Intervista integrale ad A.B. Yeoshua

In occasione della presentazione a Roma di una cattedra dedicata agli studi di italianistica presso la Hebrew University di Gerusalemme abbiamo avuto l’onore e il piacere di confrontarci con lo scrittore di fama internazionale A.B. Yeoshua su delicati temi di attualità.

Qui di seguito l’intervista integrale.
Professor Yehoshua, lei è da sempre molto coinvolto nella lotta per la pace in Israele. Come considera la possibilità di una dichiarazione di uno stato palestinese in settembre?

La dichiarazione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, incentrata sulla problematica della realizzazione di uno Stato Palestinese costituisce un passo positivo verso il suo riconoscimento da parte di tutte le Nazioni; progetto ampiamente discusso persino da Israele.

La cosa più importante è sicuramente interrompere la colonizzazione e riconoscere i confini del ’67, dopo si potranno anche avviare le trattative per scambiare i territori.

Non posso prevedere cosa succederà perchè questa è anche una decisione “morale” e molte comunità ebraiche all’estero, tra le quali anche quella italiana, si sono schierate contro questo provvedimento, avendo supportato in passato molti errori di Israele.

Esempi lampanti sono i progetti supportati dalle élites ebraiche, come le colonie nel Sinai, che adesso stiamo elimando, oppure l’inziale opposizione al riconoscimento della PLO.

La questione più importante dunque è: cosa farà Israele, se la decisione sarà presa e come porterà avanti le negoziazioni sulla base di una definitiva interruzione della colonizzazione, non dico che vadano smantellati, ma sicuramente fermati.

Riguardo il discorso di Obama di un mese fa, riguardante la possibilità di un ritorno da parte di Israele ai confini del ’67, crede che questa ipotesi possa trovare applicazione e quale realtà dovrà affrontare Israele?

Il problema non è “parlare” dei confini del ’67 ma di chiarire che queste sono le basi. Stiamo parlando di meno di un quarto della Palestina, questo è il minimo che i palestinesi possano ottenere e se io fossi palestinese concorderei con questa visione.

Come si verificheranno lo scambio dei territori, il compromesso per Gerusalemme e come sarà possibile il mantenimento dell’identità ebraica degli insediamenti in minoranza in uno Stato Palestinese sono le sfide che si presenteranno.

Israele dovrà evitare un’evacuazione di massa, dobbiamo accettare il fatto che quando in settembre le Nazioni Unite avranno preso la decisione, saranno organizzate immediatamente dimostrazioni da parte dei Palestinesi contro gli insediamenti nei territori occupati.

Dobbiamo respingere i rifugiati che stanno venendo verso i nostri confini, perchè non hanno alcun diritto in entrare in Israele, inoltre c’è il rischio che i Palestinesi imitino ciò che i loro “fratelli” stanno facendo nel mondo. Sono estremamente pericolosi per noi e sarebbe un disastro, in quanto non sono nostri cittadini ma si ispirano alle rivolte negli altri paesi arabi; le dimostrazioni ci saranno e noi saremo senza il supporto delle altre Nazioni.

Uno dei maggiori temi nei suoi libri è probabilmente il conflitto fra le diverse identità, la mia domanda è: come possono queste contribuire a rinforzare o accelererare il progresso della società e specialmente di quella israeliana, che effettivamente è basata sulla diversità?

Sai, noi oggi viviamo in un mondo moderno e parliamo del pluralismo sociale. Questo è un elemento veramente positivo in tutte le società.
Noi abbiamo anche una società pluralistica, ma negli ultimi anni lo è diventata in modo eccessivo e in qualche modo questo mette in pericolo l’unificazione e la solidarietà degli abitanti di Israele, dove uno dei fattori più importanti è sempre stato la solidarietà fra le persone. Ma se adesso lo Stato si dividerà in enclavi etniche, tra le quali ci saranno: gli ultra-religiosi, che stanno diventando sempre più numerosi, gli arabi israeliani, i russi, che mantengono la propria identità anche grazie alla televisione, alle riviste russe, ci sono poi i coloni che costituiscono un gruppo a sè, poi ci sono gli ebrei orientali, che coltivano la propria cultura e poi ovviamente le persone che definiamo del nord (zfonim), i laici a Tel Aviv.
Dunque, questi gruppi non hanno relazioni fra di loro, stanno diventando sempre più chiusi e alienati. Questo è molto pericoloso per l’unificazione dello Stato, quindi abbiamo tutto il nostro rispetto per una società multiculturale e lo sviluppo che porta, ma dobbiamo creare più coesione fra i gruppi.

E come sarebbe possibile?

Prima di tutto forzando i gli ultra-religiosi (i haredim), quindi smettere di dare soldi per finanziare tutti questi studi religiosi e meccanici ai quali si dedicano tutto il tempo e obbligarli a studiare l’inglese, l’ebraico, la Bibbia, la letteratura e farli accedere alle maggiori professioni per aprirli all’identità nazionale.
Secondo, bisognerebbe forzare i coloni ad obbedire alla legge, perchè si considerano al di fuori della legge. Terzo, gli Zfonim dovrebbero essere più vicini alla storia di Israele e non considerarsi sempre parte di Los Angeles, Parigi, New York, ma sentirsi parte della società, della tradizione e della storia ebraica.

Forse lei sa della manifestazione che è stata inaugurata a Milano, chiamata “Unexpected Israel”, pensata per mostrare un’altra parte e una nuova prospettiva di Israele, oltre il conflitto. Quanto pensa sia importante un evento come questo, che presenta forse la vera anima di questo Stato? Che impatto può avere sulle società nel mondo?

Israele è molto attiva dal punto di vista culturale, nota e apprezzata per la letteratura, i film, i quadri, la musica e i balli in tutto il mondo, ma non è rispettata dal punto di vista politico. Molte persone sono interessate dalla cultura israeliana e dalle sue attività ad alto livello. Le persone sanno cosa sia Israele, ma il dovere di questo Stato è di terminare l’occupazione, non può continuare. Non è possibile che ogni indiano abbia diritto al passaporto indiano mentre i palestinesi siano gli unici che non abbiano la cittadinanza, nella loro terra: questo non può continuare!

Per concludere, vorrei sapere la sua posizione relativa agli ultimi eventi: la “primavera araba”, il “fantasma” di un’Iran nucleare, le prospettive di futuro un futuro Stato palestinese, che è anche il futuro di Israele.

La chiamano la “primavera araba”, è questo quello che dicono. E’ un pensiero bizzarro, non sappiamo cosa succederà. Poichè non c’è una classe media, non si può cambiare un regime autoritario in uno democratico, o almeno migliorare il livello di democrazia, non parlo di governi come quello norvegese o svedese. L’audacia delle masse popolari in Siria, che vengono fucilate, l’immagine delle persone che muoiono in queste manifestazioni vicine ai loro “fratelli” è molto spaventosa, perchè non sappiamo cosa succederà: si costituirà un nuovo regime? O di che entità sarà il massacro?
Tutti questi Paesi stanno diventando più deboli e sembra che questo possa giovare a Israele, specialmente nel caso della Siria.
La Siria si è indebolita e il fatto che sia alleata con l’Iran, indebolisce la stessa alleanza e costituisce una minaccia per lo Stato persiano, perchè potrebbero scoppiare delle rivolte popolari al suo interno. Questo fattore ha contribuito a fermare anche gli Hezbollah nelle “provocazioni” e ha moderato l’attività di Hamas, associatosi nel governo nazionale a Fatah.
Io sono favorevole e penso che cesseranno anche i lanci di missili provenienti da Gaza nelle prossime settimane.
Questo è positivo per adesso, ma potrebbe rivelarsi molto pericoloso se i regimi nei paesi limitrofi andassero in pezzi e Israele venisse coinvolto, attraverso disordini e attentati,
La cosa migliore in questa situazione è porre fine al problema dei palestinesi il prima possibile, creare uno Stato, cooperare con questo. Questo eviterà la strumentalizzazione dell’odio nei confronti di Israele da parte del mondo arabo.

Sarah Tagliacozzo
Benedetto Sacerdoti
Emily Roubini



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