Gracia Nasi, una “Regina Ester” tra marranesimo e condizione femminile

Dona Gracia NasiFar dialogare due storie appartenenti ad epoche e mondi diversi tra loro talvolta può rivelarsi un esperimento interessante, poiché, come vedremo, ci sono storie legate da un senso nascosto dietro ai singoli episodi narrati.

Cosa possono avere in comune allora la festa di Purim e Donna Gracia Nasi?

Cosa hanno in comune una regina ebrea persiana e un’illustre marrana del Cinquecento?

È ormai accertato dalle ricerche storiche dedicate al fenomeno del marranesimo – si prenda a riferimento Cecil Roth, Storia dei marrani, Genova, Casa Editrice Marietti, 2003 – che gli ebrei marrani nel primissimo periodo dell’Inquisizione conservavano ancora una certa conoscenza della lingua ebraica, possedevano libri ebraici, osservavano lo Shabbat, come anche le norme alimentari, e tentavano di mantenere aperte delle sinagoghe private dove ex rabbini officiavano le cerimonie. Con il perire dei padri e di quelli che avevano conosciuto per esperienza diretta l’ebraismo, andavano crescendo nuove generazioni non più in grado di mantenere viva l’osservanza delle tradizionali regole, sempre più difficili da reperire: era stato allentato il legame con la tradizione scritta, con le regole ufficiali e iniziò invece una sorta di “ebraismo dei marrani”, di cui, fino a poco tempo fa, era possibile ancora rintracciare qualche testimonianza nei luoghi che furono ininterrottamente teatro di queste particolari usi, prime fra tutte alcune piccole località del nord del Portogallo.

Alcune consuetudini rimasero più forti di altre e alcune tendenze possono suggerire quale fosse la nascente tradizione marrana. Nota Cecil Roth, grande e celebre studioso del marranesimo, che la dottrina del marrano era in realtà qualcosa di molto semplice e riassumibile in una sola frase, costantemente ripetuta nei verbali dell’Inquisizione, che dimostra come la fede ebraica resistesse con ostinazione, seppur all’interno di un contesto teologico cattolico: “La salvezza era possibile attraverso la Legge di Mosè e non attraverso la Legge di Cristo”. Questa frase, testimoniata dalle carte dei processi, rivela uno spirito assai lontano dalla concezione ebraica e assai vicino, invece, ad un’impostazione tutta incentrata sul concetto di salvezza, tipica del cristianesimo. In poche parole, i marrani, pur perseverando nella preservazione del loro patrimonio culturale e religioso, si fecero influenzare dalla religione che gli veniva imposta con la forza. Addirittura sembra che fossero nati dei santi, sul modello di quelli cristiani. Vittime dell’Inquisizione o personaggi illustri della storia del popolo d’Israele si erano guadagnati questo bizzarro titolo.

Accanto ad altri compare sulla scena “Santa Ester”. Allora sembra ancor più significativa l’associazione tra la regina Ester e la più importante figura del marranesimo portoghese, Donna Gracia, dell’antico casato dei Nasi. Basta indagare ancora un po’ più a fondo la religione a cui i marrani diedero vita, per comprendere meglio quale fosse il legame che stringeva queste due donne. I marrani, come detto prima, avevano rielaborato, in una cornice sincretistica, i punti fondamentali di parte della tradizione giudaica. Ester e la sua storia senza dubbio rientrano in quelle ricorrenze, la cui memoria venne coltivata con devozione tale che il digiuno di Ester, che precede la festa di Purim, non solo era avvertito come importante, ma veniva osservato con la stessa solennità riservata al digiuno di Kippur.

Perché scegliere proprio la figura biblica di Ester, a fronte di tante altre ben più visibili?

E come mai – come narra la testimonianza di una giovane –  la preghiera a lei attribuita era ripetuta talmente tante volte, al punto da saperla recitare, al rovescio, ossia dall’ultima parola alla prima?

La risposta abita nel significato del nome di Ester, che vuol dire “io mi nasconderò”.

Ester era l’eroina che aveva celato la sua identità persino al suo stesso marito, mantenendo però vivo dentro di sé il senso di appartenenza al popolo ebraico: più di ogni altro personaggio si prestava a dominare l’immaginario marrano, offrendo agli ebrei costretti al silenzio e alla dissimulazione di sé, un esempio, pressoché identico, di sofferenza.

Anche Gracia Nasi, il cui nome per il resto della società era Beatriz de Luna, passò la sua intera vita a nascondersi, divisa tra molteplici identità. Gracia apparteneva alla prima generazione di marrani e, pur professandosi cristiana e vivendo come tale, fu educata all’ebraismo in casa e tentò di trasmettere la stessa educazione alla figlia. Rimasta vedova del marito Francisco Mendes, tra gli uomini più influenti del Portogallo, trascorse la sua vita in uno stato di perenne emergenza e di  eccezionalità e non si tirò indietro dall’amministrare i preziosi beni ereditati dal marito, intuendone sin da subito il valore e il ruolo che avrebbero svolto nella battaglia per la libertà sua e del suo popolo. Difatti, una volta arrivata a Costantinopoli si impegnò a offrire aiuto e sostegno ai correligionari in difficoltà, servendosi della sua posizione prestigiosa presso le autorità turche. Perseguì la causa del popolo ebraico sino al punto di guadagnarsi l’epiteto di Señora. A Costantinopoli, Gracia era tornata ad esercitare la propria libertà religiosa, e non solo: fondò una scuola talmudica e rabbinica che divenne molto famosa e ne impiantò un’altra a Salonicco  per lo studio della letteratura rabbinica. Anno dopo anno il numero dei marrani che salpava alla volta di Costantinopoli cresceva e secondo un registro dei sottoposti alle tasse dell’anno 1553, si ricava che gli ebrei, senza contare donne e bambini, fossero quindicimila e i cristiani meno di settemila. Si stava creando una sorta di microcosmo di ebraismo internazionale che, in caso di bisogno, poteva attivarsi a sostegno dei correligionari dei diversi paesi. Era realizzato, oramai, quel progetto che Gracia aveva rincorso nella sua vita e nelle sue peregrinazioni, quando si era spesa nella tutela dei marrani organizzando “offensive” economiche, boicottaggi e altre mosse politiche contro quelle città che non si dimostravano tolleranti nei confronti dei marrani. Anche questo elemento sembra essere legato da un filo rosso con la vicenda di Ester, che salvò dallo sterminio il suo popolo.

Ester e Gracia però prima ancora di avere in comune l’essere in bilico tra due identità e l’aver beneficiato i propri correligionari, condividono l’identità di donne.

Finora solo i women’s studies, e in particolare la storia delle donne, si sono occupati di studiare Gracia Nasi alla luce della sua identità di genere, intuendo che la figura di una donna merita di essere studiata con una specificità di metodo. Le storiche e gli storici che hanno dato avvio a questi studi, consci della tendenza di fare la storia seguendo esclusivamente gli eventi delle grandi nazioni e dei grandi uomini, si sono dimostrati attenti a comprendere quale fosse invece il posto della donna nella società, la sua condizione, il ruolo e il potere esercitato, e a tratteggiare un discorso sul soggetto femminile in sé per sé per riuscire finalmente a farlo emergere, a riscattarlo dal silenzio e dall’oblio.

Così è stato possibile scoprire che durante le persecuzioni degli ebrei del Portogallo, una donna più di altri riusciva a lottare contro chi voleva cancellare la sua identità; così è stato riconsegnato alla Storia il ricordo di un’astuta resistenza portata avanti con grande forza e tenace coraggio. Infine, così è stato scoperto che nelle comunità dei marrani aveva attratto molta attenzione la figura di Ester.

Viene allora spontaneo, a questo punto, notare il curioso ricorrere dell’elemento femminile in questa vicenda.

Esiste una segreta corrispondenza tra l’esser donne e l’esser marrane? Forse sì, e merita di essere studiata e approfondita, in altra sede, con strumenti adeguati. In ogni caso, sembra interessante constatare come il binomio donna-marrana riunisca al suo interno una duplice alterità, in virtù della quale la donna che viveva il marranesimo mostrava di possedere una maggiore familiarità, rispetto all’uomo, con l’esercizio di silenzio che era richiesto a coloro che volevano continuare le tradizioni ebraiche. La donna sapeva concepire l’idea del farsi da parte, di essere un soggetto marginale, di coltivare dei desideri esclusivamente nella propria interiorità, del vivere in una dimensione privata e mai pubblica, di “scomparire” dalla storia ufficiale dei grandi eventi. Ma scomparire non vuol dire necessariamente dissolversi nel nulla. E Donna Gracia Nasi ne è l’esempio.

Gaia Litrico


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