antisemitismo

Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 gennaio 2017
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trump“Cacciate i pregiudizi dalla porta, rientreranno dalla finestra”, diceva Federico II, ed è più o meno quello che passa nella testa di molti ebrei americani dopo le elezioni di novembre. Non perché sia successo qualcosa di così drammatico, ma per un cambio di tono di fondo, non solo politico, che improvvisamente rende l’America più simile all’Europa, un potenziale pericolo a lungo termine, non immediato. E’ spuntata una serie di dilemmi per gli ebrei americani, che sembrano immersi in un eterno gioco di “schiaccia la talpa”, dove il focus su che tipo di antisemitismo condannare… o come interpretare alcuni incidenti, cambia a seconda di dove batte il martello.

Non si può dire che sia un’epoca di panico, o chi lo dice esagera, per una ragione o per un’altra; non si può dire che questa amministrazione sia per forza la salvezza per gli ebrei, ma nemmeno la sua condanna. Il punto è proprio cosa si guarda. Il punto è proprio che c’è chi non guarda, guarda un solo aspetto e non l’altro. L’atto singolo o la politica estera, la frase antisemita o le parentele? In un’epoca dove il lavoro sulla tolleranza domina, dove ci sono persino eccessi di political correctness in un paese come l’America sembra ridicolo preoccuparsi degli ebrei. Ci sono tanti risvolti contraddittori e cambiamenti epocali, non percepiti oltreoceano, che meritano di essere esplorati, riflettendo anche sul fatto che il presidente americano giura sulla costituzione durante la settimana della Memoria, vicino al 27 gennaio.

Trump sale al potere dovendo gran parte del suo successo al genero Jared Kushner, un ebreo “esemplare”, che ha mosso le pedine giuste durante la campagna, che ha convertito la moglie Ivanka, amato da molte associazioni ebraiche, eppure deve anche la sua enorme popolarità a Alex Jones o a milioni di negazionisti su Twitter (e nella realtà…) che sostengono che la Shoah sia stata un’operazione meno terribile di quanto si pensi.

Jared Kushner con la figlia di Donald Trump, Ivanka
Jared Kushner con la figlia di Donald Trump, Ivanka

Com’è possibile? Sceglie David Friedman come ambasciatore in Israele, un altro ebreo dal curriculum perfetto, amico di Israele, e promette un’ambasciata a Gerusalemme facendo felice lo zoccolo duro di molte comunità, ma allo stesso tempo non ha la conoscenza basilare della cultura ebraica, ha alleanze con Putin che ha discriminato gli ebrei ucraini e non condanna apertamente marce e raduni fatti in suo nome, dove si fa il saluto nazista a Manhattan. Ha una posizione su Israele più chiara, urlata quasi, in una fase dove John Kerry e Obama alienano persino gli ebrei più democratici, ma dalla sua vittoria i neo-nazi del Montana hanno fatto liste di tutti gli ebrei che abitano in alcune città. L’hanno votato rabbini e veri neo-nazi (non adolescenti annoiati e violenti, neo-nazi veri), immigrati latinos e anti-immigrati e questo porta a farsi delle domande.

Per esaminare alcune contraddizioni bisogna capire come quest’elezione e lo stato degli ebrei in America sia tutto meno che bianco o nero, ma anche i rischi nell’appoggiare un politico senza porsi domande. E’ più “utile” agli ebrei americani un presidente che fa un seder di Pesach “cool” con mille riflettori puntati come Obama, con gioia, ma viene criticato per la politica estera? O un potenziale discorso di Ivanka Trump e un incontro tra i mille che il padre farà con Netanyahu? Non è una questione così semplice di politica interna vs politica estera, ma di come vivranno gli ebrei americani per i prossimi quattro anni.

Qualche mese fa alcune amiche ventenni sono andate a incontrare Ivanka in Florida in una sinagoga vicino a Miami, dove il “pandering” (ovvero: il discorso politico costruito ad hoc per il gruppo cui ci si rivolge) agli ebrei era la norma. La mamma di una ha chiesto: “Cosa farà contro l’antisemitismo che è aumentato vertiginosamente durante queste elezioni?” Ivanka ha tentennato. La signora ha offerto dati, ha raccontato come i giornalisti ebrei siano stati segnalati su Twitter con le parentesi ((( ))), lei l’ha assicurata che inviterà il padre a Shabbat spesso… Eppure quella madre ortodossa e aperta ai Trump si stava chiedendo non “cosa succederà nel governo?” ma “come sta cambiando la vita di un ebreo moderno, malmenato dove prima camminava fischiettando la canzone del ‘Violinista sul tetto’?” E’ un antisemitismo specificamente contro gli ebrei oppure sono atteggiamenti e ragionamenti di stampo antisemita (comunque gravi) diretti contro un’idea astratta di potere, un occidente globalizzato o alcuni capri espiatori?

Niente è stato tradizionale in quest’elezione, vero o falso, destra o sinistra, guerra fredda o twitter flame wars, quindi facciamo un passo indietro. Partiamo dal presupposto che per quanto non ami Trump – principalmente per il fatto che ha distrutto alcuni meccanismi istituzionali sani e incoraggia un’anti-cultura che ignora i fatti empirici — non è l’apocalisse. E so bene quali sono le ragioni che spingono ad appoggiarlo per alcuni ebrei europei: la sfiducia negli estremi di una sinistra debole o a volte davvero antisemita, dietro varie maschere, la fiducia in governi precedenti americani di destra (anche se Trump non è di destra), qualche frase che mette al primo posto la sicurezza di Israele, qualche scelta azzeccata.

So anche che l’analisi eccessiva che i social media ci permettono di fare oggi, fanno guardare a ogni scelta del suo team con un’attenzione esagerata, come un’accozzaglia di matti, di cui possiamo scoprire ogni scheletro nell’armadio su Google. Alcuni sono inesperti o appoggiano idee molto limitanti, altri però non sono i mostri dipinti dai democratici. Mi hanno infastidito amici democratici che hanno paragonato la vittoria alla Kristallnacht (la Notte dei cristalli), ma ho visto anche episodi di antisemitismo a Manhattan, vetrine rotte… che mai avrei immaginato in tutta la mia vita, e mai ho visto in 10 anni, ho visto cambiare un linguaggio online, ho affrontato discorsi che non facevo dal liceo in Italia, quando normalmente in Usa parlare di argomenti ebraici era come parlare del tempo. Ho visto risorgere visioni revisioniste che un tempo appartenevano ai gruppi agli estremi.

kristPer tutta la campagna mi sono immersa in narrative diverse da quelle mainstream cercando tra i tanti, tantissimi supporter di Trump tutti quelli che non corrispondevano a stereotipi, il motivo per cui, al contrario di molti democratici o di chi si appoggiava solo ai numeri, ero sicura della sua vittoria. Gente colta, con valori che l’hanno votato. Non li ho demonizzati. Ascoltandoli attentamente non ho percepito ideologie ben definite pericolose, ma più un generale senso di frustrazione e tantissimi elementi che ho affrontato in altro genere di articoli.

Ho accettato le critiche alla Clinton, ma ho seguito ogni giorno i suoi acerrimi nemici tra l’estrema sinistra e la cosiddetta alt-right (estrema destra) o idoli twitter come Bill Mitchell, e contro di lei si è sprecato in un modo da far paura ogni singolo elemento dell’antisemitismo da manuale, teorie del complotto spaventose. Contro Trump non mancavano gli insulti, ma non erano mai antisemiti. Non sono esagerazioni ma il proliferare di immagini da troll con simboli antisemiti, passaggi del “Mein Kampf”, pensieri dei peggiori teorici post-verità dell’estrema destra e sinistra, contro chi controlla il potere, l’accusa alla Clinton di non essere abbastanza sicura su Israele, ma poi la valanga di insulti molto pesanti per un’email amichevole mandata da Hillary a un Rotschild. Dove Rotschild era visto come il demonio (notizia che è passata piuttosto inosservata in tanti circoli ebraici).

Non capire questo gioco dove funziona tutto e il contrario di tutto vuol dire non capire la politica attuale. O in alcuni casi più gravi immolarsi a una causa. Si può chiudere un occhio sull’antisemitismo che si insinua nelle forme più subdole per proteggere un ideale di senso di sicurezza geopolitico? E una sicurezza globale che forme assume? E’ più importante affrontare le questioni una ad una nel loro contesto oppure guardare anche a effetti più sotterranei che legittimano atteggiamenti che solo pochi anni fa appartenevano esclusivamente a chi stava in una cantina con lo scolapasta in testa? Un esempio lampante di questi gomitoli contorti: quando Trump dice che ha perso il voto popolare per via degli illegali (ovvero di chi ha votato pur non essendo un cittadino, cosa praticamente impossibile) sta citando Infowars. Infowars non è una fonte qualsiasi, ma un sito che spiega che l’11 settembre è stato organizzato dall’interno dagli ebrei, che l’attentato alla maratona di Boston pure…

E’ una battaglia che forse quindi non si può vincere. Da un lato quello che dice potrebbe sembrare solo un po’ conservatore o anche un’opinione che ha diritto di avere per libertà di parola o denuncia del sistema elettorale americano che obiettivamente fa acqua da tante parti, dall’altro qual è il rischio più grosso delle fonti a cui attinge? Se ne accorge? E’ un problema repubblicano o di tutti oggi l’attingere a queste fonti? Se un suo elettore crede a questa argomentazione, cosa lo ferma da crederne ad altre su Infowars? Se la risposta sembra facile, basta andare a uno Shabbat nell’Upper West Side per sentire ebrei che hanno votato democratico per generazioni sostenere teorie revisioniste sulla stessa storia ebraica… Fenomeno che è apparso solo negli ultimi 2-3 anni.

infoCome si bilancia il micro con il macro? Quando per esempio c’è un attacco terroristico a Parigi siamo i primi a spostare il focus sulle fondamenta dell’islam, se si guarda a tutta una serie di cause e effetti. Lo facciamo, nel migliore dei casi, non per un atteggiamento ideologico, ignorante o razzista, ma per guardare, come spiegano anche professionisti come Maurizio Molinari, ai rapporti tra famiglia, casa, scuola, società e così via. Spiegare il Bataclan solo con differenze sociali o follia del momento non basta. Qui però è uguale. O dovrebbe esserlo. Lo dimostra il supporter di Trump che è andato a sparare in una pizzeria di Washington DC, credendo a una teoria del complotto assurda nata su internet che collegava la Clinton a un racket pedofilo. Per miracolo non è morto nessuno.

Il voto a un candidato è libero e lo stesso candidato, tolti i filtri ideologici, non è nemmeno la fine del mondo, alla fine governa un “sistema”, tutti hanno pro e contro, ma cosa succede nelle case e scuole? Quanto questi due mondi comunicano e contano? Un altro esempio paradossale è stato il caso di Malik Obama. Al terzo dibattito i “trumpisti” invitano il fratellastro di Barack. Malik Obama è un uomo instabile, esplicitamente pro-Hamas. Nonostante sia stato ripudiato da Barack, durante il dibattito era una mossa politica valida… per screditare un avversario. Però poi tanti dell’entourage di Trump hanno pubblicato selfies sorridenti con Malik, vantandosi del fatto che avrebbe votato Trump e creando un supporto a catena anche tra ebrei. Quindi il messaggio contraddittorio che è passato era: Malik è terribile, pro-terroristi e fa far brutta figura a Obama ma è meraviglioso che uno come lui pro-terrorismo e pro-“tutto quello che odiamo” voti per Trump…

E così ebrei che non vogliono avere giustamente nulla a che vedere con Hamas, o condannano Pallywood (le false notizie di alcuni enti palestinesi) e tanto altro, poi finiscono o per appoggiare apertamente Malik oppure per dover infilarsi in vicoli ciechi come “appoggio il candidato ma non ogni persona che lo appoggia”. Non chiedendosi: sto legittimando un candidato o sto legittimando delle fasce estremiste?

Eppure capisco che non sia tutto sempre così semplice perché in mezzo a questioni gravi come Infowars, ci sono anche lamentele “liberal” veramente superficiali e esagerate dall’altra parte per la più piccola trasgressione non politically correct. Ci sono anche atteggiamenti troppo perbenisti e fintamente giustizialisti che hanno portato a un fastidio, a una diffidenza verso il mondo liberal. In America e negli ebrei della diaspora con Trump si è creato uno scisma interno. Soprattutto dopo le elezioni, quando si sono cominciate a vedere svastiche a Brooklyn… a pochi metri da dove Woody Allen ha girato capolavori come “Radio Days” e dove di svastiche ne hanno sempre sentito parlare pensando a Paesi europei come l’Italia o la Francia.

Tra chi continua ad appoggiare un candidato, vedendo questi come “problemi di sempre”, forse un po’ in aumento solo per le problematiche globali, chi lo appoggia con meno convinzione e si preoccupa, chi è molto spaventato da piccoli gesti a cui gli europei sono ormai (purtroppo) abituati per la prima volta nella vita, e chi esagera con la preoccupazione politically correct. E’ una domanda che in Italia per esempio ci si è fatti spesso tra ebrei di sinistra, rapportandosi alle tante facce della sinistra, senza esagerazioni. Vedere le occupazioni liceali che nel nome del “salvare il mondo” poi escludevano i ragazzi ebrei, oppure nel nome di una grande battaglia di sinistra, finivano a portare bandiere palestinesi che poco c’entravano. Questo non vuole dire non rimanere di “sinistra” (ammesso che questi termini abbiano ancora senso oggi), forse semplicemente aggiungere contraddizioni al proprio pensiero.

naziDovrebbe essere evidente però dopo aver esaminato meglio questi “gomitoli” e effetti collaterali che non può essere facile o responsabile dire “mi piace Trump per via di Israele” sapendo che farà una politica che uno può anche apprezzare, ma poi non può non condannare chi dei suoi supporters fa un rally nazista nel centro di Manhattan. E’ come bere un bicchiere di vino al giorno che fa anche bene, ma non preoccuparsi che l’alcol col tempo può anche avere effetti più pesanti, più nascosti e di struttura.

Cosa fare quindi se improvvisamente in una scuola un bambino viene picchiato perché ebreo, in America dove queste cose non sono quasi mai successe e dove gli ebrei hanno dominato culturalmente per decadi imponendo anche modelli di pensiero e libertà totali? Bisogna denunciare la cosa, o per chi è un supporter di Trump inserirla in un altro contesto? Cos’è più rischioso per un ebreo americano pro-Trump o anche semplicemente conservatore o democratico moderato, o critico di alcune scelte di Obama? Atti politici più tradizionali e magari più moderati o doppi o un’analisi antropologica degli elementi che stanno cambiando? Dare appoggio senza se e senza ma a Israele e agli ebrei europei della diaspora o agli ebrei nella realtà quotidiana americana? E queste, a prescindere dalle mie opinioni personali, non sono domande retoriche o provocatorie. In parte non saprei neanch’io come affrontare alcuni passaggi. Non bastano certo la famiglia di Ivanka e le cene di Shabbat a chiudere il vaso di Pandora che queste elezioni hanno aperto per i suoi supporters e certamente tante menzogne su Israele in altri contesti più “sinistrorsi” non aiutano nessuno.

In generale gli ebrei americani hanno votato democratico e ora ne soffrono. E’ comprensibile visto che, rispetto all’Europa, gli ebrei americani si sono sempre sentiti molto tranquilli, mai attaccati. Sono spesso pluri-laureati, filantropi e anche chi ha votato Trump l’ha fatto guardandolo come candidato, non come potenziale catalizzatore di forze sotterranee e pregiudizi millenari. Si trovano però in una posizione unica, dove vivono sulla loro pelle effetti collaterali per cui bisognava guardare meglio il foglietto illustrativo. Gran parte degli ebrei si trovano anche divisi tra difendere Israele e la nota poca parzialità dell’Onu, il sentirsi attaccati da un discorso di John Kerry che si distacca dal governo israeliano attuale e mostra un appoggio meno “ovvio” che in passato (anche se esistente) o, volendo, sembra anche dar materiale a possibili detrattori, e il vivere da ebrei americani e non europei o israeliani in una posizione unica, dove vivono sulla loro pelle effetti collaterali più legati alla società che alla politica per cui bisognava guardare meglio il foglietto illustrativo.

I paragoni con il nazismo, il fascismo all’inizio sono risultati molto inopportuni, ma passata qualche settimana la questione si è fatta più inquietante. Non solo nelle parole e nei fatti (piccoli e grandi episodi), ma nel meccanismo della propaganda, nel ribaltamento di verità che hanno sostanzialmente celebrato il white nationalism, David Duke (KKK), leader antisemiti. Allo stesso tempo è importante ricordare al democratico medio che ora reagisce anche all’ultimo dei tweet, drammatizzando, di non esagerare col vittimismo e che Breitbart, il sito tenuto da Steve Bannon, nel team di Trump, non è il Daily Stormer e non è nemmeno antisemita, è una sorta di Dagospia con notizie urlate alla Sgarbi e per altro molto pro-Israele.

383374 05: A hooded Klansman raises his left arm while another looks into the crowd during a Ku Klux Klan rally December 16, 2000 in Skokie, IL. A Wisconsin chapter of the Ku Klux Klan held a "White Pride Rally" on the steps of the Cook County Courthouse located in Skokie, a suburb northwest of Chicago. (Photo by Tim Boyle/Newsmakers)

Sono due tipi diversi di sistemi di giudizio per valutare la gravità di una cosa. Da un lato si può far leva minimamente su una complessità che “normalizza” alcuni exploits, pur denunciandoli, come l’italiano ebreo che ha fatto l’abitudine a graffiti con svastiche, insulti casuali un po’ da bar, muri etc. e non stupirsi di un relativismo maggiore o di vedere fenomeni emergere anche in alcuni ambienti americani ma sempre in casi isolati. Oppure bisogna anche non ignorare un americano perbene, che mai ha visto occupazioni con bandiere di Israele bruciate, la scritta casuale dell’anarchico, e scopre ora che i troll regnano supremi, e reagisce con orrore a fenomeni molto nuovi. Dando per scontato che l’antisemitismo è aumentato e questo anche se Trump rendesse Israele lo stato più bello del mondo, non cambia… (peraltro, senza mettere in dubbio il suo amore per il Paese, c’è anche il rischio che un appoggio eccessivo di una persona così eccentrica, radicalizzi anche l’odio pre-esistente verso Israele di alcuni). Come dicevo prima, quello che non permette reazioni ovvie è che a volte una giusta denuncia si accompagna purtroppo a un focus eccessivo delle persone su incidenti a volte anche ridicoli o ipersensibili. Ci sono troppe sorprese, contraddizioni, è un momento magmatico; i giornali sono impazziti attaccandosi a qualsiasi non-notizia, augurandosi quasi il peggio. Questo cocktail porterà a una sorta di profezia che si autoavvera e farà molto peggio di Trump stesso. Rimane questa strana equazione che tutti i tipi di antisemitismo siano pericolosi a modo loro allo stesso grado, ma ci si concentra sempre o su uno o sull’altro.

Due anni fa ho collaborato alla sceneggiatura di “Pecore in Erba”, il film diretto da Alberto Caviglia in cui si ribaltano (e capiscono) alcuni stereotipi sugli ebrei attraverso un personaggio puramente antisemita. Abbiamo guardato a tutto lo spettro dei pregiudizi, a destra e sinistra in Italia o alle sfumature nel gergo popolare, in fasce diverse, in contesti umani diversi, a monte dalla trama del film. Quando raccontavo di questo film in America sembrava un altro pianeta. Solo due anni fa.

David Duke
David Duke

Ricevevo o sguardi di preoccupazione e pietà come a dire “poveretti voi che sentite nei ristoranti nel centro di Roma termini come ‘sporchi ebrei’ nel 2014”, uniti a eccessi di orgoglio per l’ebraismo americano. Un film visto in Russia, Cina, Francia e in tantissimi altri Paesi, nonostante gli Stati Uniti in parte ispirassero anche aspetti della comicità del film stesso, sembrava estraneo, tosto da assorbire sull’Atlantico. Solo recentemente la trama del film ha assunto paralleli abbastanza unici con l’ascesa di Trump e con il mondo dell’antisemitismo americano attuale e ha sfondato una porta aperta.

Perché se molti ebrei si sono focalizzati negli ultimi anni sugli eccessi della sinistra, preoccupati dai primi casi di kefiah tra diciannovenni a Berkeley, allo stesso tempo hanno completamente ignorato i veri neo-nazi. Quelli che a Roma esistono in forma di ‘fasci’, ma che sembrano una pallida imitazione adolescenziale, un po’ moderata e italica, paragonati al vero KKK e ai veri gruppi white-nationalist, difensori della purezza della “razza bianca americana”. I discorsi e i video di alcuni di loro sono cose che neanche in un film mal sceneggiato sul nazismo fatto da un regista hollywoodiano si sentirebbero in modi così espliciti. Tra Casa Pound e David Duke c’è la differenza tra Sergio Leone e Tarantino in termine di impatto e violenza. Paradossalmente non aiuta che grazie alle bellissime rivoluzioni culturali del ‘68, alla profondità della nostra cultura moderna, alla complessità di chi può studiare, contraddire, aprirsi al mondo, siamo nel pieno del relativismo assoluto, abbinato alle rabbie dell’antipolitica attuale.

makeUscendo dalla dicotomia Italia/America e guardando al paese che ha iniziato involontariamente questo fenomeno a catena di elezioni recenti, l’Inghilterra, l’antisemitismo – che a Londra è tanto – è sempre stato meno legato agli ebrei singoli e più anti-establishment. Al rifiuto dei poteri forti. Viene quindi da chiedersi se sia proprio l’emergere di una visione globale anti-establishment che ha riunito gli elementi peggiori di tanti gruppi che fino a oggi non erano così estremisti. O che tutti questi gruppi hanno tante facce ma quelle che oggi hanno la spotlight siano gli elementi peggiori che forse ci sono sempre stati.

Alla fine bisogna guardare alle cose in altri modi. Nel bene e nel male. Ci sono giorni in cui l’amica che solo due anni fa vedeva le mie vacanze italiane come un mondo a pochi passi da Alba Dorata, ora si dispera per un graffito antisemita sul campo da tennis della sua infanzia, e mi fa pensare a un clima che è cambiato drasticamente. Ci sono giorni in cui ricevo 26 messaggi da un’altra amica, di quelle ipersensibili che vogliono i “safe spaces” nei college, preoccupata che la sua carta da regalo non sia abbastanza “non-denominational” e possa offendere un bambino ebreo, neanche troppo religioso, se sulla carta dei regali di Hanukkah c’è un pupazzo di neve (e non Gesù, Babbo Natale o il paganesimo di Halloween, un pupazzo di neve su carta blu). Anche se gli eccessi di zelo possono essere sinonimo di empatia e comprensione, bisogna lavorare per un mondo dove ci sia una via di mezzo tra il terrore nel vedere il bianco di un pupazzo di neve e quello del cappuccio del KKK. 

Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006
Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006

Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 gennaio 2016
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kippahIn un clima di indifferenza pressoché generale al di fuori del mondo ebraico, abbiamo visto, negli ultimi tempi sempre di più, il susseguirsi in tutta Europa di attentati, intimidazioni o semplici situazioni spiacevoli ai danni di molti nostri correligionari. È vero che ciò avviene in un momento storico in cui tutta l’Europa, e non solo, si ritiene sotto la costante minaccia del sedicente Stato islamico, ma è altrettanto evidente, dato il numero esiguo della minoranza che il popolo ebraico rappresenta nel mondo, che esiste un problema più antigiudaico che antisemita.

Fa notizia, dopo l’ultima aggressione di Marsiglia, l’invito fatto agli ebrei dalle autorità francesi di non indossare pubblicamente la kippà o altri simboli distintivi della nostra fede. Forte la reazione del Rabbino capo di Francia Haim Korsia: “Continueremo a portare la kippà”. Forte anche la reazione dell’UEJF, Union des Etudiants Juifs de France, che si è fatta promotrice di un iniziativa che consisteva nel girare per le strade di Parigi proponendo ai passanti (uomini e donne) di farsi una foto con la kippà in testa e un cartello con suscritto l’hastag #kippapeur.

Da qui le imitazione nostrane: Il Foglio, in prima pagina, invita tutti per la Giornata della Memoria del 27 gennaio a indossare una kippà. Tralasciando l’infelice scelta della data, con cui personalmente faccio davvero fatica a vedere una connessione, è interessante osservare come il mondo ebraico abbia reagito alla proposta. C’è chi aderisce con entusiasmo, chi coerentemente con le proprie abitudini sostiene che non la indosserà e chi per le stesse ragioni sostiene che la continuerà a indossare.

Haim Korsia, Rabbino Capo di Francia
Haim Korsia, Rabbino capo di Francia

Siamo sicuri che siano queste le risposte giuste da dare? Non si rischia forse di politicizzare un simbolo intimo, quale è la kippà, che dovrebbe ricordarci della presenza divina al di sopra di noi?

Io ormai da molti anni indosso la kippà tutti i giorni: a scuola, per strada, ora all’università. Forse mi è difficile intendere il senso di questa “reazione d’orgoglio” nell’indossare qualcosa che considero parte del mio vestiario quotidiano. Tanto più mi riesce difficile accettare l’idea che dei non ebrei intendano usare un mio simbolo religioso per una campagna che lasciano intendere, non troppo velatamente, di mettere in opposizione al World hijab day del primo febbraio, in una sorta di guerra, questa sì molto velata, tra civiltà in cui quella ebraica vuole essere chiamata a rappresentare i valori dell’occidente.

Mentre questi pensieri mi balzano per la mente, però, interviene dentro di me un inaspettato senso di déjà vu. Ma nishtana ha-laila ha-zeh mi-kol ha-leilot? Durante i giorni di Pesach siamo soliti cambiare le nostre abitudini. Modificare sensibilmente la nostra vita per renderci conto di chi siamo e di quale sia la nostra storia. In questi anni abbiamo visto in tutto il mondo nascere iniziative come lo Shabbat project: giornate in cui tutto il popolo ebraico si dovrebbe ritrovare unito a condividere  tramite lo shabbat un momento di comunità. A prescindere dall’effettivo risultato in termini di ritorno di partecipazione nelle nostre comunità a fronte di queste iniziative, resta comunque valido il concetto di fondo. Forse allora ha senso anche che tutti gli ebrei si trovino insieme in uno stesso giorno a indossare la kippà per ricordarci ancora di più chi siamo, quale sia il significato di quel pezzo di stoffa e quale sia realmente ciò che ci rende, dovunque nel mondo, un unico popolo.

Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei
Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei

Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 novembre 2012
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“Le camere a gas non sono mai esistite, lo sterminio non ha avuto luogo. La Shoah sarebbe una “favola” che gli ebrei vanno raccontando da decenni“.

Questo è ciò che i cosiddetti negazionisti affermano.

I primi negazionisti sono stati proprio i nazisti, i quali hanno tentato di occultare i loro crimini nascondendo ogni prova. Come si legge nel libro di Donatella Di Cesare che verte proprio sul negazionismo, i nazisti, sulla base del loro motto “Nacht und Nebel”, ovvero “Notte e Nebbia”, si adoperarono per garantire la sparizione, rigorosamente senza tracce, delle vittime.

Nella fattispecie, il nazismo non solo ha smentito il crimine, ma è risultato così ambizioso da negare l’esistenza stessa delle vittime: distruggendo le prove di ciò che è stato, si sarebbe cancellata l’esistenza non solo nel presente ma anche nel ricordo del passato che sarebbe stato possibile nel futuro.

Rebus sic stantibus, la negazione della Shoà è sì una forma di propaganda antisemita che nega l’evidenza dei fatti storici per fini ideologici e politici, ma in particolar modo si identifica come mero proseguimento dell’annientamento stesso.

Attualmente i negazionisti appartengono a vari schieramenti, nazionali ed internazionali; dipingono la Shoà come una truffa e si basano sulla teoria di un presunto complotto: idea non nuova, in relazione all’ebraismo, se si tiene in considerazione l’esempio della diffusione dei Protocolli dei Savi di Sion, volta anch’essa ad una fallace dimostrazione circa la cospirazione ebraica funzionale al controllo sulle dinamiche mondiali.

Se è vero che l’analisi storica è ritenuta necessaria e insostituibile per approfondire tutti gli aspetti della Shoà nel contesto storico-culturale in cui si è realizzata, è ugualmente vero che il negazionismo non è ricerca scientifica! Conseguentemente, le condotte dei negazionisti non devono trovare alcune forma di legittimazione sulla base del diritto alla libera espressione del pensiero.

La manifestazione di opinioni negazioniste della Shoà integra un abuso del diritto di espressione previsto dall’art.10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo dal momento che, sostenendo la negazione o la revisione di fatti storici definitivamente stabiliti, rimette in causa i valori che fondano la lotta contro il razzismo e l’antisemitismo e comporta inevitabilmente un pericolo per l’ordine pubblico. Pertanto, il suo perseguimento da parte della legislazione nazionale costituisce un’ingerenza legittima ad una misura necessaria in una società democratica.

Crescente è il numero di coloro che negano Auschwitz, non solo nell’ex territorio nazista, in Germania, bensì nel Medio Oriente, nelle Americhe e in molti Paesi europei.

In paesi come l’Austria, la Francia, il Belgio e la Germania negare la Shoà è ritenuto un reato, mentre viene sanzionato in paesi come Israele, Portogallo, Spagna e Svizzera.

Finalmente anche l’ Italia, benché con notevole ritardo, vuole uniformarsi alle normative degli altri paesi europei nel contrastare ogni forma di negazionismo del genocidio degli ebrei e delle altre minoranze etniche e favorire una maggiore cooperazione giudiziaria, tanto che nel 69° anniversario della deportazione degli ebrei romani nei lager nazisti è stato presentato in Senato un Disegno di Legge contenente “Modifiche all’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, in materia di contrasto e repressione dei crimini di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello Statuto della Corte penale internazionale”.

L’iniziativa nasce dalla volontà di far sì che anche in Italia esista una norma di contrasto di quelle forme di negazionismo che costituiscono uno degli aspetti più odiosi delle pratiche razziste.

Alla presentazione del Disegno di Legge sono intervenuti il Presidente del Senato, Renato Schifani, la senatrice Silvana Amati (prima firmataria del ddl), Anna Finocchiaro (presidente del gruppo parlamentare PD), Lucio Malan (segretario alla Presidenza del Senato), la Professoressa Donatella Di Cesare, il presidente dell’UCEI Renzo Gattegna, il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici.

Infine, anche nel corso della riunione di Consiglio dell’UCEI del 28 ottobre, cosi come è stato fatto precedentemente dalla Comunità Ebraica di Roma, è stato approvato all’unanimità un documento di sostegno all’approvazione da parte del Parlamento Italiano di una legge di contrasto all’apologia, negazione o minimizzazione della Shoà, dei crimini di genocidio, dei crimini di guerra o dei crimini contro l’umanità, anche quando gli stessi vengono compiuti attraverso la diffusione di materiale per via telematica, così come previsto dal Protocollo addizionale di Budapest del 2003 per una legge che renda reati sanzionabili il negazionismo ed il cyber-crime.

Si auspica che sia approvato al più presto il Disegno di Legge presentato al Senato per introdurre il reato di negazionismo in quanto la memoria condivisa e la conoscenza e il rispetto della Storia sono un pilastro per costruire la società di oggi. L’augurio, pertanto, è quello che l’Italia, come altri Paesi europei, si opponga fermamente e legalmente contro questa ideologia che mina i fondamenti e i principi della democrazia europea risorta dalle ceneri di Auschwitz.

 Sarah Shirley Di Veroli


Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 giugno 2012
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“Il sito Stormfront deve essere chiuso”

“Non possiamo più permettere che siano tollerati comportamenti come quelli di chi, nelle ultime ore sul sito Stormfront, a proposito di Mario Balotelli, giocatore della Nazionale Italiana e della visita di quest’ultima ad Auschwitz, pronuncia affermazioni razziste ed antisemite di estrema gravità”.

Così in una nota il presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, Daniele Regard.

“E’ vergognoso – continua Regard – che dichiarazioni di questo tipo, che istigano senza alcun dubbio all’odio razziale, possano essere diffuse in totale libertà. Per questo come ebrei, ma soprattutto come giovani, portatori dei valori dell’uguaglianza, della tolleranza e della nonviolenza, ci uniamo all’appello della Comunità Ebraica di Milano affinchè il sito venga chiuso e i responsabili rispondano delle loro azioni”.

Daniele


Manuel Kanahmanuel16 giugno 2011

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“La possibibilità che lo stand israeliano debba essere spostato per motivi di sicurezza ci lascia davvero sconcertati”. Così commenta Daniele M. Regard, presidente dell’Unione dei Giovani Ebrei d’Italia, la possibile decisione del Ministero degli Interni di spostare la sede dello stand israeliano da Piazza Duomo al Castello Sforzesco a Milano.
“Ci rattrista vedere – continua Regard – come anche una iniziativa di carattere culturale ed economico come quella di “L’Israele che non ti aspetti”, che nulla vuole avere a che fare con le questioni politiche legate al conflitto mediorientale, venga strumentalizzata per demonizzare, ancora una volta, lo Stato di Israele ed i suoi cittadini.”
“Dispiace che ad ora il neo eletto sindaco Giuliano Pisapia si sia limitato a dichiararsi esclusivamente a favore di una soluzione di due Stati per due popoli, questione del tutto estranea alla kermesse israeliana, non prendendo invece le distanze dalle gravi minacce per la sicurezza pubblica, cosa che speriamo voglia fare al più presto. Ci auguriamo – conclude Regard – che le istituzioni recepiscano l’appunto che spostare i padiglioni israeliani rappresenterebbe solamente un chiaro segnale di come l’odio e la violenza nei confronti di Israele siano in grado di sovrastare la libertà e la democrazia anche nel nostro paese.”



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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