La scelta di Leone Ginzburg

leoneginzburgL’atletismo come atteggiamento, il coraggio. La dirittura morale, abito da indossare ogni giorno. La capacità di leadership intellettuale e organizzativa. Lo sforzo di essere costantemente severissimo verso se stesso e indulgente verso gli altri. Tutto questo era Leone Ginzburg, il grande intellettuale ebreo antifascista, odessita di origini ma torinese per scelta, assassinato dai nazifascisti a Roma nel 1944 a 35 anni.

Ho visto “La scelta di Leone”, coproduzione francoitaliana diretta dalla regista Florence Mauro, in anteprima a Torino il 20 settembre scorso. Il documentario ricostruisce la vita e il lascito intellettuale e morale di Leone Ginzburg con soluzioni artistiche relativamente convenzionali ma una encomiabile compostezza formale; riesce inoltre efficacemente a sfocare la Torino dei nostri tempi, che sfuma naturalmente in quella degli anni Venti e Trenta saldando il legame tra oggi e ieri. Il film ha ambizioni dichiaratamente pedagogiche, e nei primi minuti il lirismo scivola a tratti sul terreno sdrucciolevole della retorica, ha però la forza di risollevarsi dopo ogni inciampo. Con il procedere dei minuti la pellicola si fa più asciutta, fedele a uno dei principi cardinali che hanno informato l’opera di Ginzburg: recuperare un illuminismo disseccato da decenni di romanticismo. Dal punto di vista strettamente materiale la pecca più evidente è l’assenza di un personaggio, Ginzburg l’ebreo, tratteggiato solo – come sarebbe stato possibile ometterlo? – a proposito delle Leggi razziste del 1938. Vero è che nell’ambiente in cui Ginzburg si muove l’ebraismo diviene oggetto da questionare solo dopo il 1945, ma porlo in terz’ordine nel film è scelta discutibile, tanto più che larga parte degli amici e dei compagni d’intenti di Ginzburg, di cui pure la pellicola non tace, si chiamano Levi, Segre, Treves, Foa.

lginzLeone Ginzburg è una figura insolita, soprattutto in Italia, un Paese dove è raro che impegno culturale e politico si saldino. Forti della lezione di Augusto Monti, capaci di elaborare in direzioni differenti quella “religione della libertà” appresa sui banchi del Liceo D’Azeglio, Ginzburg e gli altri giovani del gruppo torinese di “Giustizia e Libertà” esprimono un antifascismo esistenziale, che si sviluppa cioè da un modo di pensare, di agire, di vivere. Questa “cospirazione alla luce del sole” – secondo la fortunata definizione dello storico Giovanni De Luna – ha in Ginzburg il proprio vertice. Innanzitutto perché questi esprime un rifiuto fermissimo e totale del fascismo, ma continua a sfruttare gli spazi che pure la censura del regime lascia; inoltre perché è il principale promotore di quella impresa, la casa editrice Einaudi fondata da Giulio nel 1933, che si propone di fare politica con la cultura.

einaudiMa non basta. Leone Ginzburg è un filologo, nel senso che filologia è il suo modo di fare cultura e dunque politica, politica e perciò cultura. La filologia è resistenza negli anni in cui il fascismo gode del massimo consenso, gli anni in cui è Ginzburg a guidare lo struzzo di Giulio Einaudi (“spiritus durissima coquit”) sulle sabbie roventi della censura di regime fino a Cechov e Puskin, Melville e Steinbeck. Il testo al centro, il pensiero limpido.

Ginzburg nasce nella Russia degli zar, a dieci anni è a Torino ma diventa italiano non per accidente, ma per scelta. Una scelta difficile e, ancora una volta, insolita, in anni in cui Palazzo Venezia tuonava il verbo nazionalista dell’Italia che “farà da sé”. La scelta dell’Italia, voluta fino in fondo da Ginzburg, non contraddice la vocazione cosmopolita; al contrario, la rafforza, la amplifica. Nel 1931 finalmente ottiene la cittadinanza italiana: è questo un gradino verso la militanza e la cospirazione, un passo verso la lotta contro la feroce dittatura fascista. E quando dopo il 1938 insieme a migliaia di altri ebrei apolidi perde ogni diritto di cittadinanza, continua a scegliere di restare in Italia. E dopo il 1943, ancora, fino alla fine.

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l'organo dell'Ugei. Vive e lavora a Torino

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l’organo dell’Ugei. Vive e lavora a Torino


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