Le radici e le ali – identità ebraica e confronto

Mi capita abbastanza spesso di leggere su Facebook commenti più o meno critici a queste mie brevi riflessioni su Moked e Hatikwà. Talvolta mi vengono suggeriti spunti interessanti o mostrate possibili integrazioni a quello che ho scritto. Capita anche di leggere commenti volgari, insulti e piccoli tentativi di scatenare cacce alle streghe virtuali. Non voglio in questo spazio entrare nel merito di quel fenomeno, dal quale il mondo ebraico italiano purtroppo non esula, noto come “demenza digitale”: altri lo hanno fatto e lo fanno molto meglio di come potrei farlo io.

Vorrei invece soffermarmi su un commento di un lettore al mio articolo della settimana scorsa in cui citavo una frase dello storico dell’arte ebreo Erwin Panofsky a proposito della “Melancolia I” di Albrecht Dürer. La citazione, peraltro, era funzionale a introdurre il discorso, che si concentrava intorno alla risolubilità di problemi, e in particolare della questione israelo-arabo-palestinese. Il lettore mi faceva notare, non senza una vena polemica, come sarebbe stato più opportuno che mi concentrassi su fonti della tradizione ebraica anziché scrivere di Dürer.

Queste parole mi hanno fatto riflettere, perché sono convinto che la capacità e il desiderio di confrontarsi (anche) con fonti non ebraiche sia sintomo di forza identitaria, e non di debolezza. Viceversa, temo il rifugio nell’identitarismo, che dell’identità è semplificazione, deformazione e in ultimo caricatura. L’invito ad approfondire è sempre naturalmente ben accetto, quindi anche non problematico; quello che trovo invece singolare nella posizione del mio interlocutore è la palese opposizione dei due ambiti, fonti e commenti della tradizione ebraica/altro: una opposizione di legittimità assai dubbia, o come minimo tutta da dimostrare.

Immagino che la posizione di chi vede negativamente che su un organo ebraico si scriva di, o anche solo si citi, uno dei massimi artisti del Rinascimento, debba molto alla paura dell’assimilazione. Paura peraltro più che comprensibile per chi, come gli ebrei italiani, vive da minoranza in una società non ebraica ed è influenzato da un flusso continuo di stimoli centrifughi. Credo però che il ripiegamento su di sé, sottraendosi al confronto con altre fonti e tradizioni, possa condurre a un impoverimento e, in casi estremi eppure presenti anche in Italia, a una vera e propria iconoclastia antintellettualistica. E il giorno in cui la paura dell’assimilazione venisse meno, ci si potrebbe forse rendere conto che non basta, nel mondo di oggi, per forgiare un’identità. Un’alternativa valida a un simile scenario è quella riassunta da un proverbio del Québec, secondo cui i genitori possono dare due cose ai figli: le radici e le ali. Il vigore delle ali dipende dalla profondità delle radici, la robustezza di queste trova piena espressione nel volo di quelle.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


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