Riflessioni di un italo-israeliano

Un suono riecheggia nel cielo di Tel Aviv. Le strade si svuotano e le macchine si fermano; nessuno osa mettere il piede fuori da quei luoghi sicuri chiamati rifugi, bunker. La sirena antimissile strepita fino all’arrivo di quel tonfo che mette fuorigioco l’arma e rimanda gli israeliani al loro posto. Questa è la realtà che sta vivendo il popolo d’Israele, conosciuta da noi europei attraverso immagini di persone che corrono cercando di mettersi al riparo. Ma cosa pensano veramente quelle persone? Come vivono il conflitto? Non esiste risposta a queste domande, poiché ogni idea assume la sua forma a seconda dei diversi punti di vista. L’Occidente però vi vede la sola paura, paura senza la morte, poiché gli israeliani hanno un esercito che li difende, mentre i palestinesi no. I continui attimi di panico e di pausa dalla quotidianità rendono impossibile e lento lo scorrere della giornata, perché questo immenso terrore porta a pensare costantemente al prossimo, magari imminente attacco.

Ed è un continuo trascinarsi in avanti, cercare di vivere quelle 24 ore in un posto sicuro attorno alla propria famiglia, pensando a quando finirà questo conflitto che non ha tregua, e che ogni giorno lascia gli israeliani in uno stato di tremenda inquietudine, poiché potrebbero ritrovarsi senza casa, senza famiglia e senza i più giovani, che combattono per difendere la propria terra. Questo è quello che sta facendo Israele: non vuole distruggere, o uccidere i palestinesi.

Vorrebbe solo la possibilità vivere in pace dopo millenni di persecuzioni e traversie che hanno portato ciò che è rimasto dell’antico popolo in quel fazzoletto di terra. Non era nulla all’inizio: un misero pezzo di terra da coltivare e senza case in cui abitare. Oggi è uno Stato che vive, che ha voglia di crescere e di poter formare le generazioni future in un clima gioioso e pacifico. Ma non è così; da quando è nato si trova in una guerra perenne, che logora gli animi e non rende giustizia. Distrugge anche la controparte, quei misteriosi individui che vivono al di là del muro che divide i due popoli, e che  gli israeliani hanno potuto conoscere solo come nemici, e non come persone; il popolo ebraico sa che non sono macchine, che anche loro soffrono per le morti dei loro cari e che buona parte di loro vuole la tregua in modo da costruire uno Stato sicuro per i propri figli. Ciò che impedisce il tutto è un conflitto che si tramanda da tempo, che per adesso non ha una soluzione concepibile, poiché, per ora, essa coinciderebbe con la scomparsa di una delle due fazioni. Ma il popolo d’Israele vive e va avanti, senza perdere la speranza di poter far giocare i propri figli sulla spiaggia, con la voce del bagnino che strepita da quelle casse acustiche, che, una volta, facevano correre a gambe levate verso il luogo più sicuro, tirando un sospiro di sollievo quando quel terribile rumore smetteva di suonare.

Am Israel Chai

David Pakin


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