Riflessioni a caldo da Herzliya

La prima volta che ho assistito ad un’esercitazione della popolazione civile in Israele è stato due anni fa. Non avendo sentito la notizia alla radio, la sirena mi ha colta di sorpresa ed ero terrorizzata. Gli israeliani del mio ufficio mi sbeffeggiavano. “Sei proprio una hutznikit (un modo di riferirsi a chi viene da fuori Israele tra lo scherzoso e il dispregiativo)”. Io volevo correre nel bunker, mentre tutti sembravano infischiarsene. D’altra parte era solo un’esercitazione.

La seconda volta ero preparata, ma non ho fatto in tempo a raggiungere il bunker più vicino entro 2 minuti.

Ieri non ero a Tel Aviv, ma in classe, all’Università. Una studentessa ha chiesto di interrompere la lezione quando ha appreso che le sirene stavano suonando a 15Km da noi. Il professore ha concesso 5 minuti per telefonare ai nostri cari e assicurarci che stessero bene e poi ha continuato la lezione, che è proseguita con uno scambio di battutine tra l’insegnante e gli studenti: “Con la sfiga che ho è sicuramente caduto su casa mia”; “Ci ho messo 4 ore a convincere i miei figli che a Tel Aviv non sarebbe successo niente e ora si prenderanno gioco di me a vita”. Nonostante il clima fosse teso (io personalmente ho perso il filo delle successive due ore di lezione), c’era la voglia di reagire, di sdrammatizzare. E devo dire che non ho mai ammirato così tanto gli israeliani. Di solito non li sopporto con la loro aggressività e il loro modo di fare per me troppo informale. È paradossale che li abbia trovati ammirevoli proprio in questa situazione. Ma non è proprio in questo tipo di eventi che viene fuori la vera persona?

Come l’amica con cui stavo prendendo un caffè solo poche ore prima. Dato che aspettavo da lei delle risposte, mi ha gentilmente telefonato spiegandomi che l’avevano richiamata e che mi avrebbe ricontattata dopo il suo ritorno. Il suo tono era calmo, determinato. Da un giorno all’altro l’esercito ti stravolge i piani e tu lo accetti senza problemi.

Almeno questi ragazzi vanno a dare un aiuto concreto. Noi, seduti nelle nostre case o nei nostri uffici ci sentiamo spesso impotenti. Ma anche la battaglia dell’informazione è importante. Diciamo la verità: Israele con le pubbliche relazioni non ci sa proprio fare. È estenuante, ma tutti noi abbiamo il dovere di dire la verità, specialmente in Europa dove i media sono nettamente di parte, dove i pacifisti non si sdegnano, non mandano flottiglie in Siria, dove hanno perso la vita più di 25.000 persone, ma si risvegliano improvvisamente solo quando c’è Israele di mezzo. La conosciamo bene quella sensazione quando leggi commenti che giustificano il continuo lancio di razzi verso la popolazione civile israeliana: tremi dalla rabbia, arrossisci, il tuo cuore comincia a martellare e l’adrenalina sale. E sai che devi rispondere.

Hamas sta portando avanti una campagna mediatica falsa, dove tra l’altro usa immagini provenienti dalla Siria spacciandole per la situazione di Gaza. E intanto i terroristi si nascondono in aree densamente popolate; dentro scuole, ospedali. Impedire vittime civili è difficilissimo. La cultura di Hamas non è solo una cultura che non ha rispetto per la vita, ma che adora la morte. Per loro le vittime civili non sono un problema, anzi sono “martiri” e aiutano alla delegittimazione di Israele.

Spetta a chi conosce la verità, smontare le falsità di Hamas pezzo per pezzo. Internet è il teatro di questo scontro tra la verità e la menzogna.

Un ultima osservazione. Per chi ancora dice che Israele non vuole negoziare: voi sareste pronti a negoziare con un’organizzazione che nel suo Statuto si pone come obiettivo principale la distruzione di Israele e il genocidio degli ebrei?

 Alessia Di Consiglio


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