L’acqua in Israele

di Gabriele Fiorentino

L’acqua costituisce per Israele un problema sia interno che geopolitico. Schematicamente, i problemi che si trova ad affrontare sono tre: il sovra-sfruttamento delle risorse idriche, la condivisione delle stesse con i vicini e l’aumento dell’inquinamento idrico.

Sovra-sfruttamento delle risorse idriche

Il livello di un acquifero è costante se il volume di acqua prelevato è uguale al volume di acqua che ricarica l’acquifero. Questo volume è chiaramente legato alle precipitazioni, che come è noto sono assai scarse nella regione. Inoltre si iniziano a sentire gli effetti dei cambiamenti climatici globali, con una notevole riduzione delle piogge.

Il volume di acqua prelevato è stato in media sempre superiore a quello di ricarica, dunque il livello degli acquiferi si è abbassato molto. Questo processo non solo non si è fermato, ma continua ad aumentare ancora oggi a causa della crescita della domanda d’acqua. Si calcola che questa sia cresciuta di circa 40 milioni di metri cubi all’anno.

Gli effetti di questo sovra-sfruttamento sono i seguenti:

a)                  Quando si abbassa il livello dell’acqua ci sono delle forti infiltrazioni di acqua salmastra che si mescola con l’acqua dolce, riducendo così la disponibilità di acqua potabile. Ad esempio, circa il 20% dell’acquifero costiero non può essere utilizzato per questo motivo.

b)                 Il volume d’acqua totale disponibile si è ridotto a causa dell’abbassamento del livello dei tre maggiori acquiferi: l’acquifero costiero, il montano ed il lago Kinneret.

c)                  L’aumento della salinità dell’acqua produce gravi danni al terreno agricolo, riducendo i raccolti.

E’ di pochi mesi fa una notizia prevedibile ma molto grave, che non fa che confermare quanto finora detto. Secondo un rapporto presentato ad un convegno organizzato dall’associazione ambientalista FoEME (Friends of Earth Middle East), una ONG con sede a Londra, il basso corso del fiume Giordano (ovvero il tratto a sud del Kinneret) rischia di prosciugarsi entro il 2011 con conseguenze catastrofiche per tutto il Medio Oriente.

Nel corso del tempo, infatti, più del 98% dell’acqua del fiume è stato deviato da Israele, dalla Siria e dalla Giordania per usi nazionali grazie ad una diga posta circa due chilometri a sud del Kinneret. Appena a sud della diga, a causa della gran quantità di acqua prelevata, il flusso rimanente è composto da acque reflue (gli scarichi delle fognature), dilavamento di origine agricola e acque saline.

La condizione del fiume inoltre è aggravata dalle infiltrazioni di acqua salmastra che si riversa nel Giordano. Un portavoce della ONG ha riferito: “Un recente studio rivela che abbiamo perso almeno il 50 per cento della biodiversità dentro e intorno al fiume a causa della deviazione quasi totale di acqua dolce, e che sono necessari circa 400 milioni di metri cubi di acqua per riportare il fiume in vita “.

Il rapporto offre anche la soluzione al problema, che è abbastanza ovvia: Israele, la Siria e la Giordania dovrebbero smettere di deviare così tanta acqua, permettendo così che il fiume torni ad essere un vero corso d’acqua anche a valle della diga.

Al convegno, oltre a circa 200 esperti giordani, israeliani e palestinesi hanno partecipato anche molti rappresentanti istituzionali di Israele e Giordania e diversi osservatori stranieri. Molte associazioni palestinesi e giordane hanno invece invitato a boicottare la riunione.

Israele e i suoi vicini

 

Israele deve dividere le risorse idriche con i suoi vicini. Il caso del fiume Giordano, diviso tra Israele, Siria e Giordania, è emblematico.

Israele occupa il Golan, una regione scarsamente abitata, dal 1967. Per questo motivo è da anni in corso una disputa con la Siria, che avrebbe di nuovo accesso all’acqua del lago Kinneret se si tornasse ai confini del ’67, riducendo così la quantità d’acqua disponibile per Israele.

Con il regno di Giordania invece c’è un accordo che sta funzionando ancora meglio del previsto: Israele ha deciso di fornire a questo stato 20 milioni di metri cubi d’acqua in più di quanto stipulato nell’accordo, poichè la scarsità d’acqua in Giordania è molto maggiore che in Israele.

Con i palestinesi la situazione è chiaramente più complicata. Israele e l’ANP dividono due risorse idriche principali: la prima è l’acquifero montano, un sistema che si estende per 130 km da nord a sud e per 35 km da est a ovest. La seconda risorsa, secondo gli accordi internazionali, è il bacino del fiume Giordano, comprendente anche il Kinneret, ma i palestinesi non ricevono acqua da questa risorsa idrica.

Nel maggio 2009 la Banca Mondiale ha pubblicato il suo primo rapporto sullo sviluppo del settore idrico palestinese. Secondo il rapporto, uno dei principali ostacoli allo sviluppo economico palestinese è il limitato accesso alle risorse naturali. I provvedimenti anti-terrorismo del governo israeliano hanno imposto forti limitazioni nei movimenti dei palestinesi, peggiorando l’accesso alle risorse idriche e lo sviluppo delle infrastrutture necessarie all’approvvigionamento.

Le norme che regolano l’allocazione dell’acqua sono state stabilite dagli accordi di Oslo II del 1995 e sono tuttora valide. In quell’occasione Israele aveva riconosciuto i diritti idrici dei palestinesi. Le regole prevedevano un utilizzo equo delle risorse idriche tra le due comunità, ma l’ANP non dispone delle tecnologie adatte nel campo delle infrastrutture idriche e non ha i fondi per finanziarle, dunque Israele continua a prelevare una quantità d’acqua eccessiva rispetto a quella sancita dall’accordo, e per assurdo i palestinesi sono costretti a comprare l’acqua da Mekorot, la principale azienda idrica israeliana.

Un’altra causa della scarsità d’acqua sono le pessime infrastrutture presenti sul territorio palestinese, in parte ottenute da Israele con gli accordi di Oslo. Queste sono state in parte riparate, ma il 40% dell’acqua che transita per gli acquedotti viene perduta per infiltrazione nel terreno. A questo si aggiunge, in molte zone della West Bank, il furto d’acqua da parte dei contadini palestinesi, che si connettono illegalmente alla rete idrica di Mekorot.

La scarsità d’acqua nella West Bank non ha solo ripercussioni nel settore agricolo, ma crea problemi socio- economici e sanitari.

La situazione non è affatto buona, ma potrebbe migliorare presto: nel suo discorso al “Manitoba Israel Water Experts Symposium” (MIWES) del gennaio 2010 il professor Uri Shamir della facoltà di ingegneria civile e ambientale del Technion di Haifa ha dichiarato che Israele si sente responsabile nei confronti della popolazione palestinese e per questo motivo Israele, sotto la supervisione degli organismi internazionali, ha iniziato a costruire uno stabilimento di desalinizzazione vicino Hadera, che fornirà 50 milioni di metri cubi d’acqua all’anno che andranno direttamente alla West Bank.

L’Autorità Palestinese per l’Acqua (PWA) ha però dichiarato che i palestinesi non sarebbero disposti ad acquistare quest’acqua, che verrebbe venduta ad un prezzo a loro parere troppo alto e proverrebbe dal Mediterraneo e dal fiume Giordano, sapendo che di fatto quest’acqua gli appartiene ma è per loro inaccessibile. Ha invece chiesto ad Israele un nuovo accordo per lo sfruttamento da parte palestinese dell’acquifero montano.

Anche su questo fronte, dunque, la via per la pace è ancora lunga, ma la disponibilità di entrambe le parti a concludere degli accordi fa comunque ben sperare.

Inquinamento delle acque e depurazione

Durante il MIWES, diversi esperti ed autorità competenti in materia hanno esposto le loro idee riguardo alla crisi dell’acqua in Israele.

Secondo il Ministero dell’Agricoltura negli ultimi anni le tecnologie che rendono possibile “riciclare” l’acqua inquinata hanno fatto grandi progressi, ed il prezzo dell’acqua “riciclata” è diventato conveniente. Di conseguenza un gran numero di agricoltori ha iniziato ad usarla, anche perché la disponibilità di acqua “naturale” è sempre più scarsa. Da quando si è iniziato ad usare quest’acqua è stato registrato un aumento della produzione agricola, a dimostrazione che questa è una tecnologia efficace a combattere la crisi idrica. Uno dei maggiori vantaggi dell’acqua riciclata è che essa è disponibile per tutto l’anno in quantità regolari. Infatti una volta uscita dall’impianto di depurazione questa viene stoccata in centinaia di serbatoi e cisterne, in modo da non sprecarne nemmeno una goccia.

La tecnologia con cui avviene il processo di depurazione fa sì che la qualità dell’acqua depurata sia migliore, almeno in termini di salinità, di quella estratta dal lago Kinneret.

Il 50% dell’acqua usata per l’irrigazione in Israele è acqua “riciclata” (la percentuale più alta nel mondo), ma la situazione impone che si debbano fare ancora grandi sforzi per promuovere la depurazione ed il riciclaggio dell’acqua inquinata. Quando tutti gli impianti di depurazione previsti saranno completati, nel 2013, il settore agricolo riceverà 300 milioni di metri cubi 3 in più all’anno, una quantità maggiore dell’acqua fornita dal Kinneret.

La tecnologia dei sistemi di depurazione sta facendo passi da gigante, e si prevede che entro la fine del decennio sarà possibile ottenere acqua del tutto simile a quella potabile.

Più pessimista è stato il professor Uri Shani, facente parte dell’Autorità Israeliana per l’Acqua. Nel suo discorso al MIWES ha presentato una stima più pessimistica della situazione futura in base ad un modello matematico di previsione sviluppato in Giappone.

Egli ha dichiarato che le quantità di acqua presente negli acquiferi negli ultimi anni è stata minore di quella attesa. Inoltre le previsioni per il clima nei prossimi anni dicono che il Medio Oriente diventerà ancora più arido, mentre è previsto un incremento delle precipitazioni nell’Europa Settentrionale e nelle regioni tropicali dell’Africa.

Nonostante tutto però si sta avendo una grande accelerazione nei progetti di desalinizzazione dell’acqua, e nel mondo scientifico si spera che in un futuro non troppo lontano Israele possa non dipendere interamente dalla natura per il suo approvvigionamento d’acqua. Il consumo d’acqua per usi non agricoli è di circa 800 milioni di metri cubi all’anno ed entro il 2013 Israele sarà in grado di depurarne 600 milioni. Questo sarà un traguardo molto importante, anche se il costo dell’acqua sarà più alto a causa dei costi di produzione.

Ma l’idea stessa di acqua potabile è destinata a cambiare per gli israeliani: la salinità del Kinneret ha raggiunto livelli molto alti, pari a 300 unità per metro cubo, ed il prezzo di un metro cubo d’acqua da esso proveniente è praticamente lo stesso di uno di acqua desalinizzata, che ha un livello particolarmente basso di salinità. Questo fa pensare ad un necessario cambio di strategia nell’amministrazione dell’acqua in Israele. L’acqua depurata o riciclata è relativamente costosa, ma se il suo prezzo è simile a quello dell’acqua naturale prelevata dal Kinneret, allora forse si potrebbe utilizzare quest’acqua non solo per usi agricoli, ma anche per uso domestico.


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