La parola ai custodi di Israele

 

 Gatekeepers
“The gatekeepers” è forse il film che, fra tutti quelli proposti al Festival del Cinema Israeliano, ha creato la maggiore aspettativa:  novanta  minuti in cui vengono per la prima volta intervistati sei vecchi capi dello Shin Bet, il servizio di spionaggio antiterrorismo israeliano.  Tanta curiosità era abbastanza prevedibile, da una parte per la prima volta diventa possibile avvicinare figure altrimenti irraggiungibili, dall’altra forse si nasconde al suo interno il desiderio di scoprire il perché, il per come, e sviscerare ogni possibile retroscena. L’ultima cosa che però si può trovare nel documentario è, però, la morbosità: il regista, Moreh Dror, ha la capacità di lasciare allo spettatore la possibilità di trarre le proprie conclusioni, e di riproporre momenti dolorosi degli ultimi cinquant’anni di storia in maniera senz’altro toccante, ma mai patetica (basti pensare alla sequenza dedicata al periodo dell’uccisione di Rabin).

Dopo un’ora e mezza in cui osservi sei signori, diversi per età, idee, modo di approcciarsi, darsi il cambio e ”cedersi” la scena a vicenda, dopo un’ora e mezza di strette allo stomaco, ciò che più rimane impresso è un filo rosso che li unisce tutti e sei: non importa in che anni abbiano lavorato, e non importa adesso che lavoro facciano -molti di loro si sono “riciclati” come politici o giornalisti- comune è l’assoluta sfiducia con cui ripensano alla classe politica contemporanea al loro mandato –unica eccezione è Carmi Gillon, che lavorava gomito a gomito con Yitzhak Rabin, che ricorda con stima e affetto. Comune a tutti era l’impressione di lavorare con chi non aveva un piano a lungo termine, una proposta politica efficace, ma soluzioni momentanee (viene detto per la precisione “nessuna strategia, solo tattiche”).  Potevano essere profondamento diversi fra di loro, chi era stato maggiormente indurito da una vita all’interno di un’organizzazione militare e chi meno, chi riteneva accettabili un maggior numero di azioni e chi meno, ma tutti loro guardavano all’intera classe politica con l’occhio disilluso di chi ci ha creduto, e ora non riesce più a crederci per davvero. Il “vecchio uomo in fondo al corridoio” –come veniva chiamato durante l’infanzia il Primo Ministro, espressione che poi nell’età adulta diventa un idioma per indicare l’intera classe politica- visto attraverso i loro occhi sembra annaspare tra le difficoltà, senza riuscire a prendere un direzione chiara. Alla domanda finale posta dal regista, “Cosa bisogna fare ora?” nella sostanza, tutti questi sei signori, anche quelli da cui non ti saresti aspettato una risposta del genere, o almeno non così categorica, rispondono, “Dialogare, dialogare con tutti”, dimostrando quella capacità di andare oltre se stessi di cui lamentano la mancanza in chi li rappresenta.

Talia Bidussa

 

 

 


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