adolf hitler

Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 marzo 2018
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Una fotografia scattata a Babij Jar, presso Kiev, dove il 29 e 30 settembre 1941 tedeschi e collaborazionisti ucraini massacrarono oltre 33.000 ebrei

Una suggestione poetica rileggendo per l’ennesima volta 1° settembre 1939 di Wystan H. Auden e il commento di Iosif Brodskij, in italiano nel volume pubblicato da Adelphi trent’anni fa con il titolo Il canto del pendolo:
“I and the public know
What all schoolchildren learn,
Those to whom evil is done
Do evil in return”.
[“Io e il pubblico sappiamo / ciò che ogni bambino impara a scuola, / quelli cui male è fatto / faranno male in cambio”]

Sono versi evidentemente sdrucciolevoli, da maneggiare con cautela e evitando facili strumentalizzazioni. Va sottolineato, innanzitutto, che sono stati scritti nel 1939, cioè quando il peggio stava arrivando ma non era già arrivato. Si riferiscono a Adolf Hitler e alla Germania e non sono un tentativo di giustificare, ma di capire, portato da un poeta che a lungo aveva visitato Berlino negli anni di Weimar, e che sapeva bene che il nazismo significava la fine del mondo di Grosz, Brecht, Lang e soprattutto Isherwood – che di Auden fu prima amante e poi l’amico più caro – e il trionfo della volgarità e della violenza.

Ernst Ludwig Kirchner, “Autoritratto da soldato”

Le parole di Auden mettono i brividi “perché in questi quattro versi ci immedesimiamo”, secondo Brodskij, perché “è una interpretazione quanto mai coerente del concetto del peccato originale” cristiano. Ma mettono i brividi anche perché noi sappiamo che cosa è accaduto dopo, ma anche quello che è successo prima, a partire dalla pace punitiva imposta alla Germania a Versailles, a cui con ogni probabilità Auden pensava. Non stupisce allora vedere risorgere in modo via via più esplicito e veemente l’odio per il diverso, lo straniero, l’ebreo nell’Europa orientale, proprio la regione in cui la Germania nazista ha operato con più ferocia e violenza, e che poi per decenni è soggiaciuta ai dettami del sovietismo, che ha rifiutato qualsiasi processo sostanziale di educazione e comprensione del nazismo in nome dell’anodina ipersemplificazione ideologica imposta a tutta l’area del Patto di Varsavia.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 luglio 2017
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Giovedì 22 e 29 giugno sono stato invitato, in qualità di rappresentante Ugei e responsabile di Hatikwà, al programma “M”, ideato e diretto su Rai 2 da Michele Santoro, dedicato alla figura di Adolf Hitler. Non mi interessa qui fare un’analisi della trasmissione o dare giudizi complessivi. Poiché mi è stato concesso uno spazio esiguo rispetto a quello che mi era stato assicurato prima della trasmissione, vorrei riprendere e dettagliare un po’ meglio il mio intervento. Dal momento che la parola mi è stata concessa soltanto in conclusione alla seconda puntata, ho pensato a qualcosa capace di riprendere i temi emersi, non sempre in modo lineare, nelle discussioni precedenti; il filo rosso che ha segnato i numerosi contributi, anche se con esiti differenti, consapevolezza variabile e non senza sbandate e provocazioni, sono convinto si possa racchiudere in una domanda: è possibile confrontare la Shoah ad altro?

Credo che, quando si parla di Shoah e di altre grandi tragedie, sia essenziale distinguere tra due azioni dalle implicazioni molto diverse: paragonare e comparare. Paragonare la Shoah ad altro è fuorviante non solo per l’ovvia considerazione che ogni fenomeno storico ha una propria specificità, ma soprattutto perché si è trattato del solo progetto, fino ad oggi, finalizzato a rimappare biologicamente l’umanità attraverso l’esclusione di una porzione di essa, il popolo ebraico, tramite l’assassinio sistematico dei suoi membri. Persino con le altre vittime del nazismo, dagli omosessuali ai rom ai politici, il paragone è impossibile: diverso è il motivo della persecuzione, diverse in buona misura le modalità. La camera a gas è per eccellenza lo strumento del genocidio degli ebrei, di coloro cioè di cui viene negato l’essere, perché a differenza degli altri non sono perseguitati per il colore dei capelli, la lingua parlata, le idee politiche, le abitudini sessuali o le pratiche abitative, ma semplicemente perché sono. Non sono neanche perseguitati, strettamente parlando, ma eliminati. Incenerite le persone, negata la memoria: non solo devono essere uccisi, ma soprattutto non devono essere mai esistiti. Per questo la Shoah non è finita nel 1945 e anche oggi chi nega se ne fa continuatore.

Comparare la Shoah ad altri genocidi, ma anche a politiche di esclusione a noi contemporanee, è invece a mio avviso non solo lecito, ma doveroso. Mentre paragonare comporta la cancellazione delle differenze e dunque delle specificità, comparare significa cercare analogie e somiglianze, ma anche differenze. La Shoah rimane un unicum come laboratorio di distruzione di massa, ma come estremo di una politica di esclusione può e deve essere comparata ad altro. Qualche esempio di politica di esclusione? Ce ne sono moltissimi, a partire dai numerosi genocidi che hanno segnato l’ultimo secolo. Ma l’esclusione è diffusa anche oggi, nel 2017, e non soltanto in seno a regimi illiberali, ma anche molto vicino a noi: esclusione di chi proviene da un altro Paese, esclusione di chi nasce in Italia ma non è considerato cittadino. Anche il pregiudizio razzista è esclusione, come l’islamofobia e naturalmente l’antisemitismo. Proprio dell’antisemitismo abbiamo avuto un saggio nello studio di Santoro, quando la parola è stata concessa a ripetizione a personaggi che si sono fatti portatori delle due radici più significative del fenomeno oggi, quella islamica e quella di destra più o meno estrema, radici peraltro con più punti di contatto di quanto un pensiero conciliante e diffuso vorrebbe supporre.

Comparare, dunque, significa porre in relazione eventi anche molto lontani, per esempio Auschwitz e il genocidio dei tutzi in Ruanda, oppure le aggressioni antisemite all’ordine del giorno oggi in Europa, oppure ancora la situazione dei migranti che arrivano sulle nostre coste. Rifiutarsi di comparare la Shoah ad altro ha conseguenze gravose e nefaste, ed equivale a porla fuori dalla storia, trasformandola in un fenomeno intangibile, male assoluto e ineffabile. In questo modo la Shoah viene spinta nel regno del magico, di ciò che non dipende propriamente dagli uomini. La conseguenza è lo scardinamento del discorso sulla responsabilità di coloro che potevano scegliere diversamente ma non lo hanno fatto per pregiudizio, per conformismo, per paura, ma in ogni caso per scelta. Relegare, anche in buona fede, la Shoah nel dominio del mistero, della “cattiva natura umana”, nel paradiso perduto di un Adamo che ha smarrito se stesso, significa che nessuno è responsabile. Significa anche, allora e oggi, che non siamo liberi.

http://www.serviziopubblico.it/puntate/51079/

L’intervento comincia al minuto 2:12′

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 gennaio 2017
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8min670

schoNel centenario della morte, da poco trascorso, celebriamo l’Imperatore Francesco Giuseppe I, che nei suoi 68 anni di regno ricercò la pace e la giustizia per tutti i suoi popoli, proteggendoli dalle persecuzioni politiche, nazionali e religiose che devastarono la Mitteleuropa dopo la dissoluzione degli equilibri culturali, religiosi ed economici dell’Austria-Ungheria. Ancora deve sorgere un progetto politico e umanistico in Europa altrettanto ambizioso e lungimirante.

A un italiano di oggi l’impero asburgico, l’odiato impero reazionario uscito vittorioso dal congresso del 1815 col suo cerimoniale spagnolo, coi suoi riti accumulati in quasi un millennio di storia, il suo conservatorismo, la sua tradizione, potrà sembrare un semplice pezzo d’antiquariato, un soprammobile un po’ retrò da sfoggiare magari negli affettati salotti letterari di Magris per fare snob, o per darsi un’aria un po’ chic, ma soprattutto perché persino in Italia la nobile ed elegante Mitteleuropa ancora vende molto più di qualche paccottaglia risorgimentale. Superato dalla storia, sepolto dal secolo breve, Francesco Giuseppe è per molti italiani il nemico della Grande guerra, il mandante di Radetzky, il baffone che beffardamente scrisse “ai suoi popoli” di combattere i loro fratelli regnicoli – e loro li combatterono. E dopo un secolo e mezzo di astio risorgimentale e di menzogne fasciste, così sarebbe ricordato ancora oggi: il diabolico piano del macellaio Cadorna mieterebbe tuttora le sue ignare vittime, non fosse stato, forse, che per l’indimenticabile film sulla principessa Sissi, che tanta simpatia ha raccolto anche in Italia.

scho2Sospinti dal macabro soffio letterario dei “poeti della decadenza” ebraica della Vienna ormai prossima alla catastrofe, dai Musil, dagli Schnizler, dagli Zweig, e dai tanti altri in quella scia, saremmo tentati di lasciarci trasportare in un mondo mitico, artefatto, in una ricostruzione manieristica che, lungi dalla nostalgia, ci potrà strappare tuttalpiù un ghigno un po’ sadico sulle labbra. E’ vero, quel mondo stava per finire, e gli Ebrei sentivano avvicinarsi la fine in modo più greve e triste di tutti gli altri: dalla sua tragedia gli Ebrei avevano da perdere più di qualsiasi altro tra i popoli dell’impero. Non perché dal dissolvimento dell’impero non avrebbero ricavato uno stato tutto loro – Israele nasce qui, con Herzl – né perché presentissero la Shoà, bensì perché sapevano che avrebbero perso per sempre la dimensione ultranazionale, una dimensione che poteva sussistere solo in un impero vasto, millenario e sovrannazionale come quello asburgico. Scrive Carl Schorkse, il più grande storico del periodo, che gli ebrei erano il “popolo sovrannazionale dello stato multinazionale”: essi svolgevano nella cultura, nell’arte e negli affari il ruolo che precedentemente era appartenuto all’aristocrazia. Gli israeliani di oggi, al confronto, si sentirebbero provinciali e marginali; da turisti, però, si trovano a casa visitando Vienna, il loro prototipo.

Francesco Giuseppe con la consorte Sissi
Francesco Giuseppe con la consorte Sissi

In nessun altro luogo si concentravano, come nella Vienna imperiale, persone, religioni, culture e tradizioni differenti in un crogiuolo fertile e pressoché unico nella storia europea, dando vita a esperienze moderne e innovative che, nel loro complesso, sono rimaste uniche nel panorama mondiale. Contrariamente alle leggende di una corte chiusa, ultraconservatrice e illiberale, il Kaiser aveva emanato una costituzione liberale nel 1867 e, da allora, si era fatto garante di fronte a tutti i popoli del suo variopinto impero del rispetto delle libertà di movimento, di religione, di stampa e dell’uguaglianza dei diritti per i suoi sudditi – comprese le libertà di espressione per tendenze che lui personalmente (e, diremmo, non a torto) aborriva: l’architettura modernista e le istanze nazionali – fintanto che queste non sfociavano nella rivolta e nel terrorismo, si capisce.
flagL’antisemitismo di personaggi quali Lueger e Hitler purtroppo faceva parte del panorama, e portò alla fine dell’idillio. L’impero stava per crollare sotto la scure dell’odio etnico e dei nazionalismi ma, da allora, il retaggio della Vienna imperiale non solo non è morto, ma è sublimato: il potere propulsore di quell’esperienza era troppo grande per esaurirsi con la sconfitta, per fermarsi di fronte all’abbruttimento della guerra e del tradimento. Esso ha travalicato le barriere di ideologie disumane, che pure in qualche misura coesistevano in origine nel suo grembo, si è globalizzato, e oggi tutto il mondo progredito può dirsi erede di quel “grande mondo antico”, per parafrasare Fogazzaro. Dalla psicoanalisi alla statistica, dalla filosofia alla scienza, all’architettura, all’arte, nessun ramo dello scibile umano è esente dall’influenza seminale della Vienna di Franz Josef. Questi 100 anni sono stati tutti un unico, grande “secolo viennese”. Non più per la capitale imperialregia, ma per il mondo nel suo complesso.

Questo carattere ispiratore della Vienna asburgica è certamente un’eredità ebraica, che è destinata a restare viva per sempre. L’unico impero liberista e umanista della storia è caduto sotto i colpi brutali dei totalitarismi e dei nazionalismi ma, al contrario della leggenda popolare che vede la vecchia Vienna morta e sepolta, sono invece le ideologie disumanizzanti dei suoi nemici a giacere oggi, dopo un secolo che ha seminato i suoi cadaveri a milioni, sconfitte e sepolte per sempre sotto le ceneri della storia. Non le rimpiangeremo. Se invece, in futuro, un nuovo ordine dovrà instaurarsi, se un mondo nuovo ci aspetta, non potremo far altro che augurarci che sia l’erede di quello vecchio, di quel mitico mondo viennese tollerante e illuminato, e dei suoi più illustri rappresentanti: il saggio e buon Kaiser Franz Josef e Sissi, l’eternamente splendida imperatrice che ancora oggi regna incontrastata sui cuori di tutti i discendenti dei suoi sudditi.

Edoardo Fuchs



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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