stata vicino, che l’ha convinto a parlare.

Sami per molti anni si è chiesto perché proprio lui si fosse salvato, perché lui e non un altro. La risposta che è arrivato a darsi, che gli ha permesso di ritrovare la pace interiore, e di ricostruire il suo rapporto con D. è che grazie alla sua testimonianza le nuove generazioni possono conoscere la verità e far si che quel che è stato non sia mai più.

E allora proprio questo deve essere un monito per noi giovani, deve muovere le nostre azioni, e tenere sempre alta la nostra attenzione.

Sara


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 maggio 2011
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“Aver partecipato a questo viaggio ci rende orgogliosi come ebrei ma soprattutto come giovani”. Queste le parole pronunciate dal presidente Ugei Daniele Regard al rientro dal Viaggio della Memoria organizzato dalla Provincia di Roma nei luoghi dello sterminio nazista nella prima metà di aprile. Regard e altri esponenti istituzionali tra cui il Presidente della Provicia Nicola Zingaretti e Riccardo Pacifici accompagnavano in Polonia 350 ragazzi di Roma e dintorni. E’ la prima volta che un presidente dell’Ugei viene invitato al Viaggio della Memoria in questa veste.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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