Quell’identità che resiste

Montpellier

Sempre devi avere in mente Itaca-

raggiungerla sia il pensiero costante.

Soprattutto, non affrettare il viaggio;

fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio

metta piede sull’isola, tu, ricco,

dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

(Kostantinos Kavafis)

Partire, prendere un aereo, un treno, preparare i bagagli, raccogliere la vita che ti stai temporaneamente lasciando alle spalle e chiuderla in una valigia. 23 kg niente di più, a meno che non si voglia pagare un sovraprezzo. Spesso nella vita siamo bloccati in un check-in immaginario ricreato  nella nostra mente, alla ricerca del coraggio di farla quell’esperienza. Abbiamo paura di intraprendere quel viaggio, ma dopo il primo passo sappiamo già che non saremo noi a farlo. Sono i viaggi che ci danno forma, ci cambiano irreversibilmente.

Così succede che ti ritrovi in Erasmus, programma di mobilità tra atenei europei, ti ritrovi a Montpellier, piccola bomboniera del sud della Francia la cui essenza dinamica si racchiude tutta nella sua piazza principale, Place de la Comédie. Cittadina universitaria, colorata, multietnica, animata costantemente dal chiasso di studenti festaioli. Succede che ottieni tutto ciò che stavi cercando e anche qualcosina di più.

Succede anche che lungo la strada che tutte le mattine percorri in bici per andare da casa all’università ci sia un palazzo che ha una Mezuzà sullo stipite e un Maghen David  intagliato nella porta. Succede che per quanto le tue intenzioni non fossero proprio quelle di frequentarla quella piccola comunità di 3000 persone circa, che sapevi esistere, un venerdì di novembre in cui la nostalgia di uno shabbat con la famiglia è più forte delle altre, decidi di varcarla quella porta. Accade poi che una signora che ti ha scrutato curiosamente per tutta la funzione, ti rincorra per le scale per invitarti a cena con lei e la sua famiglia. E tra quelle mura sconosciute, con persone la cui lingua parli appena, nonostante tutto riesci a sentirti a casa: saranno le candele che si stanno consumando, il papà che fa il Kiddush o il bimbo che taglia a pezzettini la challà.

Capita ancora che una sera in cui stai uscendo dalla biblioteca, vedi su Place della Comedie una strana folla che distribuisce sufganiot intorno ad una Chanukkìà che sta per essere accesa dal sindaco della città, e pèr un secondo ti senti a Roma, a Piazza Barberini. Quella stessa sera vieni trascinata ad una festa al bowling per giovani, e la trascorri cantando Ma’oz Tzur tra uno strike e uno spare (degli altri ovviamente).

E quando infine ti ritrovi ad organizzare cene di Shabbat con altri 5 0 6 studenti fuorisede, hai la consapevolezza che no forse, dopo anni di B.A., UGEI, UGN, non cercavi una vita ebraica, ma lei ha sicuramente trovato te. E se ne sei anche felice, se senti quel brividino lungo la schiena, e gli occhi ti diventano lucidi mentre ripensi a questi momenti, allora sei certo che i viaggi possono cambiare tante cose, ma non possono smuovere la tua identità, non possono rimuovere le tue radici quando queste sono ben impiantate nella terra.

Sara Astrologo


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