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Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 novembre 2012
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Da giorni pensavo a quale sarebbe stato l’argomento più giusto sul quale scrivere dopo il mio arrivo a Tel Aviv. Ho pensato di descrivere l’arrivo e ad i primi giorni di ambientamento; ho pensato di parlare delle varie pratiche burocratiche e cose nuove attraverso le quali un oleh chadash deve passare nel suo primo mese; e ovviamente avevo pensato di raccontare le prime esperienze da studente dell’Univeristà di Tel Aviv.

Come potrete immaginare, quattro giorni fa la mia attenzione si è concentrata su ciò che sta succedendo qui dall’inizio dell’operazione militare “Amud Anan – Pillar of Defense”: l’operazione partita quattro giorni fa per mettere fine al continuo lancio di missili sulle città del sud cominciato ben prima di quattro giorni fa. Non era ancora chiaro se sarebbero veramente riusciti a lanciare dei missili fino a Tel Aviv, ma era qualcosa di cui si cominciava a parlare. E’ successo. Le sirene di Tel Aviv hanno risuonato già 3 volte, come non accadeva dal 1991. Proprio mentre mi trovavo a scrivere questo articolo è suonata per la terza volta; ho dovuto lasciare il computer per qualche minuto per trovare riparo per poi continuare ad allarme ultimato. Dopo 4 anni dalla loro installazione, per la prima volta sono entrate in azione anche le sirene anti-missile di Gerusalemme.

Non voglio addentrarmi nelle questioni politiche e militari, né di come Israele sta gestendo l’operazione a Gaza. Sicuramente però il fatto che Israele si sappia difendere dagli attacchi non sminuisce il fatto che da Gaza stiano deliberatamente sparando missili su un territorio che complessivamente ha più abitanti della città di Roma, con l’unico intento di procurare quanti più danni possibili a persone e cose. È recente la notizia del dispiegamento, nella zona di Tel Aviv, di una nuova batteria di “Iron Dome”, il sofisticatissimo sistema di difesa anti-missile che sta limitando di gran lunga quelle che potevano essere le vittime dei quasi mille razzi che sono stati lanciati diretti in territorio Israeliano dall’inizio dell’operazione. Il sistema individua il missile, calcola la traiettoria e prova ad intercettarlo se diretto verso centri abitati. Fortunatamente ha una percentuale di successo vicina al 90% e, se non fosse ora presente sul territorio, il numero di danni e vittime sarebbe notevolmente più alto.

Non è stata la prima volta che mi sono ritrovato in una situazione di questo tipo. Qualche anno fa ero nel Kibbutz Holit (piccolo Kibbutz molto vicino alla striscia di Gaza) come rappresentante ad un convegno dell’Hashomer Hatzair. Improvvisamente risuonò lo “Tzeva Adom” e ci fermammo per qualche istante senza saper bene come comportarci. In quel caso però mi trovavo in Israele per pochi giorni, e forse la sensazione era come di ritrovarmi proiettato in mezzo a questa situazione per caso. Ora è diverso. Mi trovo qui a Tel Aviv, dove non mi sarei mai aspettato di dover andare a cercare il rifugio anti-missile più vicino, e non ho nessun biglietto aereo per tornare a Roma tra qualche giorno. Ora non sento di trovarmi qui per caso.

La situazione tra gli abitanti di Tel Aviv è più tranquilla di quello che si potrebbe immaginare. Forse ci sono meno persone in giro per le strade ma l’università domani (oggi, ndr), a meno di evoluzioni dell’ultimo minuto, resterà aperta regolarmente e probabilmente neanche sentirò troppo parlare dell’argomento. Anche subito dopo le sirene la vita continua. Che ci si possa abituare al fatto che, in qualsiasi momento della giornata, possa esserci il pericolo che un missile colpisca la propria casa e che si debba quindi trovare un riparo, è qualcosa che in Italia nessuno potrebbe concepire. Nei telegiornali si parla solo della situazione generale e di ogni missile che viene lanciato ma con una calma che posso immaginare non sarebbe propria di nessun telegiornale in Italia.

In televisione uno dei tanti esperti diceva la propria opinione riguardo una possibile soluzione momentanea della questione, aggiungendo che sono 60 anni che Israele si trova sempre in una situazione “momentanea”, non potendo mai sapere quando potrebbe succedere qualcosa di questo tipo. Forse l’impatto più difficile da assorbire è stato proprio quello di capire che in questo paese ci si può ritrovare in situazioni del genere in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo. Io l’ho scoperto 3 giorni fa quando ho sentito la sirena anti-missile mentre ero tranquillo dentro le mura di casa mia.

Daniele Di Nepi

(Twitter @danieledinepi)

 

(suggerisco a chiunque voglia seguire l’evolversi della situazione di avvalersi dell’aiuto di Twitter, con il quale, seguendo determinati profili, è possibile avere sempre un quadro in tempo reale di ciò che sta succedendo sui vari fronti)


Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 ottobre 2012
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C’è una domanda sulla quale mi sto concentrando da qualche giorno. Forse più precisamente dal giorno in cui ho deciso di cambiare tutto e andare a studiare a Tel Aviv. É una domanda che credo mi verrà posta a breve, quando sarò in fila per imbarcarmi sull’aereo che mi porterà in Israele. Mi verranno fatte le classiche domande fino a che dirò che sono un “Oleh Chadash”. Sarà a quel punto che forse mi chiederanno: “Perchè hai deciso si fare l’alya e trasferirti in Israele?”

La ricerca di una risposta adeguata a questa domanda è ciò che mi ha fatto riflettere.

La decisione di trasferirsi non è qualcosa che viene per caso e, almeno per quanto mi riguarda, è stata frutto di un lungo percorso. Pensare di dover rispondere ad una domanda come questa mi porta a voler scavare dentro di me, cercando cosa mi ha spinto veramente a fare questo passo.

Non so se sarà una decisione definitiva, se Israele diventerà la mia casa e lo resterà per sempre; quello che so è che qualcosa mi ha spinto a provare.

 Era da molto tempo che pensavo ad una decisione del genere, ma forse mai seriamente. Ero studente universitario a Roma e pensavo che, al termine degli studi, quella israeliana sarebbe potuta essere una strada da percorrere.

Ma era una visione lontana anche se una parte di me, per un lungo periodo, ha forse sentito che fosse una decisione che già era stata presa.

Quando, alla fine degli studi, il momento di scegliere è arrivato, tutto è diventato più difficile e c’è voluto un anno per prendere una decisione, tra la difficoltà di lasciare tutto quello che si ha qui e la paura di sbagliare. È questo il momento in cui comincia a venirti in mente tutto ciò che hai visto, sperimentato, respirato, assaporato e vissuto fino ad oggi nella tua città, Roma, ma soprattutto con chi hai fatto tutto questo per 25 anni. Ti viene anche improvvisamente in mente che non sei mai stato bravo a compiere delle scelte e che questa è probabilmente la più importante che tu abbia mai compiuto. Ti ricordi una frase che ti ripeteva un amico che suonava circa: “Nessuno parte se non per scappare da qualcosa”.

Superare questi ostacoli non è stato facile ed ha comportato riesaminare tutto ciò che prima davo per scontato e a chiedermi veramente le ragioni di una scelta di questo tipo.

Ora non so cosa risponderò alla domanda, perché le sensazioni sono difficili da spiegare.

Si, in parte è una scelta portata da un’emozione: l’emozione di sentirmi “tornato”, in un paese dove sarò appena arrivato.

Daniele Di Nepi



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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