aliyà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 maggio 2017
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Da Gerusalemme a Gerico e il Mar Morto la strada scende rapidamente in mezzo alle gobbe del terreno arido. Chissà che cosa hanno pensato i primi soldati israeliani che l’hanno percorsa cinquant’anni fa, durante la Guerra dei sei giorni di cui fra pochi giorni cadrà l’anniversario. Sempre che abbiano pensato qualcosa di specifico, scendendo giù giù fino al punto più basso della Terra. “Torneremo a scendere verso il Mar Morto, sulla strada di Gerico”, cantava Naomi Shemer in “Yerushalaim shel zahav”, avviata a divenire un simbolo tra i più vivi del “miracolo dei sei giorni”, la vittoria fulminante su numerosi eserciti che minacciavano Israele di distruzione. Una strada deserta e in discesa, dove non c’è posto per altro che non sia la gioia della vittoria.

“Sulla strada per Gerico” (Baderech liricho) è un racconto di Yizhar Smilansky, noto come S. Yizhar, importante scrittore israeliano di cui per ora soltanto alcuni libri sono stati tradotti e pubblicati in Italia (tra questi “La rabbia del vento”, Einaudi, e “Convoglio di mezzanotte”, elliot). S. Yizhar è nato a Rehovot nel 1916 e appartiene dunque alla prima generazione degli scrittori sabra, autoctoni israeliani. Abile paesaggista, è un riferimento per tutta la spumeggiante letteratura israeliana successiva.

“Sulla strada per Gerico” racconta un episodio durante la Guerra dei sei giorni, quando l’incontro casuale di alcuni soldati israeliani con una famiglia di arabi sfollata diventa l’opportunità per un gesto di solidarietà e fratellanza. La vicenda si svolge lungo la strada tra Gerusalemme e Gerico: nonostante il titolo, però, gran parte della narrazione si concentra sul ritorno, una faticosa anabasi. Diversamente dalla strada per Gerico in “Yerushalaim shel zahav”, quella di S. Yizhar non è deserta. E’ una strada popolata da uomini e donne, anziani e bambini. E’ una strada, soprattutto, in cui a ogni discesa corrisponde, molto più difficile, una salita, aliyà. Non è forse vero che in Israele, e a Gerusalemme in particolare, si ritorna, si sale? Un percorso complesso, dunque, immagine di una aliyà che non si esaurisce alla dogana ma chiede di essere sempre rinnovata: tenerlo nella giusta considerazione può essere un buon modo per avvicinarsi al cinquantesimo anniversario dalla guerra del 1967. E fare da antidoto contro due atteggiamenti speculari ma ugualmente discutibili: da una parte il trionfalismo sterile, dall’altra una cieca autoflagellazione.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 aprile 2016
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chagallIn questo disordine generale in cui l’Europa ristagna da anni, si fa sempre più pressante l’idea di un ritorno in massa degli ebrei in Terra di Israele. Questa è una costante della tradizione ebraica che culmina con la venuta del Messia e che con il tempo è divenuta l’unica alternativa a un mondo che appare sempre più intollerante e inospitale. L’aliyah è il pellegrinaggio o, per meglio dire, quel cammino in salita compiuto per raggiungere Gerusalemme durante i tre pellegrinaggi prescritti per le festività di Pesach, Shavuot e Sukkot. Da un secolo però la parola assume un contenuto differente: essa è sinonimo di sicurezza per gli ebrei della diaspora. Ogni qual volta si presenta incertezza politica ed economica si pensa a Israele come terra materna pronta ad accogliere chi ha bisogno di professare la propria identità ebraica liberamente. Questa certezza va però barattata con l’insicurezza provocata dalla guerra e molti sono ben disposti a convivere con la seconda per ottenere la prima. Il fenomeno provoca svariati effetti sull’orizzonte ebraico ma anche più genericamente su quello collettivo. L’aspetto ideale o religioso della faccenda va però sommato a quello economico.

Israeli passports passport sitting on an open passport with passport stampsInfatti si può dire che sia la crisi economica la chiave di lettura del fenomeno dell’aliyah nel 2009, quando i paesi con il maggior tasso di disoccupazione sono stati proprio quelli che hanno visto andar via il maggior numero di cittadini verso Israele di cui il 60 % ha meno di trentacinque anni. Lo Stato è pronto a offrire numerose alternative in termini di lavoro e istruzione che allettano chi in Europa non vede che disoccupazione.

Questa è la sintesi di ciò che è avvenuto alcuni anni fa e che si ripresenterà in modo ancora più massiccio se le condizioni socio-economiche non cambieranno a breve. L’aliyah assume così un significato più ampio. Ciò che all’origine si limitava a descrivere il pellegrinaggio ora definisce l’ascesa  in senso fisico, come immigrazione, che ingloba a sua volta anche la crescita economica.

Diverse domande sorgono spontanee: quale sarà il futuro per gli ebrei della diaspora? O più precisamente: vi sarà futuro? Come si dovrà declinare il rapporto tra ebraismo e diversità se il cittadino ebreo della diaspora è destinato a tornare nella terra d’origine? È dovere ricordare che la forza del popolo ebraico nei secoli è stata quella che ha recato ai suoi membri maggiore pena e sofferenza: il dover coniugare la propria identità con la diversità della nazione che lo ospita. Questa incertezza d’altro canto ha determinato un vantaggio notevole: la capacità di guardare le cose con occhio distaccato pur essendo pienamente coinvolti. In un paese in cui domina la somiglianza le tradizioni distinte verranno sempre più a offuscarsi e il rapporto con la diversità sempre più a scemare. Ciò che ci rende sicuri è ciò che a lungo andare ci svuoterà. Sarà dunque ancora possibile mantenere quell’attitudine all’analisi critica che è possibile trovare quando si è pienamente dentro e parzialmente fuori?

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 febbraio 2016
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La sinagoga italiana a Gerusalemme
La sinagoga italiana a Gerusalemme

“L’aiuto che la comunità ha promesso alle organizzazioni giovanili deve essere effettivo ed efficace […] Pertanto è mia intenzione organizzare una sala cinematografica e di ricreazione affinché noi possiamo tenere in un sano ambiente questi ragazzi per dar loro insieme allo svago, anche opportune nozioni di educazione e di cultura”. Era il 1952, e così rav Elio Toaff z’l, una delle più grandi figure dell’ebraismo italiano, affrontava un tema cruciale, quello del coinvolgimento delle nuove generazioni nella vita comunitaria a un anno dal suo insediamento a rabbino capo di Roma. Certo, la situazione a cui faceva riferimento il rav, quella di una comunità ebraica della diaspora, era ben diversa dalla realtà israeliana.

Nasce quindi spontanea la domanda di che bisogno ci sia di una sinagoga italiana e in generale di una comunità italiana in Israele. Domanda a cui immagino i suoi fondatori, e con loro ovviamente Umberto Nahon, avrebbero risposto che la sinagoga serve, serve per mantenere l’ebraismo italiano in Israele e preservare il rito italiano antico di millenni. Negli anni la Hevrat Yehudè Italia si è sviluppata e il tempio e il museo italiano sono diventati un vero centro culturale, fondamentale per mantenere i legami con l’Italia. La Hevrà oggi attira olim hadashim insieme a persone di terza e perfino quarta generazione, ed è frequentata da chi, pur avendo mantenuto le tradizioni del paese d’origine, non sa l’italiano, e da chi non rinuncerebbe per nulla al mondo al giudaico romanesco e promette di mantenere le proprie usanze sui “santi sefarimme”. C’è chi è più osservante e chi meno, e persone che vengono da tutte le comunità d’Italia. Questa varietà è, secondo me, una delle cose più belle e particolari della Hevrà.

Eppure partecipando quest’anno come l’anno scorso all’assemblea della Hevrà, mi sono guardato intorno, e non ho visto nessuno dei miei coetanei. Così mi sono chiesto: perché? Non penso che l’ebraismo italiano non interessi più ai giovani italoisraeliani e neanche che non ci siano giovani nella Hevrà, anche considerando il grande numero di aliyot degli ultimi due anni e il fatto che in Israele le famiglie hanno in media più figli che in Italia. Il vero motivo della bassa partecipazione dei giovani a mio parere è semplicemente che la Hevrà al momento non suscita il loro interesse.

Le sue attività ed eventi sono infatti per lo più rivolti a un pubblico di anziani o di bambini. Da piccolo, ricordo bene quanto amassi decorare la sukkà, partecipare al coro di Chanukah, andare a fare i mishlochè manot di Purim… Oggi invece trovo meno occasioni che siano adatte a ragazzi ventenni. Non è assolutamente mia intenzione lamentarmi, anzi. Vorrei che questo commento da un lato richiamasse noi giovani a tornare a partecipare e creare nuove iniziative, dall’altro facesse riflettere tutti noi, giovani e meno giovani, sulla situazione attuale e sul futuro, non un futuro remoto, ma piuttosto su come vogliamo vedere la Hevrà fra qualche anno.  L’età tra i 18 e i 35 anni è l’età in cui si esce di casa fisicamente e spiritualmente. Per questo ritengo sia importante che su questa fascia vengano investite le energie della Hevrà, e che pensando a essa vengano compiute le scelte strategiche del Consiglio.

Negli ultimi due anni le aliyot dall’Italia hanno raggiunto numeri più alti di ogni altro periodo. Non è più un segreto che mentre le piccole comunità in Italia spariscono (e non soltanto per la aliyà), la presenza degli ebrei italiani in Israele aumenta. Per questo è importante ricordare che il futuro della Hevrà è il futuro di tutto l’ebraismo italiano.

shabbatonIn questa prospettiva, sono contento di poter affermare che il primo passo è già stato fatto. A seguito dell’ultima assemblea della Hevrà, è stato deciso di creare una sottocommissione giovani: il gruppo “Giovane Kehillà”. Per i giovani esistono già attività nella nostra Hevrà, per esempio la cerimonia di Yom haShoah, la spaghettata di Sukkot, gli incontri con ragazzi in viaggio dall’Italia… Tutte queste iniziative sono però state organizzate durante gli anni da singoli componenti della Hevrà e non da un gruppo formale. Anche fuori da Gerusalemme ne esistono: le cene di shabbat e i limmud degli italiani di origine tripolina a Tel Aviv, per esempio. Il ruolo del gruppo sarà proprio quello di formalizzare questi eventi, di informare i giovani con notizie che li riguardano e di rappresentarli. Un gruppo che non lavorerà, ci tengo a sottolinearlo, in modo separato, ma a stretto contatto con il Consiglio, in un dialogo continuo. Le iniziative in cantiere sono tante, da un evento per Purim, film, feste, conferenze, gite, il programma annuale sarà presto stabilito. Perché è tempo di darci da fare!

Perché una formalizzazione delle attività giovanili farà bene ai giovani, ma anche alla Hevrà stessa. Potrà aiutare ad avvicinare coloro che dall’organizzazione sono lontani. E può renderla forse più attraente e piacevole da frequentare.

Colgo l’occasione per augurare al nuovo Consiglio buon lavoro e fare a quello uscente i miei più cordiali complimenti.

Colgo inoltre l’occasione anche per invitare tutti i giovani italiani in Israele a partecipare allo shabbaton del 26-27 febbraio. Lo shabbaton sarà un’occasione per condividere due giorni insieme con ragazzi italiani da tutta Israele e si terrà presso la Havat hanoar, il mitico ostello degli italiani in Israele, e nella comunità italiana. L’invito ufficiale per lo shabbaton è stato diramato in modo ufficiale attraverso la Hevrà, il Comites e i vari social network.

Già con la festa di Tu-Bishvat, la partecipazione dei giovani ha portato una nuova radice giovanile di ebraismo italiano alla Hevrà e nuovi frutti per tutti gli italiani in Israele. Ringrazio tutti quelli che hanno aiutato e auguro a tutti

Buon lavoro!

Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare
Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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