Il potere dell’arte per una memoria ebraica femminile

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Centocinquanta opere per tre piani.

La mostra  Artiste del Novecento tra visione e identità ebraica (2 giugno / 19 ottobre 2014,  Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale) ha ospitato un ricchissimo repertorio di opere di artiste ebree italiane del secolo scorso, alcune molto note, altre riscoperte con il prezioso lavoro delle curatrici Marina Bakos, Olga Malasecchi e Federica Pirani.

Sono centocinquanta i pezzi distribuiti sui tre piani della sede della Galleria, provenienti in gran numero da collezioni private e, più raramente, da collezioni di enti pubblici, tra i quali il Museo Ebraico di Roma o la stessa Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale.

La questione della provenienza di questi esemplari è tutt’altro che secondaria. Anzi, il fatto stesso che una parte di opere sia conservata da privati – e quindi non fosse mai stata esposta in una occasione simile – invita a riflettere: infatti, seppur molto popolari nel corso della loro attività artistica, in un secondo momento, alcune delle artiste non campeggiarono più da protagoniste sulla scena pittorica del momento e, nonostante il loro merito, furono trascurate.

Proprio per questo, si rivela immediatamente, la natura particolare del percorso che le curatrici hanno allestito e proposto: far conoscere e portare alla luce qualcosa che ha vissuto per decenni nella dimensione domestica e privata significa riflettere e svelare anche il perché di questa “dimenticanza”.

Nel comunicato stampa viene fornito un prezioso spunto di riflessione, che può indicare in che direzione cercare la risposta:

“Penalizzate dall’appartenenza ad una minoranza che di per sé ne condiziona l’emergere sulla scena culturale, esse si vedono accomunate alle sorti delle loro contemporanee non ebree dal pregiudizio, tanto infondato quanto radicato, che l’uomo debba essere il solo depositario della vera professionalità”.

 

Quindici artiste per un secolo.

La mostra si è conclusa da una decina di giorni, ma è possibile trovare sul sito della Galleria d’Arte Moderna, nella sezione dedicata alla mostra, il materiale dedicato all’esposizione.

Dopo aver letto le biografie delle quindici artiste, si riesce a mettere a fuoco una cornice storica di Roma e dell’Italia della prima metà del Novecento da un’angolatura non canonica.

Talvolta, le quindici storie dialogano tra loro : si intrecciano, si scambiano vicendevolmente le protagoniste e i protagonisti e si passano il testimone.

La vicenda delle sorelle Nathan, per esempio, è un crocevia di episodi significativi per la storia delle donne ebree di inizio Novecento.

Liliah e Annie Nathan, figlie del sindaco di Roma Ernesto Nathan, crebbero in un clima familiare pieno di stimoli politici e florido dal punto di vista culturale, che permise loro di sviluppare una cultura personale di rilievo e una partecipazione vivace all’attivismo femminile che in quegli anni andava nascendo. Se Annie si dedicò alla pittura, andando a lezione nello studio del pittore Giacomo Balla nel centro della capitale, Liliah, oltre a dedicarsi alla scultura a un livello più che dilettantesco, con la cugina Amelia Rosselli Pincherle (madre dei fratelli Nello e Carlo Rosselli, nonna della poetessa Amelia Rosselli e zia di Adriana Pincherle, i cui quadri fanno parte dell’esposizione, nonché dello scrittore Alberto Moravia) fondò la cooperativa “Le industrie femminili italiane”, condotta unicamente da donne e finalizzata a promuovere il diritto al lavoro femminile. Inoltre, tenne conferenze presso la scuola femminile Giuseppe Mazzini ed ereditò dalla madre il ruolo di Direttrice dell’Unione Benefica, una casa per accoglienza delle ragazze povere fondata dalla nonna Sara Levi Nathan (per raccontare la storia della quale, come nel caso della stessa Amelia Rosselli Pincherle, sarebbe necessario uno spazio ben più ampio). Ma quella delle sorelle Nathan è solo una delle storie dalle quali si rimane affascinati percorrendo l’iter espositivo: ognuna delle quindici artiste offre una tessera del discorso sul ruolo attivo ed emancipato delle donne ebree nel circuito artistico di quel tempo.

Insomma, chi visita la mostra o chi si accinge a raccogliere il suo messaggio, ritrovandosi ad indagare la vitalità artistica delle donne ebree di questo periodo, non potrà non rimanere abbagliato dall’energia, dal dinamismo e dal fervore che scaturiva da queste giovani.

 

Quindici donne per una memoria ebraica femminile.

Tra le pittrici ci fu chi animò salotti letterari ospitando scrittori e pittori tra i più importanti dell’epoca, chi formò scuole di pittura assieme ad altri artisti, chi girò l’Europa entrando in contatto e assorbendo, rielaborandole, tendenze dei Paesi vicini; infine, chi frequentò les Italiens de Paris. Il merito della mostra è proprio quello di disseppellire questa microstoria fatta di tele, pennelli e ateliers; e, soprattutto, di fare in modo che siano le stesse protagoniste a disvelarla, illuminandola e raccontandola con la luce dei loro colori e delle loro pitture e sculture.

 Gaia Litrico


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