Letteratura israeliana: un calderone ribollente?

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Sulla Lettura, supplemento culturale domenicale del Corriere della Sera, del 23 agosto scorso il critico letterario e filologo Pier Vincenzo Mengaldo, sollecitato da Paolo Di Stefano, ha ripreso una sua vecchia ipotesi: “che cioè la narrativa migliore nasca in Paesi in cui la società e la politica pongano seri problemi nazionali, per esempio contrasti etnici, politici, religiosi. Paesi in cui le lacerazioni sono profonde, come Israele. Alla letteratura non fa bene un tipo di società omogeneizzata”. Una ipotesi certamente suggestiva che può essere corroborata da una folta casistica; tanto per fare un esempio, la stagione del (largamente ebraico) decadentismo viennese nei primi anni del ventesimo secolo, in un clima di forti spinte disgregatrici e nella percezione di una crisi valoriale che faceva intravedere a molti contemporanei come prossima e inevitabile la fine dell’Austria felix.

Che Israele sia percorso da tensioni e lacerazioni è d’altra parte fuori dubbio. La domanda è se questa realtà si rifletta nella letteratura, oppure se la seconda proceda indifferente al grande disordine sotto il cielo. A mio avviso, un avviso condizionato da una selezione di letture e quindi più che mai soggettivo, la letteratura israeliana trae la sua forza stessa da queste tensioni, da queste lacerazioni. Per i temi prescelti, ma anche per lingua, stile e colore. E per quell’aura che circonfonde un po’ magicamente le opere d’arte aggiungendo qualcosa di decisivo alla somma delle parti. David Grossman, che pure faccio fatica a considerare un gigante della letteratura, ha scritto libri dotati di una potenza intrinseca ed esplosiva. Qualcuno con cui correre, probabilmente tra i suoi lavori più riusciti, non è concepibile senza questa forza, grazie a cui si differenzia da centinaia di romanzi altrimenti equivalenti.

Ma è la quasi totalità della letteratura israeliana che sembra scaturire da un ribollente calderone di tensioni. Attriti ideologici, etnici e culturali, ma non di meno linguistici: l’ebraico moderno, a oggi unico caso al mondo di risurrezione linguistica, ha poco più di un secolo di vita reale e, se ha superato le turbolenze della crescita, è però ancora in fase di assestamento. Questo fa sì che la letteratura israeliana contemporanea crei la lingua molto più di quanto lo faccia quella italiana, peraltro in uno stato di forma tutt’altro che smagliante.

A questo proposito vorrei citare due romanzi a me cari, 1948, di Yoram Kaniuk, pubblicato nella bella collana “Israeliana” lanciata nel 2008 da Giuntina, e Una storia di amore e di tenebra, l’acclamato capolavoro di Amos Oz. Entrambi, insieme a molti altri (tra cui il recente La collina, di Assaf Gavron, anch’esso pubblicato da Giuntina), scaturiscono dal ricco humus di cui Mengaldo scrive. Sono testi in cui l’autobiografia dello scrittore e quella di un Paese si fondono, la memoria detta i tempi della storia e la trasfigura, la sperimentazione forza la lingua, ne esplora la vitalità, segue nuovi sentieri, crea parole ed espressioni. Secondo Elena Loewenthal, che ha tradotto i due romanzi, il libro di Oz è “forse il monologo dell’anima d’Israele”, un “cammino narrativo straordinario in cui l’autore si fa personaggio e i personaggi sono dentro l’autore” (La Stampa, 14/09/2003). E’ da questo impasto che nasce la letteratura israeliana. Per Giulio Busi è “quell’incandescenza espressiva, quel tono da leggenda inconsapevole che ne fa uno dei fenomeni di maggior successo della cultura contemporanea” (Il Sole 24 Ore, 21/09/2003).

Un terreno caldo, talvolta scottante, in cui la traiettoria del singolo interseca una società problematica e vibrante e la storia nel suo farsi. E’ lo stesso Oz a sostenerlo: “Vi è il sippur, che è un racconto di vita, e vi è l’historia, che è il passato con l’iniziale maiuscola. Il mio romanzo è l’inestricabile intreccio di queste due cose”.

 

Giorgio Berruto


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