Prima l’uomo: una riflessione su profughi, ruspe e la ‘difesa dei nostri confini’

Don’t call me white, cantavano i NOFX – una band punk-rock statunitense composta in gran parte da ragazzi ebrei che ascoltavo nella mia adolescenza – ovvero, non applicare su di me questo stereotipo, perché non mi appartiene. I miei gusti musicali sono un po’ cambiati da allora, ma quando sento parlare di suprematismo bianco, o anche solo più da vicino continuamente di “prima gli italiani” e i “nostri confini”, questo ritornello mi sovviene nuovamente, e mi chiedo chi siano i bianchi, e poi gli italiani, e se anche io appartenga a questo gruppo privilegiato o se qualcun altro vi appartenga realmente. Sì perché cosa occorre per esserlo, il sangue, la religione, la lingua, la provenienza geografica? E dove saranno nati i miei antenati, e i vostri, i loro? Il passaporto può bastare?

Ma le differenziazioni non sono solo locali, e si applicano arbitrariamente anche agli stranieri e alle loro tragedie, vi sono categorie etnico-religiose di profughi “buoni” degni di commiserazione, come i cristiani, gli ezidi e a volte anche i siriani – anche se dubito che i più li abbiano realmente incontrati e saprebbero sul momento distinguerli, per esempio alcuni di quelli di Gorino erano cristiani ma furono ugualmente cacciati con le barricate, e un buon numero di ezidi sono ancora intrappolati in Grecia o in Turchia con buona pace di tutti – e profughi che in realtà sono solo “migranti economici” e non meritano neppure un pasto o un tetto sotto il quale dormire, nei loro confronti è preferibile la tanto paventata “ruspa” salviniana. Allora pensando a qualche artista sicuramente superiore ai NOFX concludo con queste celebri parole di Bob Dylan: “How many roads must a man walk down Before you call him a man?”.

Francesco Moisés Bassano

Da Moked.it


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