Il discorso di Ruth Dureghello: non esiste un’occasione inadeguata per condannare il terrorismo e sostenere Israele

Ruth Dureghello

Ruth Dureghello

Tante sono le mie riflessioni dopo la storica visita di papa Francesco e tanti sono gli argomenti su cui si può approfondire il discorso. Potrei parlare dell’importanza di questa visita e riflettere sui tre discorsi: quello della presidente della CER, quello del presidente dell’UCEI e quella del rabbino capo della CER Riccardo Di Segni. Questo però richiederebbe un articolo molto più lungo: tanto è il mio apprezzamento per le loro parole. A mio parere sono stati tutti ottimi discorsi, ciascuno con una sua specialità. Desidererei qui commentare le parole scritte dal mio amico Ariel Nacamulli e pubblicate su “Hatikwà”. Vorrei sottolineare che anche se sono contrario ad alcune sue posizioni, Ariel per me rimane sempre un caro amico.

L’articolo suscita una domanda importante sul discorso della presidente della CER, Ruth Dureghello che apre la discussione su un argomento più complesso. La domanda è se fosse giusto e adeguato all’occasione parlare d’Israele durante la visita del papa . Anticipo la risposta chiarendo che in Israele – dove mi trovavo durante il discorso – in “terra santa” come l’avrebbe chiamata il papa – una donna, una mamma di sei figli, veniva uccisa dentro la propria casa con decine di coltellate da un palestinese. La televisione quindi ha riportato due notizie: la visita del papa e l’accoltellamento della donna innocente. Una notizia di carattere storico e una notizia che sembra ormai purtroppo parte della normalità di ogni giorno nella realtà israeliana. Per tornare alla domanda, penso sia importane capire quali fossero gli obiettivi dell’incontro. Uno era l’avvicinamento della Chiesa alla comunità ebraica.

Tristemente, la Chiesa di solito non sostiene lo Stato d’Israele. Perché era lo stesso importante parlare d’Israele? Su questo Dureghello ha risposto benissimo in un’intervista dopo la visita: “Sarebbe stato ipocrita non farlo”, ha detto. “Bisogna fare chiarezza senza cadere nelle ipocrisie che sviliscono le sofferenze in Israele in confronto a quelle patite altrove. Sono cose che troppo spesso vengono nascoste”.

Ma c’è chi nonostante questo insisterebbe insopportabilmente: “Ma era un dialogo interreligioso”. Proviamo quindi ad esaminare il significato dello Stato d’Israele da un punto di vista ebraico, quindi anche religioso. Proprio di questo parlò il rabbino capo Elio Toaff 30 anni fa, nel 1986, durante la visita del primo pontefice al tempio.

E così disse rav Toaff: Questo ritorno si sta verificando: gli scampati dai campi di sterminio nazisti hanno trovato in terra d’Israele un rifugio e una nuova vita nella libertà e nella dignità riconquistata. Per questo il loro ritorno è stato chiamato dai nostri maestri ‘l’inizio dell’avvento della redenzione finale’, reshit tzemihat geulatenu”. Rav Toaff parlando del ritorno degli ebrei in Israele, dava allo stato ebraico lo stesso significato del sionismo religioso, che vede in Israele n modo per accelerare la aliyà e di conseguenza, l’arrivo del messia. Rav Toaff non solo parlava d’Israele ma perfino lo sosteneva di fronte al papa e lo chiamava “reshit tzemihat geulatenu”. Cioè l’inizio della crescita verso la nostra redenzione. In questo senso si può dire che Dureghello rinforza le parole del grande rabbino. D’altra parte molti di coloro che vogliono la distruzione d’Israele e lo sterminio degli ebrei lo vogliono per una ragione religiosa islamica e non solo politica – per il jihad che viene implicato dall’islam radicale. Non sempre, quindi, parlare d’Israele vuol dire “parlare di politica”.

Papa Francesco incontra Abu Mazen

Papa Francesco incontra Abu Mazen

Ma parlare di politica non fa sempre male. Proprio nel mese della visita del papa al tempio è entrato in vigore l’accordo fra il Vaticano e lo “Stato di Palestina”. Un accordo ufficiale con una autorità che al di là della discussione se sia giusto riconoscere o no come stato, incita all’odio in modo chiaro e brutale. Lo stesso odio che viene da Abu Mazen che è stato chiamato dal papa “angelo della pace” e pochi giorni fa ha incitato un giovane di 16 anni (come tanti altri) ad accoltellare una donna a sangue freddo. Anche qui si tratta di un terrorismo palestinese che minaccia l’esistenza del popolo ebraico. Ma non lo minaccia e colpisce solo a Gerusalemme, Tel Aviv, Otniel. Lo minaccia e colpisce in tutto il mondo. Anche a Roma e Milano ha già colpito, come ha detto Dureghello ricordando il bambino Stefano Gaj Tachè z.l. Dobbiamo condannare questo terrorismo ovunque perché ci colpisce ovunque. Poveri noi quindi, se non lo condanniamo in sinagoga!

Per questi motivi e per altri ancora, ritengo che sia importante sostenere la legittimità dell’esistenza dello Stato d’Israele anche durante un dialogo interreligioso. Non penso che sia compito solo dei rappresentanti dello Stato d’Israele ma di qualunque persona che ha a cuore questo stato. La legittimazione dell’esistenza dello Stato d’Israele e la condanna del terrorismo palestinese e islamico possono in questa occasione avere un valore unico proprio per giungere da un rappresentante della comunità ebraica. Solo così si può mandare al papa e a tutto il mondo cattolico il messaggio che per conquistare la stima e la vicinanza degli ebrei bisogna riconoscere la legittimità dell’esistenza d’Israele, e condannare il terrorismo che lo vorrebbe distruggere.

A mio parere Dureghello è riuscita a trasmettere questo messaggio con coraggio e chiarezza, esprimendosi con tatto e diplomazia e sottolineando i punti più rilevanti con un timbro di voce efficace. E’ importante che l’abbia fatto ed è importante che ci siano altri discorsi come questo in futuro. Perché non esiste un’occasione inadeguata per condannare il terrorismo e non esiste un’occasione inadeguata per sostenere Israele.

Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare

Michael Sierra vive a Gerusalemme. E’ responsabile delle attività giovanili della comunità italiana in Israele


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