GUERRA IN SIRIA E RISVOLTI POLITICI

Non è compito facile quello di analizzare i possibili scenari e le ripercussioni che Israele si troverebbe ad affrontare nel caso di un intervento americano contro il regime siriano. Per chiarezza, va ricordato che Israele non è direttamente coinvolto in nessuno degli sconvolgimenti in corso ai suoi confini – e tantomeno nella guerra civile e interconfessionale in corso in Siria- e non ha avuto per ora nulla da guadagnare, per lo meno nell’immediato, dalle catene di eventi drammatici chiamate popolarmente “primavere arabe”. Se è intervenuto – come nel caso dei tre raid aerei avvenuti in territorio siriano ai danni di alcuni mezzi di trasporto missilistico diretti verso il fragile e labile confine libanese- l’ha fatto per tutelare la sua sicurezza, e non, come certa stampa ha sostenuto, per sostenere questo o quel belligerante. Sempre per chiarezza, voglio specificare che non è questo l’articolo per “cercare-di-capire-chi” ha usato le famose armi chimiche, e – almeno dal mio punto di vista- non è nemmeno importante, perchè non lo sapremo mai e perchè entrambe le parti in conflitto avrebbero potuto credibilmente usarle e hanno tutto l’interesse di far credere all’opinione pubblica mondiale che “si, è stato LUI a farlo”.

La guerra civile in Siria è iniziata – sull’onda di altre proteste avvenute o tutt’ora in corso in molti paesi arabi- sotto la forma di legittime proteste popolari e pacifiche contro un regime pluridecennale oppressivo e brutale: una oligarchia composta per la maggior parte dagli esponenti di una precisa corrente minoritaria dell’Islam (presumibilmente)sciita, l’alauismo, che ha nel clan degli Al-Assad la sua famiglia più autorevole.

I governi fantoccio mono e pluripartitici che si sono avvicendati sotto l’egida di Assad padre e Assad figlio non hanno saputo gestire coerentemente la delicata transizione da un modello economico di stampo socialisteggiante risalente ai tempi della luna di miele con l’Unione Sovietica all’attuale modello di economia semi-liberale col risultato che la ricchezza si è concentrata sempre di più nelle mani degli oligarchi e dei loro protetti, mentre la maggioranza dei cittadini, di fede sunnita, col venir meno dello stato sociale hanno visto crollare drammaticamente il loro standard di vita e il loro potere d’acquisto. Le tensioni sociali e le “rivolte del pane” avvenute immediatamente prima della degenerazione delle proteste in conflitto armato avevano l’intento di denunciare e scardinare un finto sistema di tolleranza religiosa (è risaputo che la Siria plasmata dal clan Al-Assad è uno Stato per costituzione laico, che tutela formalmente in egual modo la fede sciita, sunnita, drusa, cattolica e cristiano-ortodossa): un sistema strumentale, secondo i manifestati, a difendere la minoranza oligarchica dal risentimento delle masse sunnite sempre più impoverite e assoggettate. La brutale repressione di questo movimento di piazza da parte dell’esercito regolare coadiuvate dalle squadracce del partito Baath siriano, hanno portato presto l’evoluzione della protesta in rivolta armata con la formazione dell’Esercito Siriano Libero (formazione laica, composta per la gran parte da attivisti di sinistra, da liberali e da disertori dell’esercito regolare) e poi, successivamente, all’intervento esterno di milizie islamiche radicali di fede sunnita provenienti da ogni parte della penisola arabica, del medio-oriente, del nord africa, dell’asia centrale, dei balcani, dal caucaso…e da Gaza : jihadisti e salafiti interessati a combattere una guerra santa di stermino e pulizia etnica contro gli “eretici sciiti” e le altre minoranze religiose, e certamente finanziati e armati dalle ricchissime petrolmonarchie della penisola arabica e dalla Turchia. Questo a catena ha chiamato alle armi l’Iran e le milizie libanesi sciite di Hezbollah, trasformado la Siria in un terreno dove giocare l’ultima partita dello scontro secolare tra sunniti e sciiti e la discesa in campo della Russia, preoccupata di perdere con lo sfaldamento del regime “amico” degli Assad l’unico porto sicuro sulle calde acque del mediterraneo e di una possibile riaccensione del conflitto in Cecenia, e poi di mese in mese le stragi, i processi sommari, gli stupri, il milione di profughi riversatosi in Turchia, nel precario stato libanese e nella fragile monarchia giordana. E, infine, l’utilizzo delle armi chimiche.

Veniamo ora a Israele. Come è ormai chiaro, assiste suo malgrado alla balcanizzazione del Medio-Oriente, vedendo crescere preoccupantemente il fanatismo islamico in tutta la regione: per chi mai potrebbe prendere le parti? I suo nemici storici, un tempo uniti dal comune odio antisionista, si scannano adesso tra loro andando al fronte come bestie al macello: Hamas, sunnita, ed Hezbollah, sciita, dopo anni di intese ed azioni coordinate si trovano a combattere sui lati opposti delle barricate; mentre Bashar Al-Assad, che non si è mai preoccupato di raggiungere un accordo di pace con Israele, è formalmente in stato di guerra con la democrazia ebraica mentre, al riparo del suo palazzo presidenziale a Damasco, combatte per la sua sopravvivenza e quella della sua comunità religiosa d’appartenenza. Tutto questo, unito al riaccendersi delle lotte intestine inter-palestinesi, ha permesso ad Israele di prendersi fino alla presa di posizione di Obama il tempo necessario per prepararsi a uno scontro che appare di giorno in giorno sempre più inevitabile e non più rinviabile. Uno scontro in cui gioca, come da sempre, in assoluta posizione di difesa.

Non è più il tempo del meno peggio, di stabilire chi al governo in Siria avrà la volontà politica di mantenere per interesse una pace artificialmente fredda sul confine del Golan, di stabilire se il governo libanese e forze ONU dispiegate al confine del Libano siano abbastanza forti e autorevoli da imporre la museruola al “partito di Dio” e a Nashrallah, perchè nessuno di noi può prevedere da qui alle prossime settimane se esisterà o meno un potere centrale credibile in Siria e se il conflitto risparmierà o meno il piccolo Libano: l’unica certezza è che la natura stessa di Israele è incompatibile, per via della sua anima ebraica e democratica, sia col culto nazionalsocialisteggiante del panarabista sia col fanatismo del salafita, che hanno come unico comun denominatore l’antisionismo più viscerale. Israele non ha alcun interesse nel processo di balcanizzazione in corso al nord dei suoi confini e non ha alcun amico da sostenere, ma semplici valutazioni tecniche in materia di sicurezza. Tutto il resto, sono chiacchere.

Lo Stato ebraico, come tra l’altro ha ufficialmente dichiarato per bocca del suo Premier, del suo Presidente e dei suoi rappresentanti e funzionari, non esiterà in estremo a difendersi con tutti i mezzi consentitegli dalla sua sovranità e dal diritto internazionale contro chiunque tenterà di coinvolgerlo in un conflitto che non gli appartiene. Sono certo che se necessario lo farà, come ha sempre fatto, nel miglior modo possibile e cercando di ridurre al minimo i disagi e le vittime civili: le loro e quelle degli altri.

Mordechaj S.


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