antisemitismo

Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 luglio 2017
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Come ha scritto correttamente su questo portale Giorgio Berruto, ci sono fenomeni che sono paragonabili ed altri che sono soltanto comparabili. Mettere sullo stesso piano di paragone l’antisemitismo e l’islamofobia potrebbe essere fuorviante ed errato, da un punto di vista terminologico, ma anche storico e sociologico.
Temere o provare diffidenza nei confronti dell’Islam non equivale sempre e indistintamente ad essere discriminatori o intolleranti nei confronti dei credenti musulmani o della religione islamica, sebbene una parte consistente di coloro che provano questo sentimento il più delle volte, volontariamente o involontariamente, lo sia. Comparare certi atteggiamenti antisemiti con altri islamofobici è invece auspicabile. Il problema è semmai nella sostanza, perché la paura è in sé un sentimento irrazionale rivolto sempre verso qualcosa che non si conosce e comprende pienamente, avvertito come un presunto o ipotetico pericolo. Un distinguo che sovente viene poi trascurato è quello da operare tra Islam – il quale comprende un’infinità di modi di praticarlo, scuole, correnti e fenomeni tra cui il Sufismo, l’Alevismo, l’Ahmadiyya, l’Ibadismo o anche solo la differenza tra Islam rurale/locale e urbano/globale – e l’Islamismo, inteso come un Islam politico e ideologico che quindi eccede dalla sfera privata del singolo credente per assurgere a dottrina totalitaria. In un recente convegno tenutosi a Bari, la filosofa Agnes Heller ha affermato che “L’Islam è una religione, capace di convivere pacificamente con il cristianesimo e l’ebraismo, mentre l’islamismo è un’ideologia totalitaria, al pari del bolscevismo. Quest’ultimo usava Marx come bandiera nello stesso modo in cui, oggi, l’islamismo si serve dell’Islam per diffondersi. Voglio dirlo a chiare lettere: in una società di massa ogni ideologia può divenire totalitaria”.

Francesco Moisés Bassano

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 luglio 2017
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Nella città di Kielce, nella Polonia meridionale, nel 1941 vivevano 24.000 ebrei, più o meno tanti quanti gli iscritti oggi a comunità ebraiche italiane. Nei primi mesi del 1945 erano rimasti in due. Gli altri erano stati assassinati sul posto oppure deportati a Treblinka e uccisi all’arrivo con i gas. Nei mesi successivi alla fine della guerra tornarono circa 150 sopravvissuti, lo 0,6% della popolazione originaria. Passò poco più di un anno. Il 4 luglio 1946 una folla inferocita, gridando all’omicidio rituale, attaccò i superstiti massacrandone 42 e ferendone altri 50. Nei mesi successivi i pochi ebrei rimasti lasciarono Kielce. Nessuno rimase.

Lo storico polacco Adam Michnik, a lungo vicino al movimento Solidarność, ha ricostruito la vicenda in un volumetto pubblicato alcuni anni fa da Bollati Boringhieri dal titolo “Il pogrom”. Ancora più interessanti dello snodarsi dei fatti, però, sono le posizioni della Chiesa polacca immediatamente dopo la strage. Michnik riproduce il rapporto scritto dal vescovo Kaczmarek sui fatti di Kielce, compilato il 1° settembre. “Gli ebrei sono i principali propagatori del regime comunista”, scrive il vescovo, “ogni ebreo ha una buona posizione o infinite possibilità e facilitazioni nel commercio e nell’industria. I ministeri, i posti all’estero, le fabbriche, gli uffici, l’esercito traboccano di ebrei, e sempre nei posti principali”. Forse oggi può sembrare difficile accettarlo, ma non si tratta di un brano dei “Protocolli dei Savi anziani di Sion” o di simili libelli, bensì dell’intervento di un vescovo cattolico dopo un pogrom, peraltro successivo di pochi mesi all’assassinio sistematico di circa 3 milioni di ebrei polacchi e di altrettanti provenienti dal resto d’Europa.

Ma quello che segue è perfino peggio. “Gli ebrei europei tentano di dimostrare di essere perseguitati in alcuni paesi europei”, continua il vescovo, “per ottenere più facilmente la possibilità di partire per la Palestina”. Dopo aver ricordato che i media sono in mano agli ebrei, Kaczmarek scrive che “se è necessario dolersi perché sul fronte politico [sic!] in Polonia muoiono degli ebrei, bisogna dolersi anche del fatto che muoiano, e in quantità notevolmente maggiore, i polacchi”. Il vescovo, tra le molte cose, sembra non considerare la possibilità che esistano ebrei polacchi. La richiesta di condanna dell’antisemitismo fatta alla Chiesa polacca è “paradossale e addirittura oltraggiosa”. Peraltro “la stragrande maggioranza degli ebrei in Polonia diffonde in maniera zelante il comunismo, lavora nei famigerati Uffici di Sicurezza, arresta, tortura e uccide, e per questo va incontro all’avversione della società”. Gli ebrei, infine, adottano “metodi da Gestapo”: ecco chiudersi il cerchio con il cortocircuito antisemita per cui nazisti sono in realtà gli ebrei, il tutto con le tombe di Kielce ancora fresche e i camini di Treblinka da poco spenti.
Una voce isolata? Niente affatto. Il cardinale Hlond, primate di Polonia, interviene nelle stesse settimane affermando a proposito del pogrom che “la responsabilità è in gran parte degli ebrei”, e ribadendo che “negli inevitabili scontri armati sul fronte della battaglia politica [sic!] muoiono purtroppo alcuni ebrei, ma muoiono incomparabilmente più polacchi”. Michnik descrive anche un atteggiamento differente, quello del vescovo Kubina, che condanna l’antisemitismo e deplora le uccisioni. Ma sarebbe illusorio pensare a due posizioni che si confrontano con pari intensità: la prima è la linea condivisa della Chiesa polacca, la seconda un’encomiabile eccezione. La differente posizione di Kubina dimostra più che altro la possibilità di un atteggiamento diverso, non certo la presenza di due posizioni egualmente forti all’interno della Chiesa.

Di fronte a tutto questo mi sembra doveroso riconoscere quanto sia cambiato sia in generale in seno alla Chiesa cattolica, sia nello specifico nel cattolicesimo polacco. In Polonia, ma anche in Europa occidentale, l’antisemitismo è ancora un fenomeno largamente diffuso, un fuoco che anche quando non divampa è illusorio ritenere spento. Eppure riconoscere quanto sia cambiato in meglio, rispetto ai tempi non così lontani del vescovo Kaczmarek e del primate Hlond, mi sembra non solo onesto, ma anche il primo passo per continuare un dialogo che ha ancora una lunga strada da percorrere.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 marzo 2017
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Nella notte tra sabato 14 e domenica 15 gennaio,  una parte dei muri esterni dell’istituto “Ferraris Pancaldo” di Savona è stata sporcata con simboli razzisti. L’episodio si è ripetuto anche il 17 gennaio. La dirigenza ha tempestivamente presentato un esposto alle autorità competenti che sono intervenute sul luogo. Gli studenti, fortemente turbati dall’accaduto, hanno colto l’occasione per raccogliersi in un momento di riflessione con i loro docenti.

“Il ‘Ferraris Pancaldo’, scuola di forte tradizione democratica e antifascista, inorridisce di fronte al gesto di coloro che nelle due notti scorse hanno imbrattato alcuni muri esterni della scuola con simboli e scritte altamente lesivi della dignità e intelligenza umana. Tutte le componenti dell’istituto, studenti, docenti, personale ATA e dirigenza scolastica, condannano fermamente i responsabili di questo gesto vile che ha colpito anche una chiesa vicina all’istituto, quella di San Paolo in corso Tardy e Benech. State lontani dalla nostra casa, luogo della cultura e dell’accoglienza”.

In particolare si devono ringraziare i rappresentanti d’istituto, Joshua Bonfante, Pietro Grasso, Andrea Airaghi e Lorenzo Sciotto, gli studenti, Pietro Giacchello, Jacopo Bolla, Loris Giusto, Gabriele Lilli, docente e Francesco Esposito, tecnico di laboratorio, per l’impegno mostrato e per la ferma volontà di eliminare elementi totalmente estranei alla cultura della comunità scolastica che è fatta di accoglienza e inclusione.

Non sono molti gli ebrei che vivono nella provincia ligure. I due che scrivono queste righe vivono o hanno vissuto a lungo nella Riviera di Ponente, a Savona e a Bordighera. Non è facile coltivare il proprio ebraismo quando si dimora tanto lontani da una comunità: talvolta il rapporto di intensifica in occasione della preparazione al bar mitzvà, può fortificarsi grazie a incontri fortunati, legami identitari sentiti prima ancora che praticati in comune con altri, frequentazione di gruppi giovanili e dell’Ugei; ma la regola è una vita ebraica in cui la dimensione famigliare è prevalente, talvolta quasi esclusiva. Tanto più importante, dunque, è l’impegno nella nostra società, per esempio quello di chi, da rappresentante d’istituto, collabora alla gestione della vita scolastica. Non occorre essere ebrei per decidere di ripulire i muri di una scuola imbrattati da simboli di odio antisemita e razzista come la svastica, chiaro richiamo a una volontà di genocidio che nessuno, oggi, può ritenere oggetto di una storia che si è chiusa settant’anni fa. E’ un compito che spetta a tutti noi come cittadini di una democrazia come l’Italia. Come italiani e come ebrei dobbiamo reagire con fermezza di fronte a episodi come questo. Anche nella lontana provincia ligure.

Joshua e Giorgio 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 marzo 2017
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La prevista proiezione di un filmato che diffonde odio contro Israele rifacendosi ai più grotteschi stereotipi antisemiti presso l’IIS Quintino Sella di Biella è fatto gravissimo di fronte a cui l’Ugei ha cercato di attivarsi subito, insieme al altre istituzioni (qui potete leggere la lettera della presidente Ucei Noemi Di Segni ai presidenti dell’Anpi Smuraglia e Cenati). Dopo aver contattato l’Ufficio Scolastico Provinciale abbiamo chiamato il Sostituto Provveditore, che si è dichiarato all’oscuro della vicenda si è attivato nei confronti della scuola.

E’ emerso che la provincia aveva concesso l’uso dei locali scolastici per la proiezione, senza che il preside fosse a conoscenza del materiale che sarebbe stato proiettato. Il preside e la provincia hanno provveduto alla revoca della concessione degli spazi nella giornata di oggi. 

Crediamo sia fondamentale favorire il dibattito e il confronto delle idee, non la diffusione di odio e antisemitismo. Inutile aggiungere a quale categoria appartenga il filmato di cui era prevista la proiezione.

Ecco l’articolo pubblicato da La Repubblica – Torino:

La Provincia di Biella revoca il premesso all’Anpi di proiettare un film intitolato ‘Israele, il cancro’ nelle scuole. In un primo tempo infatti l’associazione nazionale partigiani della Valle Elvo, aveva chiesto ospitalità negli istituti scolastici del territorio per la proiezione di “un documentario”, senza però specificare di cosa si trattasse.
“Solo dagli organi di stampa – spiegano dagli uffici provinciali – abbiamo avuto modo di prendere conoscenza della natura della proiezione: non un documentario come indicato da Anpi, ma un film di una regista (Samantha Comizzoli), che ha come caratteristica la narrazione di fatti e avvenimenti interpretati secondo il suo pensiero, e quindi in modo non oggettivo”.
“Gli istituti scolastici – afferma il presidente, Emanuele Ramella – non sono il luogo deputato a ospitare eventi che possano rappresentare un pensiero di parte su argomenti di rilievo politico, che vanno affrontati in altre sedi. Ho dunque ritenuto opportuno, oltreché corretto, revocare la concessione di utilizzo dell’aula scolastica concessa dal responsabile”.
Sulla vicenda interviene anche l’Unione delle comunità ebraiche italiane con la pesidente Noemi Di Segni che scrive al Presidente nazionale dell’Anpi Carlo Smuraglia e a quello per la Provincia di Milano Roberto Cenati per chiedere che l’Associazione degli ex Partigiani d’Italia impedisca ad una propria sezione di patrocinare la proiezione “di un film di una nota attivista antisionista ed antisemita” in una scuola.
“Gentili Presidenti Smuraglia e Cenati – scrive Di Segni – vi scrivo per portare doverosamente alla vostra attenzione l’aberrante iniziativa di una sezione dell’Associazione Nazionale Ex Partigiani d’Italia – la sezione Valle Elvo e Serra, attiva in Piemonte – che ha deciso di patrocinare la proiezione di un film di una nota attivista antisionista e antisemita prevista per questo venerdì a Biella, all’interno di un istituto scolastico.
I due promotori (Samantha Comizzoli e Diego Siragusa) cercano di riversare in rete e nel mondo dei social calunnie, odio e rancore. Il sostegno dell’Anpi a iniziative come quella che vi segnalo rappresenta quindi un fatto gravissimo e incomprensibile e duole ancor più nella considerazione che tale filmato divenga un’esperienza vissuta nella scuola, luogo nel quale esattamente al contrario, dovremmo coltivare i valori condivisi della

tolleranza e del rispetto. L’odio è una materia facilmente infiammabile, basta davvero poco per divampare in incendio”.
“Mi auguro conclude – che possiate intervenire al più presto e nei modi più opportuni per impedire che tale iniziativa avvenga e, al contrario, assicurare che tutte le Sezioni assieme alle tante Istituzioni e collettività scelgano di comunicare ai nostri ragazzi un messaggio di partecipazione e fiducia”.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 gennaio 2017
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w2L’anno appena trascorso è stato segnato dalle importanti celebrazioni per i cent’anni dalla scomparsa del Kaiser Franz Josef. Salito al trono nel 1848, il suo regno è durato per ben sessantotto anni. L’intero arco temporale che lo ha visto sul trono, è stato contrassegnato da grandi cambiamenti, non solo politici ma anche sociali. Non dobbiamo dimenticare che il ciclone napoleonico aveva stravolto gli equilibri europei. Il Congresso di Vienna aveva prodotto una vittoria. Questa vittoria era rappresentata dall’Impero Austriaco. Purtroppo ancora oggi, complice una storiografia che non è mai andata a passo coi tempi, assistiamo a una banalizzazione e demonizzazione di quello che invece è stato l’unico impero sovranazionale ma soprattutto multiculturale che sia esistito.

Il Kaiser definiva se stesso “il primo impiegato dello Stato”. Nonostante il rigido cerimoniale di corte e lo sfarzo che lo circondava, il vecchio Kaiser conduceva uno stile di vita molto sobrio (prova ne sia che dormiva su un semplice letto di ferro). Tutti i suoi tredici popoli avevano rappresentanze politiche in Parlamento. Il vecchio Imperatore può essere considerato come un “maestro concertatore e direttore” , il quale dirige un’orchestra che in questo caso è rappresentata dai suoi popoli. Una componente molto importante dei suoi popoli è quella ebraica. Fino all’avvento del nazismo, nella sola città di Vienna si contavano innumerevoli sinagoghe e gli ebrei godevano degli stessi diritti di tutti gli altri cittadini. Questo anche grazie alla promulgazione della Costituzione liberale nel 1867.

La seconda metà del XIX secolo, vede una Vienna nella quale inizia a germogliare l’antisemitismo di Lueger e di von Schoenerer. Non dimentichiamo che per ben due volte, Francesco Giuseppe non volle ratificare la nomina del primo a borgomastro della città. L’antisemitismo di Lueger e di von Schoenerer (esponenti del partito cristiano sociale l’uno e di un movimento pangermanista l’altro) era caratterizzato dagli stereotipi che tutti conosciamo. Un esempio di questo antisemitismo dilagante, è rappresentato dalle numerose statuette e bastoni da passeggio, che riproducevano l’ebreo con il naso ben pronunciato, con la gobba e le mani grandi, intento a confabulare con un suo correligionario onde ordire trame economiche e politiche. Una vasta collezione di questi oggetti si può visitare allo Jüdische Museum di Vienna.

w1Nel 1870 gli ebrei iscritti al liceo erano il 27% del totale, che diventa il 35% nel 1910. Nel 1880 gli ebrei iscritti all’Università rappresentavano un terzo dell’intera popolazione accademica. Nel 1900 un quarto degli studenti di Diritto e circa la metà di quelli iscritti a Medicina appartenevano a famiglie ebraiche. A Vienna, tra il 1880 e il 1938, metà dei medici e degli avvocati era composta da ebrei. Nel 1910 la popolazione ebraica della città raggiunse la quota di 175.300 anime.

La risposta ai movimenti antisemiti fu la pubblicazione nel 1896 dell’opera “Lo Stato ebraico. Tentativo di una soluzione moderna della questione ebraica”. L’autore era Theodor Herzl, ebreo assimilato e padre del sionismo. Questo libro di Herzl ci induce ad affermare che lo Stato d’Israele è nato a Vienna. Vienna e Yerushalaim pertanto sono legate da uno stretto rapporto storico e culturale. Durante il suo viaggio in Terra d’Israele, il Kaiser donò i fondi necessari per la costruzione di una sinagoga ashkenazita, la Tiferes Isroel. Essa venne distrutta dai giordani nel 1948, ma dopo la riunificazione di Gerusalemme nel 1967 venne ricostruita. Nella capitale imperiale e in altre grandi città dell’Impero, dalla metà dell’Ottocento fino ai primi decenni del Novecento, al primato ebraico che già si era distinto in diversi settori di attività come la finanza, il commercio e l’industria, si affianca una grossa presenza ebraica in settori prettamente intellettuali, come ad esempio la psicologia, la filosofia, il pensiero politico e sociale, il diritto, le scienze economiche, la letteratura, il teatro e anche in campi fino ad allora estranei alla sensibilità ebraica, come le arti figurative e la musica.

Stefan Zweig
Stefan Zweig

Alcuni nomi posso renderci il quadro più chiaro: Arthur Schnitzler, Felix Salten, Peter Altenberg, Stefan Zweig, Hugo von Hofmannstahl, Sigmund Freud, Moritz Szeps, Ludwig Wittgenstein, Gustav Mahler, Arnold Schoenberg, Victor Adler ecc. Stefan Zweig scrisse: “Senza l’incessante stimolo dell’interessamento ebraico, Vienna sarebbe rimasta anche artisticamente al di sotto di Berlino, così come l’Austria era politicamente preceduta dalla Germania… I nove decimi di quanto il mondo celebrava come cultura viennese dell’Ottocento era una cultura sostenuta, nutrita e in parte creata dagli ebrei di Vienna”.

Una volta il Kaiser disse: “Per quanto mi riguarda, gli ebrei sono i migliori cittadini e soldati. Gli antisemiti? Mi disgustano”. E ancora: “Sono l’ultimo monarca della vecchia scuola. Il mio compito è proteggere i miei popoli dai loro politici!” Aveva ragione.

Daniel Chaim



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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