Giornata della Memoria e violenza dell’indifferenza

museo-auschwitz-birkenauI numeri tatuati sulle braccia, i corpi stanchi e malati ammassati uno sopra l’altro. Queste sono le terribili immagini che la giornata della memoria ha sempre rievocato in me. Ma quest’anno è diverso, è il primo anno dopo la mia visita ad Auschwitz. Ricordo bene il gelo di quel pomeriggio di fine marzo: il cielo primaverile era limpido come uno specchio d’acqua, ma l’umidità entrava nelle ossa, irrigidendo le membra. Entrata nel museo, vengo come risucchiata in un vortice di ricordi e immagini. E’ tutto esattamente come lo avevo immaginato, come nei film. La mia attenzione, però, viene subito attirata da un chiassoso gruppo francese, tenuto faticosamente assieme da una guida stanca: le ragazze, tutte con gonna oltre il ginocchio, mostrano orgogliosamente le bandiere di Israele, avvolte sulle spalle come un mantello. Qualcuno, all’improvviso, tira fuori un selfie stick e inizia a fare fotografie. Mi allontano, furiosa: qua dentro poteva esserci tuo nonno, stupido garçon, non ti vergogni?

oswiecim-polska“A Oświęcim c’è anche un museo ebraico”, mi aveva detto qualcuno. Come quasi tutte le località polacche, ospitava una fiorente comunità ebraica prima della guerra. Esausta dalla visita al campo, mi inoltro nel centro abitato, cercando la vecchia sinagoga. Con enorme stupore scopro di trovarmi in una grigia, anonima cittadina polacca: gli stessi supermercati di Cracovia, le stesse banche, persino gli stessi volti inespressivi. Questa è Oświęcim, una banalissima cittadina industriale. Mi volto, per capire dove sono, e il filo spinato, nonostante la distanza, troneggia enorme, coprendo tutto l’orizzonte. In quel momento, un pensiero mi colpisce, fortissimo, e il cielo si fa pesante, quasi claustrofobico: Come potevano non vederlo? Come potevano non accorgersi, non sapere? Non chiedersi cosa avveniva di là dal muro? Con che coraggio potevano svegliarsi ogni giorno, vedere quel muro e tirare dritto? C’era una comunità ebraica qui, a Oświęcim. Erano concittadini, compagni di scuola, vicini di casa. Ho sempre catalogato i nazisti come criminali. Non ho mai realizzato, prima di quel momento, l’enorme potere dell’indifferenza, dell’omertà. Di chi non ha dovuto affrontare nessun processo di Norimberga, ma si è reso ugualmente colpevole.

mezzQualche mese dopo sono stata a Myślenice, un tempo fiorente shtetl polacco, e a Wiśniowa, dove si trova l’ultima sinagoga in legno della Galizia ancora in piedi. Agnieszka Cahn, di una delle poche famiglie rimaste di Myślenice e oggi a capo della Myślenice Community Association, ha guidato il mio gruppo per la cittadina, parlando come un fiume in piena. Gli ebrei, qui, costituivano un terzo della popolazione. I negozi della piazza principale erano quasi tutti gestiti da ebrei: “Qui c’era Winmann, qui invece la macelleria degli Horowitz. Spesso durante l’estate venivano organizzate cene di Shabbat in piazza”, spiega. Mi mostra le tracce delle mezuzot alle porte, mentre leggo nei suoi occhi una ferita ancora aperta. Anche qui, ciò che mi ferisce di più è la colpevole, sinistra indifferenza: il responsabile locale dei rastrellamenti, quando il momento arrivò, non esitò a mandare ai campi i propri ex compagni di classe, i propri compaesani, nel vile silenzio generale. “Il mondo non sarà distrutto da quelli che fanno il male, ma da quelli che li guardano senza fare nulla”, disse Albert Einstein.

C’è una fotografia al Galicia Jewish Museum di Cracovia che, a prima vista, sembra messa lì quasi per sbaglio. Il riquadro raffigura dei campi di grano nella campagna galiziana, con al centro un piccolo bosco. In realtà, nel luogo dove adesso si trovano gli alberi, un tempo c’era un cimitero ebraico: anche se non ce n’è più traccia perché andato completamente distrutto durante la guerra, i contadini del luogo non dimenticano. E, anche se le lapidi non esistono più, non coltivano l’area dove si trovavano, in segno di rispetto verso i morti. Non sottovalutiamo l’importanza del ricordo.

indiffA distanza di 70 anni, il mondo oggi è molto diverso. Grazie agli smartphone siamo costantemente interconnessi e riceviamo le notizie da tutto il mondo in tempo reale, inclusi i video degli attentati e le immagini degli orrori in Siria. Il prezzo da pagare, però, è l’alienazione. Auschwitz rischia di diventare un luogo dove fare selfie, i morti del terrore di diventare numeri scritti su uno schermo. Ci si può abituare all’orrore fino a non vederlo più? E’ una domanda a cui non riesco e non voglio rispondere. L’orrore, purtroppo, esiste ancora, basta pensare alla devastante guerra civile in Siria, che in 6 anni ha provocato centinaia di migliaia di vittime. Il genocidio armeno è ancora impunito. Un milione e mezzo di morti, un popolo perseguitato che ancora vive quanto accaduto nel 1915 con una profondissima sofferenza. Elif Shafak, scrittrice turca, ha subito un’inchiesta nel 2006 per aver definito il massacro degli armeni come genocidio in un suo libro. L’accusa era “oltraggio all’identità turca”. Cosa fare? Arrendersi di fronte all’omertà, al silenzio? Milioni di vittime ci impongono di non farlo. Di indignarci, di non cedere alla tentazione dell’indifferenza. Di non tirare dritto di fronte a un muro spinato.

Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza

Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza


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