“Sono Norman, do consigli e continuo a nuotare” – arriva il film di Cedar con Richard Gere protagonista e Steve Buscemi rabbino

Norman Oppenheimer Strategies. Questo c’è scritto sul biglietto da visita. Cosa vuol dire? Tutto e nulla. Norman vive per aiutare. La sua massima soddisfazione è rendersi utile in un senso esistenziale, più che economico. Si infila tra le vie innevate di New York, insegue il parente, l’amico, il rabbino, il collega, quella persona influente che pensa di conoscere meglio di quanto conosce, racconta di uno all’altra, ha i loro contatti. Sembra un senzatetto di classe, non un “mafioso”: è ossessionato dagli altri, dal farsi apprezzare, ma sottotono. Non si capisce bene dove viva. Offre connections, ma non è un businessman. Vede l’intera città come un piccolo villaggio, dove al posto di galline, uova e latte, in gioco ci sono ammissioni a Harvard del figlio di un politico.

E’ eccentrico ma all’inizio sembra ancorato alla realtà: certo magari a una persona dice di conoscerne un’altra, o imbellisce alcune parti del racconto, ma non è un inganno, sembra trascinato dalla sua stessa ossessione, un business altruista. Che business poi? Tutto. Consigli, rapporti, ma fatti di un innocente “Quello è il figlio di Salomon?”, “Se vieni a questa cena ti presento Taub di una delle famiglie più influenti”, poco importa se alla cena non era neanche stato invitato, il contatto si crea anche così e magari funziona pure. Anche quando attacca bottone con una donna, sul treno, la chiacchierata sembra solo quella di un vecchietto un po’ petulante ma con buone intenzioni. La donna poi si rivela essere a capo di un’associazione investigativa, ma questo avrà molta più importanza dopo (no spoilers).

Norman conosce un uomo, un ministro del commercio israeliano, a cui per qualche giorno a NY inizia a dare consigli, dall’economia a dove comprare vestiti e volendoselo ingraziare (nonostante questo ironizzi che in Israele più ti vesti con abiti costosi e peggio è per un politico alle prime armi) gli compra un paio di scarpe costosissime. Pochi anni dopo questo stesso uomo diventa Primo Ministro in Israele e questo regalo, insieme al rapporto su cui Norman ha fantasticato, crea uno strano legame tra i due.

Quando Norman lo vede a Washington e viene riconosciuto e abbracciato ha la certezza di aver conquistato un posto d’onore e la sua vita si ribalta. Poco dopo – in una delle scene più  interessanti del film – questo mondo di connessioni di serie A prende vita attraverso proiezioni surreali attorno a lui con ognuno dei membri di diverse associazioni, esponenti di tipi di ebraismo, organizzazioni a cavallo tra i paesi, lo circonda e spiega cosa fa, come se tutti parlassero con lui. (Chiunque sia mai stato a una convention dell’AJC, AIPAC, ZOA o simili, ha sentito quelle frasi alla lettera).

E’ amato dalla sua comunità che infatti, pur prendendolo in giro, si fida di lui, dopo gli anni di successo, per poter salvare la sinagoga, chiedendogli di trovare un donatore: lui inizierà a tessere una rete di favori impossibili, non da “Lupo di Wall Street” ma da disperato, sempre più contorti, promettendo un donatore inesistente, convincendo il rabbino ad aiutare un parente che vuole sposarsi con una coreana che non è stata convertita nel modo giusto e così via… Infine quel regalo fatto tanti anni prima avrà conseguenze enormi sull’immagine del Primo Ministro in Israele e anche tragiche in America…

Il regista Joseph Cedar

Il film “Norman: The Moderate Rise and Tragic fall of a New York Fixer” è diretto da Joseph Cedar, un regista israeliano, nato in una famiglia ortodossa, che aveva diretto  “Footnote” ,  un capolavoro nominato agli Oscar,  anche quello focalizzato sulle minuzie delle parole, degli scambi contorti e di personaggi eccentrici che vivono in una bolla a se stante.

Ogni gruppo etnico ha rapporti interni a gomitolo e vive di connessioni: in un paesino siciliano non c’è solo la mafia, ma anche il bar e per gli ebrei è uguale, le connessioni non sono solo “lobby”, ma esperienza di vita inevitabile. Uno studente arriva in una nuova città e viene trascinato in diversi circoli ebraici a catena. In molti casi c’è totale libertà, non è settario, auto-ironia o percorsi diversi, ma è un tratto culturale innegabile legato a una certa chutzpah e un calore delle comunità allargate, con pregi e difetti. A chi è stato in Israele saranno capitate scene assurde come un tassista che si offre di portare i bagagli sotto casa, poi lascia il proprio biglietto da visita e dopo aver saputo che lavoro fai ti dà il contatto di suo figlio, ma allo stesso tempo pochi giorni dopo organizza una cena presentandoti all’intero quartiere. O un host di Airbnb che scopre che la signora che ha preso l’appartamento fa l’editrice e inizia a portare libri e capitoli sempre più improbabili, o a portarla in caffè di Tel Aviv.  O a NY trovarsi in un ufficio pieno di carte di un vecchio ebreo sefardita che calcola le tasse su fogli a matita, senza occhiali, sente la sua intera famiglia al telefono perché vuole che compri il giornale dell’amica della figlia e ci faccia una donazione. O forse questi sono esempi troppo specifici… ma da cui traspare il senso di un’esperienza collettiva. Forse non diversa da una siciliana a Milano, ma con un sapore ebraico. Sono scene buffe e fanno parte dello spirito sabra, pragmatico, e anche un po’ artistico: storytellers, creatori di tele vaganti, diretti.

Questo film – di cui non rivelo alcuno spoiler, oltre a queste premesse – solleva però una questione interessante dal punto di vista etico, simile a quella del “Mercante di Venezia”. Il Mercante in Shakespeare incarnava diversi stereotipi ebraici, avaro, ansioso, “introdotto” in alcuni ambienti, eppure la sua fine tragica, il battesimo forzato ne fa anche un eroe per gli ebrei, e merita una visione sfumata. Shakespeare non era ebreo e quindi i tratti sono più generici, ma nel Mercante ci sono anche tanti elementi ebraici millenari: come per Norman in questo scambio continuo di beni, in questo vagare ai limiti della società per necessità (dopo aver perso le terre nel Medioevo) c’è la loro forza e fascino.

Un film non deve mai seguire una morale, nessuno è obbligato a “far fare bella figura” al proprio gruppo etnico, a lavare i panni sporchi in famiglia, anzi, sarebbe un affronto alla creatività,  ma il cinema fa i conti con alcune responsabilità, volente o nolente. Tanti romanzi a tema ebraico sono riempiti di personaggi problematici, inquieti e inquietanti e ci sono film israeliani meravigliosi che raccontano di alcune frange ortodosse con dettagli vissuti, ma strappando il sipario e denunciando un male, un dolore enorme, meglio se raccontato dal punto di vista personale e non generalizzato. Ci sono commedie o drammi che si appoggiano molto a stereotipi ebraici ma utilizzandoli come punto di lancio o introdotti nell’immaginario comune. Sono spesso però una sorta di lettera d’amore a una propria “famiglia” nonostante alcuni difetti.

“Norman” è una questione diversa. Da un lato non mostra personaggi cattivi di per sé, non rende il suo protagonista un Bernie Madoff dei poveri, né un truffatore, né un menzognere consapevole, ma più uno scemo del villaggio, un personaggio mercuriale. Mostra addirittura Israele come un paese forte, meraviglioso, i rapporti tra USA e Israele sono stretti e codipendenti, ma senza alcuno spirito di denuncia. E’ la realtà. Il Primo Ministro israeliano, un Justin Trudeau sabra che arriva persino a un fantomatico trattato di pace,  dice una frase che racchiude l’essenza di quello per cui Israele esiste: “L’opposto del compromesso è la morte”, sottintendendo anche una cultura della morte dall’altra parte.

Eppure in un mondo antiglobalista e sempre più preso da dietrologie fa comunque effetto come si racconta oggi uno “stereotipo” o una maschera, soprattutto conoscendo New York solo da fuori (Cedar, il regista, è nato in Israele). Un addetto ai lavori, una persona ironica, una persona interna a quel mondo lo vede come una metafora colta di alcuni effetti a catena e di personaggi cittadini tipici, ebrei erranti, mendicanti di favori, un meddler, un fixer… Uno spettatore che ci ha potato la fidanzata, annoiato, può vederci un film dove ogni ebreo guadagna qualcosa con un favore e una lobby, certo condannata, che esiste e alcuni meccanismi che fanno pensare ai “Ponzi schemes” che tanto hanno dominato le news anni fa… Ognuno ne trae quello che vuole, ma è interessante guardare alle due facce della medaglia. Il finale è geniale e legato alle sorti del Primo Ministro in un modo inaspettato.

Il film potrebbe essere tranquillamente ambientato negli anni 70 per come mostra i rapporti umani e la città stessa, gli iPhone stonano e lo catapultano nel 2016  e le relazioni USA-Israele sono più  vicine a quelle dell’era Clinton e Bush, in uno strano mix che da un lato è geniale, dall’altro forse un punto debole non da poco, che confonde un po’ le idee e rende meno validi alcuni momenti, essendo tutti i personaggi inventati, soprattutto nell’epoca più densa di notizie in cui viviamo. E’ anche casuale che in Francia uno degli scandali delle elezioni presidenziali che ha coinvolto François Fillon è stato legato a “regali” in forma di abiti da uomo da 12000 euro…

Il film galleggia come il suo protagonista che si vanta del fatto che “continua a nuotare”, la sua intera vita passata è un mistero che emergerà pian piano. Richard Gere in versione ebreo newyorkese è sorprendentemente convincente e Steve Buscemi che fa il rabbino vale tutto il film. Non è una commedia, non sono personaggi alla Adam Sandler o Ben Stiller, ma sembra una fotografia di quei passanti distratti, eminenze grigie della città, acrobati su un filo invisibile…

Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006


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