asburgo

Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 aprile 2018
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Schönbrunn, il Ring, il Volksgarten conservano il proprio fascino austero anche nella morsa del gelo di non molte settimane fa. Mentre il freddo a tratti lancinante, il cielo grigio e la neve ghiacciata che copre i giardini avvicinano la Vienna di oggi a quella di macerie in bianco e nero del “Terzo uomo”, con le sue foglie turbinanti al vento nei viali alberati e le ombre che rasentano i marciapiedi e si allungano fino a confondersi con l’oscurità.

Ho trascorso i giorni precedenti Purim nella capitale della piccola repubblica alpina, non più di un secolo fa centro di un impero multinazionale e baricentro dell’Europa danubiana, oltre che del mito asburgico. Eppure, oggi, del passato illustre rimangono vestigia sì preziose, ma che a stento riescono a balbettare risposte ai visitatori di tutto il mondo. Persino dalla cripta del convento dei cappuccini, che ospita decine di sarcofagi con le spoglie degli imperatori, il mito dell’Austria felix sembra fuggito irreversibilmente, come gli dei da Atene al tempo della chiusura delle scuole filosofiche. Rimane, quella sì, la raffinatezza delle cose belle e lontane, il fascino silente di tanta archeologia. Ma se sepolcri della cripta sono muti, continuano a parlare invece migliaia di pagine: quelle in cui prendono vita i piccoli ebrei galiziani di Roth, l’afflato umanitario di Werfel, le scintillanti memorie di Zweig, l’adolescenza entusiasmante di Canetti. E ancora l’epos di Hofmannsthal, la critica dissacrante di Kraus, l’arte classica di Broch e Musil, la raffinatezza di Schnitzler, ma anche la prosa limpida di Freud, il teatro di Grillparzer, le sinfonie di Strauss, la dodecafonia, l’espressionismo…

Il luogo che forse più di ogni altro ha riassunto idealmente qualcosa di tutto questo, almeno per me, è il cimitero Zentralfriedhof, che si trova a sud della città, e in particolare la sua grande e notevole sezione ebraica antica. In una gelida mattinata d’inverno, sotto lentissimi fiocchi di neve, tre o quattro daini corrono leggeri tra lapidi inclinate e imponenti costruzioni famigliari, tra le tombe spoglie dei tanti soldati caduti nella Grande guerra e pietre dalle iscrizioni quasi cancellate dall’edera e dal tempo. E’ forse tra queste fredde tombe che aleggiano ancora le ombre del mito e l’immagine di una città che fu.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 novembre 2017
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“Mio zio David era un europeo consapevole, in un’epoca in cui nessuno in Europa si sentiva ancora europeo, a parte i membri della mia famiglia e altri ebrei come loro. Tutti gli altri erano panslavi, pangermanici, o semplicemente patrioti lituani, bulgari, irlandesi, slovacchi. Gli unici europei di tutta l’Europa, negli anni venti e trenta, erano gli ebrei. Mio padre diceva sempre: in Cecoslovacchia vivono tre nazionalità: cechi, slovacchi e cecoslovacchi, cioè gli ebrei. In Iugoslavia ci sono i serbi, i croati, gli sloveni e i montenegrini, ma anche lì vive una manciata di iugoslavi smaccati, e persino con Stalin ci sono russi e ucraini e uzbeki e ceceni e tatari, ma fra tutti vivono anche dei nostri fratelli, membri del popolo sovietico” (Amos Oz, “Una storia di amore e di tenebra”, Feltrinelli, ed. 2005 p. 86).

In tutta onestà sono convinto che gli anni trenta, oggi, non siano tornati, nonostante il risorgere diffuso di tensioni nazionaliste, localiste, particolariste, in buona misura frutti troppo maturi del risveglio delle identità. Un risorgere che ha evidentemente un legame con la diffusione sul Continente di razzismo, intolleranza e odio per il diverso e lo straniero, quel fascismo che non era morto, ma che oggi come mai prima dal 1945 rivendica se stesso e la propria storia e, come sempre in simili circostanze, l’antisemitismo, mostro proteiforme sempre pronto a riaffiorare dagli abissi marini.

Dell’Europa sull’orlo della disgregazione è paradigma l’Austria degli Asburgo, l’impero sovranazionale incastonato in uno spazio fuori dal tempo da tanti narratori, poeti e intellettuali ebrei. Sembra, oggi, di assistere al declino dell’idea di Europa, una decadenza che può durare decenni, come quella dell’impero di Francesco Giuseppe, finché un giorno ci si accorgerà che i giochi sono fatti e il mondo, quel mondo in cui ci si illudeva di vivere, è già finito da tempo. È forse una prospettiva eccessivamente pessimistica, eppure ci riguarda da vicino, come ebrei cittadini per eccellenza dell’Europa senza frontiere. Torna allora alla mente il dramma “3 novembre 1918”, in cui Franz Theodor Csokor tratteggia la dissoluzione babelica dell’impero asburgico. Al funerale del colonnello – epitome del funerale di Francesco Giuseppe e dell’Impero – gli ufficiali ungheresi, sloveni, cechi, polacchi e italiani gettano ciascuno una manciata di terra a nome della propria piccola, nuovissima Patria. L’unico che getta la sua alle parole “terra dell’Austria” è il dottor Grün, ebreo: l’unico a rimanere asburgico dopo gli Asburgo. Europeo dopo l’Europa, forse. L’orfano dell’impero smembrato – del Continente disunito –, e loro erede, l’unico che ha perso un Paese senza per questo averne ottenuto un altro.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 gennaio 2017
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schoNel centenario della morte, da poco trascorso, celebriamo l’Imperatore Francesco Giuseppe I, che nei suoi 68 anni di regno ricercò la pace e la giustizia per tutti i suoi popoli, proteggendoli dalle persecuzioni politiche, nazionali e religiose che devastarono la Mitteleuropa dopo la dissoluzione degli equilibri culturali, religiosi ed economici dell’Austria-Ungheria. Ancora deve sorgere un progetto politico e umanistico in Europa altrettanto ambizioso e lungimirante.

A un italiano di oggi l’impero asburgico, l’odiato impero reazionario uscito vittorioso dal congresso del 1815 col suo cerimoniale spagnolo, coi suoi riti accumulati in quasi un millennio di storia, il suo conservatorismo, la sua tradizione, potrà sembrare un semplice pezzo d’antiquariato, un soprammobile un po’ retrò da sfoggiare magari negli affettati salotti letterari di Magris per fare snob, o per darsi un’aria un po’ chic, ma soprattutto perché persino in Italia la nobile ed elegante Mitteleuropa ancora vende molto più di qualche paccottaglia risorgimentale. Superato dalla storia, sepolto dal secolo breve, Francesco Giuseppe è per molti italiani il nemico della Grande guerra, il mandante di Radetzky, il baffone che beffardamente scrisse “ai suoi popoli” di combattere i loro fratelli regnicoli – e loro li combatterono. E dopo un secolo e mezzo di astio risorgimentale e di menzogne fasciste, così sarebbe ricordato ancora oggi: il diabolico piano del macellaio Cadorna mieterebbe tuttora le sue ignare vittime, non fosse stato, forse, che per l’indimenticabile film sulla principessa Sissi, che tanta simpatia ha raccolto anche in Italia.

scho2Sospinti dal macabro soffio letterario dei “poeti della decadenza” ebraica della Vienna ormai prossima alla catastrofe, dai Musil, dagli Schnizler, dagli Zweig, e dai tanti altri in quella scia, saremmo tentati di lasciarci trasportare in un mondo mitico, artefatto, in una ricostruzione manieristica che, lungi dalla nostalgia, ci potrà strappare tuttalpiù un ghigno un po’ sadico sulle labbra. E’ vero, quel mondo stava per finire, e gli Ebrei sentivano avvicinarsi la fine in modo più greve e triste di tutti gli altri: dalla sua tragedia gli Ebrei avevano da perdere più di qualsiasi altro tra i popoli dell’impero. Non perché dal dissolvimento dell’impero non avrebbero ricavato uno stato tutto loro – Israele nasce qui, con Herzl – né perché presentissero la Shoà, bensì perché sapevano che avrebbero perso per sempre la dimensione ultranazionale, una dimensione che poteva sussistere solo in un impero vasto, millenario e sovrannazionale come quello asburgico. Scrive Carl Schorkse, il più grande storico del periodo, che gli ebrei erano il “popolo sovrannazionale dello stato multinazionale”: essi svolgevano nella cultura, nell’arte e negli affari il ruolo che precedentemente era appartenuto all’aristocrazia. Gli israeliani di oggi, al confronto, si sentirebbero provinciali e marginali; da turisti, però, si trovano a casa visitando Vienna, il loro prototipo.

Francesco Giuseppe con la consorte Sissi
Francesco Giuseppe con la consorte Sissi

In nessun altro luogo si concentravano, come nella Vienna imperiale, persone, religioni, culture e tradizioni differenti in un crogiuolo fertile e pressoché unico nella storia europea, dando vita a esperienze moderne e innovative che, nel loro complesso, sono rimaste uniche nel panorama mondiale. Contrariamente alle leggende di una corte chiusa, ultraconservatrice e illiberale, il Kaiser aveva emanato una costituzione liberale nel 1867 e, da allora, si era fatto garante di fronte a tutti i popoli del suo variopinto impero del rispetto delle libertà di movimento, di religione, di stampa e dell’uguaglianza dei diritti per i suoi sudditi – comprese le libertà di espressione per tendenze che lui personalmente (e, diremmo, non a torto) aborriva: l’architettura modernista e le istanze nazionali – fintanto che queste non sfociavano nella rivolta e nel terrorismo, si capisce.
flagL’antisemitismo di personaggi quali Lueger e Hitler purtroppo faceva parte del panorama, e portò alla fine dell’idillio. L’impero stava per crollare sotto la scure dell’odio etnico e dei nazionalismi ma, da allora, il retaggio della Vienna imperiale non solo non è morto, ma è sublimato: il potere propulsore di quell’esperienza era troppo grande per esaurirsi con la sconfitta, per fermarsi di fronte all’abbruttimento della guerra e del tradimento. Esso ha travalicato le barriere di ideologie disumane, che pure in qualche misura coesistevano in origine nel suo grembo, si è globalizzato, e oggi tutto il mondo progredito può dirsi erede di quel “grande mondo antico”, per parafrasare Fogazzaro. Dalla psicoanalisi alla statistica, dalla filosofia alla scienza, all’architettura, all’arte, nessun ramo dello scibile umano è esente dall’influenza seminale della Vienna di Franz Josef. Questi 100 anni sono stati tutti un unico, grande “secolo viennese”. Non più per la capitale imperialregia, ma per il mondo nel suo complesso.

Questo carattere ispiratore della Vienna asburgica è certamente un’eredità ebraica, che è destinata a restare viva per sempre. L’unico impero liberista e umanista della storia è caduto sotto i colpi brutali dei totalitarismi e dei nazionalismi ma, al contrario della leggenda popolare che vede la vecchia Vienna morta e sepolta, sono invece le ideologie disumanizzanti dei suoi nemici a giacere oggi, dopo un secolo che ha seminato i suoi cadaveri a milioni, sconfitte e sepolte per sempre sotto le ceneri della storia. Non le rimpiangeremo. Se invece, in futuro, un nuovo ordine dovrà instaurarsi, se un mondo nuovo ci aspetta, non potremo far altro che augurarci che sia l’erede di quello vecchio, di quel mitico mondo viennese tollerante e illuminato, e dei suoi più illustri rappresentanti: il saggio e buon Kaiser Franz Josef e Sissi, l’eternamente splendida imperatrice che ancora oggi regna incontrastata sui cuori di tutti i discendenti dei suoi sudditi.

Edoardo Fuchs


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 gennaio 2017
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franzCento anni fa, la sera del 21 novembre 1916, dopo sessantotto anni di regno ininterrotto, moriva nel castello di Schönbrunn Francesco Giuseppe. Un mondo è finito, crollato un ordine, le porte si aprono al caos. Quel mondo era l’Impero degli Asburgo ed era il suo sovrano, Francesco Giuseppe, a propria volta un po’ come “certe stelle, che si vedono ancora benché non esistano più da migliaia di anni”, come scriverà Musil nell’Uomo senza qualità. Un re e un Impero che si fondono in una figura unica, quella della favola, del mito. “Non una semplice trasfigurazione del reale ma la sua completa sostituzione”, ha scritto Claudio Magris, “la sua deformazione”. Perché questo è un mito che soverchia la realtà, la relega ai margini, la sostituisce appunto. Il mito è letterario, è culturale, ma è tanto forte da imporsi ai fatti della storia, non da ultimo è una risposta alle filosofie della storia monistiche, semplicistiche e in definitiva insufficienti, come alcune di quelle che nel corso del Novecento si sono richiamate alla riflessione di Marx. Questo è un mito che svelle i paletti che segnano frontiere nuove e troppo umane, ignora il cambiamento, lo vince immobilizzando l’istante. Qui Francesco Giuseppe è la chiave di volta che tiene insieme le nazioni che compongono l’Impero, una pietra però – questo il senso della frase di Musil, piccola perla in una delle cattedrali del mito stesso – già frantumata molto prima del 21 novembre 1916. Oppure è una chiave perfettamente intatta ma ormai inutile: tutte le serrature sono state sostituite. L’eccezionalità di questo mito rispetto ad altri non è che prosegua dopo la morte dell’imperatore e la fine dell’Impero, ma che nasca prima, colorando gli ultimi decenni del dominio asburgico con una forte tinta di decadenza, di malessere impossibile da vincere, di sentimento della fine inevitabile, sempre più inevitabile tanto più a lungo si protrae. Paradigma del potere dell’estetica.

radeFrancesco Giuseppe, come l’Impero, vive nel passato e nello spazio immobile del trascendente. E’ vecchissimo: nella Marcia di Radetzky di Roth confonde tre diverse generazioni di Trotta, è incapace di riconoscere se ha di fronte colui che tanti anni prima lo ha salvato sul campo di Solferino oppure il figlio o il nipote. E’ l’istituzione, l’Impero senza tempo con cui si relazionano le persone, gli esseri umani che, diversamente da lui, provano sentimenti, che nascono, vivono, muoiono. Francesco Giuseppe non agisce, non cambia, esile e marmoreo insieme si fa garante di qualcosa, ma è sempre meno chiaro di che cosa. Perché lo spazio in cui presenzia, immobile, la sua figura ieratica – spazio scoperto in Italia a partire dal Mito asburgico di Claudio Magris – non è quello della storia. Non solo, della storia è rovesciamento esatto, negazione radicale. E’ l’illusione dell’armonia, dell’equilibrio di un mondo imbalsamato, sospeso, che termina proprio con l’irruzione della storia: perché, idealmente, l’imperatore non muore nel suo letto a Schönbrunn ma, proprio negli stessi giorni, sulle trincee insanguinate di Verdun.

È illuminante un passo del “Frutto del fuoco” in cui, all’altezza del 1926, Canetti descrive il suo professore di chimica Hermann Frei. “Quando verrà il mio imperatore, mi trascinerò in ginocchio fino a Schönbrunn!”, esclama il professore a dieci anni dalla morte di Francesco Giuseppe. Continua Canetti: “Mi chiedevo a chi pensasse, quando diceva ‘il mio imperatore’: al giovane Karl, del quale nessuno sapeva immaginare che tipo fosse, o proprio all’imperatore Francesco Giuseppe, redivivo?

Verdun 1916
Verdun 1916

Tra Ottocento e Novecento il fiore della cultura danubiana si fa portatrice del mito e contribuisce alla sua cristallizzazione, con un’opera che prosegue e si accentua dopo il crollo politico dell’ideale imperialregio, ma che era in atto già da decenni. Questa cultura della decadenza non solo vede il contributo e la partecipazione di numerosi ebrei ma, soprattutto, fatto propri alcuni aspetti centrali della tradizione ebraica. Come il sole imperiale è sempre quello, malinconico, del tramonto, così l’ordine di Francesco Giuseppe è copia, anche se pallida, della legge ebraica in esilio. È la ripetizione di un rituale, farmaco contro l’oblio, ed è un primo elemento intensamente ebraico. La sacralità della cerimonia, la liturgia del rito non si ergono ad argine contro la fine, intuita con fatalità ben prima che si verifichi ed evasa ancora a lungo dopo la disgregazione. Al contrario, vedono la fine e la estendono a coprire elasticamente il paesaggio di decenni in un istante senza tempo.

Francesco Giuseppe, in particolare nei romanzi di Roth, è una figura lirica e mitologica, esprime epica solitudine, impotenza, saggezza. Come i violinisti fluttuanti nell’aria nelle tele di Chagall, anche il garante dell’ordine imperiale è portato dal vento. Un fantasma, un’idea rassegnata che non si muove per volontà propria e sa bene che la sua sopravvivenza dipende dal vento stesso. La sua cifra è l’attesa.

"Il corteo funebre dell'imperatore Francesco Giuseppe lascia il castello di Schoenbrunn", di R. von Meissl
“Il corteo funebre dell’imperatore Francesco Giuseppe lascia il castello di Schoenbrunn”, di R. von Meissl

L’impero degli Asburgo, inoltre, è fondato su un ideale superiore, la sovranazionalità, che non può reggere all’urto della storia – degli Stati nazionali, delle mitragliatrici della Grande Guerra. Francesco Giuseppe, come Ciro il Grande venticinque secoli prima, si rivolge “ai miei popoli”, una formula che non ha tempo. Ma di fronte all’incedere della storia il destino è scritto. La via di fuga è allora non già la lotta contro la storia, ma l’uscita da essa, nella regione inattaccabile del mito. Ecco dunque, ancora con Roth, il turbinio magico e agghiacciante di “Fuga senza fine” e della “Milleduesima notte”. Perso è il santuario nello spazio, rimane quello nel tempo; davanti alle rovine di un mondo distrutto dalla storia resta il sentimento di un impossibile ritorno. Una piccola costellazione di elementi tipicamente ebraici.

todE poi i protagonisti. Schnitzler scandaglia l’instabilità dei valori e la loro dissoluzione. Hofmannsthal, di fronte al presagio ossessivo della fine imminente e inevitabile, tenta di salvare frammenti di un mondo che non c’è già più – ancora con Musil, “astro ancora visibile, ma spento da secoli” – e sceglie l’evasione dalla realtà. Kraus vede con lucidità la crisi e l’ipocrisia che la circonda, e impugnando la fiaccola della negazione si fa fustigatore della Vienna “stazione meteorologica della fine del mondo”, una capitale ormai senza Impero. Il raffinato Zweig colleziona fotografie del “mondo di ieri” mentre Werfel rimpiange l’ecumene asburgica quando ormai nazionalismi e odio antisemita si diffondono a macchia d’olio in Europa. E naturalmente Joseph Roth, il più grande tra i costruttori del mito, e i tanti personaggi ebrei che popolano i suoi libri. Piccoli ebrei orientali: i cittadini per eccellenza dell’Impero di Francesco Giuseppe.

Della dissoluzione babelica dell’Impero asburgico dà una rappresentazione anche Franz Theodor Csokor con il dramma “3 novembre 1918″, scritto nel 1936. Al funerale del colonnello – ancora una volta immagine per il funerale di Francesco Giuseppe e dell’Impero – gli ufficiali ungheresi, sloveni, cechi, polacchi e italiani gettano ciascuno una manciata di terra a nome della propria piccola, nuovissima Patria. L’unico che getta la sua alle parole “terra dell’Austria” è il dottor Grün, ebreo: l’unico a rimanere asburgico dopo gli Asburgo. L’orfano dell’Impero smembrato, e suo erede, l’unico che ha perso un Paese senza per questo averne ottenuto un altro.

Articolo di Giorgio Berruto pubblicato su Hakehillah



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