Le parole sono pietre: un caso studio sulla (dis)informazione su Israele in Italia

“Gerusalemme. È morto il giovane israeliano vittima di un attacco palestinese lunedì notte in Cisgiordania. Malachi Moshe Rosenfeld era stato ricoverato allo Shaare Zedek Medical Center a Gerusalemme dopo che la macchina sulla quale viaggiava nei pressi dell’insediamento di Shilo era stata colpita da proiettili sparati da un’auto con targa palestinese” (Avvenire, 1 luglio 2015, pag. 12)

shhare tzedek

Questo scarno trafiletto di cronaca è stato pubblicato da Avvenire, ma sarebbe potuto comparire su diversi altri quotidiani italiani. Non è un attacco feroce e indiscriminato a Israele, ma una semplice notizia di agenzia riportata in modo apparentemente neutro con decine di equivalenti ogni settimana. Lo considero un caso tipico dell’informazione su Israele in Italia: per questo vorrei provare ad analizzarlo, problematizzandone contenuto e forma.

Perché la visione che il lettore trae da queste righe non è per niente equilibrata, e di conseguenza chi le ha scritte ha fatto un pessimo servizio all’informazione. Ho individuato 5 punti nella breve narrazione quantomeno discutibili, che presi insieme forniscono un quadro che non esito a definire parziale.
Un’ultima premessa: non credo sia un esercizio lezioso. Per la tradizione ebraica le parole sono cose (devarim), autentico criterio di differenziazione e identificazione di tutto quello che ci circonda. In base all’utilizzo che ne viene fatto, possono diventare pietre. Pietre aguzze.

– “E’ morto il giovane israeliano”. Da solo? Oppure è stato ucciso?

– “Attacco palestinese”. E’ stato un attacco terroristico? Oppure un altro genere di “attacco”?

– “La macchina […] era stata colpita”. E’ stata colpita solo l’automobile, oppure anche alcune persone? E soprattutto: l’obiettivo di questo “attacco” era colpire la macchina o chi c’era dentro in quel momento?

– “Proiettili sparati da un’auto”. Non sappiamo ancora nulla su chi ha compiuto l’azione, e le cose non sembrano migliorare adesso. La principale responsabile sembra essere l’automobile da cui sono stati sparati i colpi: ecco un primo slittamento metonimico.

– “Con targa palestinese”. Dal mezzo di trasporto, con un’ulteriore slittamento l’attenzione è spostata sulla targa. Eppure se la targa è palestinese, anche l’automobile lo è, e verosimilmente anche i suoi occupanti.

 

Nel complesso, dall’articolo sappiamo che un israeliano è morto, ma non è chiaro di chi sia la responsabilità. Di termini come “terrorismo” e “terrorista” non c’è traccia; l’aggettivo “palestinese” viene legato ai soli vocaboli “attacco” e “targa”. Poiché né un’automobile né tantomeno una targa possono essere considerati soggetti morali, al termine della lettura del breve pezzo resta inevasa la domanda fondamentale: chi è il responsabile? E da questa ne scaturisce un’altra: il giornale avrebbe utilizzato le stesse parole – anzi, gli stessi giri di parole, evitando di usare le parole, di dare nomi alle cose – se avesse raccontato una violenza compiuta da ebrei israeliani? Sarebbe stata data nello stesso modo la notizia di una moschea incendiata da parte di un gruppo di ebrei?

E’ lecito quantomeno dubitarne. Quello che rimane è un discorso parziale su Israele che dalle pagine dei giornali e dai servizi televisivi si propaga, ripetuto ossessivamente, fino a influenzare profondamente l’opinione pubblica. La breve di Avvenire non è quanto di più sbilanciato si può leggere sui quotidiani, ma un contributo rappresentativo della vulgata che sui mezzi di informazione va per la maggiore. Proprio per questo è allarmante.

Giorgio Berruto


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