Il pogrom di Kielce e la Chiesa, 4 luglio 1946 – 4 luglio 2017

Nella città di Kielce, nella Polonia meridionale, nel 1941 vivevano 24.000 ebrei, più o meno tanti quanti gli iscritti oggi a comunità ebraiche italiane. Nei primi mesi del 1945 erano rimasti in due. Gli altri erano stati assassinati sul posto oppure deportati a Treblinka e uccisi all’arrivo con i gas. Nei mesi successivi alla fine della guerra tornarono circa 150 sopravvissuti, lo 0,6% della popolazione originaria. Passò poco più di un anno. Il 4 luglio 1946 una folla inferocita, gridando all’omicidio rituale, attaccò i superstiti massacrandone 42 e ferendone altri 50. Nei mesi successivi i pochi ebrei rimasti lasciarono Kielce. Nessuno rimase.

Lo storico polacco Adam Michnik, a lungo vicino al movimento Solidarność, ha ricostruito la vicenda in un volumetto pubblicato alcuni anni fa da Bollati Boringhieri dal titolo “Il pogrom”. Ancora più interessanti dello snodarsi dei fatti, però, sono le posizioni della Chiesa polacca immediatamente dopo la strage. Michnik riproduce il rapporto scritto dal vescovo Kaczmarek sui fatti di Kielce, compilato il 1° settembre. “Gli ebrei sono i principali propagatori del regime comunista”, scrive il vescovo, “ogni ebreo ha una buona posizione o infinite possibilità e facilitazioni nel commercio e nell’industria. I ministeri, i posti all’estero, le fabbriche, gli uffici, l’esercito traboccano di ebrei, e sempre nei posti principali”. Forse oggi può sembrare difficile accettarlo, ma non si tratta di un brano dei “Protocolli dei Savi anziani di Sion” o di simili libelli, bensì dell’intervento di un vescovo cattolico dopo un pogrom, peraltro successivo di pochi mesi all’assassinio sistematico di circa 3 milioni di ebrei polacchi e di altrettanti provenienti dal resto d’Europa.

Ma quello che segue è perfino peggio. “Gli ebrei europei tentano di dimostrare di essere perseguitati in alcuni paesi europei”, continua il vescovo, “per ottenere più facilmente la possibilità di partire per la Palestina”. Dopo aver ricordato che i media sono in mano agli ebrei, Kaczmarek scrive che “se è necessario dolersi perché sul fronte politico [sic!] in Polonia muoiono degli ebrei, bisogna dolersi anche del fatto che muoiano, e in quantità notevolmente maggiore, i polacchi”. Il vescovo, tra le molte cose, sembra non considerare la possibilità che esistano ebrei polacchi. La richiesta di condanna dell’antisemitismo fatta alla Chiesa polacca è “paradossale e addirittura oltraggiosa”. Peraltro “la stragrande maggioranza degli ebrei in Polonia diffonde in maniera zelante il comunismo, lavora nei famigerati Uffici di Sicurezza, arresta, tortura e uccide, e per questo va incontro all’avversione della società”. Gli ebrei, infine, adottano “metodi da Gestapo”: ecco chiudersi il cerchio con il cortocircuito antisemita per cui nazisti sono in realtà gli ebrei, il tutto con le tombe di Kielce ancora fresche e i camini di Treblinka da poco spenti.
Una voce isolata? Niente affatto. Il cardinale Hlond, primate di Polonia, interviene nelle stesse settimane affermando a proposito del pogrom che “la responsabilità è in gran parte degli ebrei”, e ribadendo che “negli inevitabili scontri armati sul fronte della battaglia politica [sic!] muoiono purtroppo alcuni ebrei, ma muoiono incomparabilmente più polacchi”. Michnik descrive anche un atteggiamento differente, quello del vescovo Kubina, che condanna l’antisemitismo e deplora le uccisioni. Ma sarebbe illusorio pensare a due posizioni che si confrontano con pari intensità: la prima è la linea condivisa della Chiesa polacca, la seconda un’encomiabile eccezione. La differente posizione di Kubina dimostra più che altro la possibilità di un atteggiamento diverso, non certo la presenza di due posizioni egualmente forti all’interno della Chiesa.

Di fronte a tutto questo mi sembra doveroso riconoscere quanto sia cambiato sia in generale in seno alla Chiesa cattolica, sia nello specifico nel cattolicesimo polacco. In Polonia, ma anche in Europa occidentale, l’antisemitismo è ancora un fenomeno largamente diffuso, un fuoco che anche quando non divampa è illusorio ritenere spento. Eppure riconoscere quanto sia cambiato in meglio, rispetto ai tempi non così lontani del vescovo Kaczmarek e del primate Hlond, mi sembra non solo onesto, ma anche il primo passo per continuare un dialogo che ha ancora una lunga strada da percorrere.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


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