Parliamo di ponti: la metropolitana leggera di Gerusalemme

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Il tema scelto quest’anno per la Giornata della Cultura Ebraica, che domenica 6 settembre aprirà ai visitatori le porte di comunità e sinagoghe di tutta Europa, è quello dei “ponti”. Al di là dell’immagine un po’ facile che li vuole contrapposti ai “muri”, i ponti uniscono ma segnano la divisione tra opposti argini, sono occasione di incontro ma anche di scontro. Hanno un significato spesso ambiguo e sempre problematico.
In questo senso la metropolitana leggera di Gerusalemme è un ponte. Inaugurata nell’agosto 2011 dopo nove anni di lavori, ritardi, deviazioni dovute a ritrovamenti archeologici, accese discussioni sul percorso e problemi di budget, ha dato infine significativo sollievo ai cronici problemi di viabilità della città, che sono tuttavia ancora ben lontani da una soluzione. Oltre a favorire gli spostamenti degli abitanti, offre ai turisti la possibilità di muoversi in modo più agevole e, al contempo, di osservare un nuovo contrasto tra modernità – quella dei luccicanti vagoni – e antichità.

Il percorso è stato studiato per unire concretamente la città. Parte da Monte Herzl, passa attraverso il ponte di Calatrava e Kyriat Moshe, segue poi Jaffa Road, il cuore commerciale della capitale, fino a lambire la Città Vecchia; correndo sempre in superficie, dalla Porta di Damasco procede verso Gerusalemme est con un tracciato scandito sulla linea armistiziale del 1949 (la “linea verde”), si addentra in direzione nord in quartieri ebraici e arabi, per giungere infine a Heil Ha’Avir, in West Bank, a pochi chilometri da Ramallah.

La metropolitana leggera è un ponte perché è stata progettata e realizzata per unire una città divisa. La divisione di Gerusalemme non è semplicemente quella lungo la “linea verde” (al netto dei numerosi insediamenti ebraici post-1967 nella zona est, sud e nord), ma si addentra in ogni quartiere, si plasma sulle “quattro tribù” di cui il Presidente dello Stato Reuven Rivlin ha parlato recentemente in un importante discorso: “ebrei laici, nazional-religiosi, arabi e charedim”. La metropolitana leggera è punto di incontro di queste quattro tribù, emblema della possibilità di reciproca tolleranza – non senza eccezioni – in uno spazio condiviso che non ha nulla a che vedere con una benefica integrazione.

Per questo motivo è falso affermare che il tracciato sia simbolo dell’oppressione e della discriminazione di cui una certa vulgata vorrebbe responsabile Israele nei confronti dei propri cittadini arabi e degli arabi palestinesi. Secondo questa lettura viziosa, la metropolitana rientrerebbe in un piano per consolidare il controllo, da parte di Israele, dell’intera città, e sarebbero in qualche misura giustificate la ripetute azioni di vandalismo da parte di gruppi di arabi palestinesi contro binari e stazioni.

Il sindaco Nir Barkat, grande sostenitore del progetto e di altre due linee attualmente in costruzione, sostiene che la metropolitana leggera unifichi la città, senza riguardo per le differenze etniche e religiose dei suoi abitanti. Ha certamente ragione, eppure vero è che la costruzione di questo ponte corrobora lo status quo di Gerusalemme, una città unita politicamente ma divisa sotto ogni altro punto di vista. Ed è un ostacolo in più alla nascita di uno stato arabo palestinese, peraltro più volte proposto dai governi israeliani e finora sempre rifiutato proprio dalla leadership palestinese, con capitale Gerusalemme est. La metropolitana leggera è perciò ponte, ma anche muro a difesa di una situazione che, se oggi sembra l’unica possibile, sul lungo termine non offre prospettive di pace.

Giorgio Berruto


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