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	<description>Unione Giovani Ebrei d&#039;Italia</description>
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		<title>I sette motivi per i quali la nostra generazione arriverà più lontano delle precedenti</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Dec 2012 11:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione1</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società e politica]]></category>
		<category><![CDATA[diversità]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Conoscenza. Abbiamo insegnato ai nostri genitori ed ai nostri nonni come usare strumenti che oggi sono indispensabili, dagli SMS a Facebook: siamo la prima generazione che sa più delle generazioni che la precedono. Per questo ci sentiamo confidenti di mettere in discussioni istituzioni e tradizioni. 2. Autorità. Abbiamo molto meno bisogno del permesso delle autorità delle generazioni precedenti. I nostri genitori e nonni davano del voi ai loro insegnanti, noi facciamo fatica a dargli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>1. <strong>Conoscenza</strong>. Abbiamo insegnato ai nostri genitori ed ai nostri nonni come usare strumenti che oggi sono indispensabili, dagli SMS a Facebook: siamo la prima generazione che sa più delle generazioni che la precedono. Per questo ci sentiamo confidenti di mettere in discussioni istituzioni e tradizioni.</p>
<p>2. <strong>Autorità</strong>. Abbiamo molto meno bisogno del permesso delle autorità delle generazioni precedenti. I nostri genitori e nonni davano del voi ai loro insegnanti, noi facciamo fatica a dargli del lei. Nell&#8217;ultima settimana ho organizzato un panel di politici israeliani candidati alle prossime elezioni. Non è servito a nulla mandare mail formali e parlare con i loro segretari, ma quando li ho aggiunti su Facebook e gli ho mandato un messaggio privato, mi hanno risposto con smiley e col numero di telefono privato. La nostra generazione si è scrollata di dosso set di maniere ingombranti e dà la precedenza agli obiettivi pratici.</p>
<p>3. <strong>Futuro</strong>. Non abbiamo alcuna idea di come il mondo apparirà tra cinquanta, trenti o addirittura venti anni, e ne siamo contenti. La generazione precedente alla nostra sapeva esattamente cosa sarebbe stato di loro: gli bastava guardare ai loro genitori o ai loro nonni. Se noi facessimo lo stesso, ignoreremmo il fatto che negli ultimi decenni sono state create nuove discipline, nuove professioni e nuove culture. Come ha scritto il giornalista israeliano Yair Lapid, i bambini di oggi studiano per lavorare in professioni che ancora non sono state inventate.</p>
<p><a href="http://www.ugei.it/i-sette-motivi-per-i-quali-la-nostra-generazione-arrivera-piu-lontano-delle-precedenti/multi1" rel="attachment wp-att-2613"><img class="size-medium wp-image-2613 alignright" title="multi1" src="http://www.ugei.it/wp-content/uploads/2012/12/multi1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>4. <strong>Diversità</strong>. Le opportunità che abbiamo di conoscere ed incontrare realtà diverse dalle nostre sono infinite e a portata di mano. Quando a diciotto anni ho partecipato per la prima volta ad un seminario europeo, sono tornato a Roma con la sensazione di aver scoperto un nuovo mondo di possibilità e che avevo sprecato diciotto anni nella provincialità italiana; oggi l’adolescente medio può già scegliere tra un’infinità di incontri organizzati da organizzazioni comunitarie e dai movimenti giovanili per conoscere persone della stessa età che vivono dall’altra parte del mondo. Il diciottenne israeliano conosce nella prima settimana nell&#8217;esercito ultraortodossi, etiopi, russi, drusi &#8211; senza neanche doverli andare a cercare, dormono in stanza insieme a lui.</p>
<p>5. <strong>Immediatezza</strong>. Se non sappiamo, cerchiamo su internet e troviamo &#8211; non perdiamo tempo in biblioteca. Se vogliamo parlare con qualcuno, lo chiamiamo. Se vogliamo condividere un pensiero, scriviamo un sms o un post. Alcune ricerche confermano che da quando gli sms sono diventati un mezzo comune, abbiamo imparato a comunicare in maniera breve e precisa, anche quando parliamo. Durante l’ultima operazione dell’esercito israeliano, l’app per Iphone “Zeva Adom”, che avverte ogni volta che un missile viene sparato, precisando in che direzione va, è stata scaricata da decine di migliaia di persone, ed in alcuni casi ha sostituito la sirena. L’idea dell’applicazione è di un ragazzo di quattordici anni del Sud di Israele.</p>
<p>6. <strong>Positività</strong>. Pochi giorni fa ho visto un dibattito tra Naftali Bennet, capolista del partito religioso sionista, ed Eldad Yaniv, capolista di un nuovo partito socialista che cercherà di entrare nella prossima Knesset. Mentre il giornalista provava a stimolare una discussione accesa, i due candidati si sono ad un certo punto rivolti a lui chiedendo insieme &#8220;Perchè continui a chiederci quali sono le differenze tra di noi? è molto più interessante parlare di quello che abbiamo in comune. Delle differenze ce ne occuperemo quando dovremo trovare una soluzione pratica&#8230;&#8221;. La nostra è una generazione pratica, stanca di discutere e vogliosa di progredire. Non ci piace il tipo di dialogo testardo e litigioso generato dalle generazioni precedenti, abbiamo capito che è uno spreco di energie. Cerchiamo dei leader positivi, disposti al dialogo e non a politiche vuote.</p>
<p>7. <strong>Profondità</strong>. Le generazioni precedenti a noi hanno costruito un mondo assurdo, basato sugli opposti. Sei di destra o di sinistra? Sei religioso o laico? Democratico o fascista? Ragionare per opposti è il nemico più grande del guardare in profondità. La nostra è la generazione delle playlist: abbiamo superato la superficialità dei CD che ci davano un solo tipo di musica, ci piace vivere al suono di valori presi da mondi diversi e da culture diverse. Nella versione israeliana del programma “The Voice”, simile all’X-Factor italiano, la vincitrice della prima edizione è stata una ragazza canadese che ha fatto l’Aliyah, che è stata seguita ed accompagnata da Sarit Haddad, la cantante orientale più apprezzata di Israele; le canzoni che l’hanno portata alla vittoria sono tanto dell’inglese Adele quanto dell&#8217;israeliano Idan Raichel, famoso per fare musica con influenze melodiche etiopi, arabe e tribali.</p>
<p>La nostra generazione ha imparato a pensare che è più facile considerare le differenze come la parte più interessante di una realtà complessa e profonda, che considerarle un ostacolo.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Avy Leghziel </strong></p>
<p style="text-align: right;">(su Twitter: @avyleg)</p>
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		<title>Università e approcci culturali &#8211; da Roma a Tel Aviv</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Dec 2012 10:59:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione1</dc:creator>
				<category><![CDATA[Israele]]></category>
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		<description><![CDATA[Torno a parlare di cose che fanno parte della quotidianità, e non di cose che sono diventate improvvisamente quotidianità, anche se solo per una settimana. Il mio arrivo in Israele ha coinciso con il mio ritorno allo studio. Ad un anno e mezzo dalla fine della mia esperienza universitaria alla Sapienza di Roma, sono tornato ad essere studente, ma stavolta presso la Tel Aviv University. Quali sono le differenze tra queste due realtà? Moltissime. Non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Torno a parlare di cose che fanno parte della quotidianità, e non di cose che sono diventate improvvisamente quotidianità, anche se solo per una settimana.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mio arrivo in Israele ha coinciso con il mio ritorno allo studio. Ad un anno e mezzo dalla fine della mia esperienza universitaria alla Sapienza di Roma, sono tornato ad essere studente, ma stavolta presso la Tel Aviv University.</p>
<p style="text-align: justify;">Quali sono le differenze tra queste due realtà? Moltissime. Non mi sembra appropriato generalizzare e, per questo, mi limiterò a descrivere l’atmosfera che si respira all’interno della facoltà nella quale da due mesi studio cinema.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ho detto a tutti i professori al primo giorno di lezione, lo spaesamento iniziale è stato generato da due grandi fattori: la lingua e le differenze tra il sistema universitario israeliano e quello italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Catapultarsi in un ambiente nuovo, con persone nuove, regole nuove e in una lingua non propria non è facile, ma questa è una sfida che offre anche spunti importanti.<a href="http://www.ugei.it/universita-e-approcci-culturali-da-roma-a-tel-aviv/tau_round" rel="attachment wp-att-2606"><img class="alignright size-medium wp-image-2606" title="tau_round" src="http://www.ugei.it/wp-content/uploads/2012/12/tau_round-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La cosa che mi ha colpito inizialmente più di ogni altra è il rapporto che si crea, ovviamente salvo eccezioni, con i professori durante le lezioni. L’orario di inizio delle classi sancisce l’inizio di una sorta di confronto che ovviamente è portato avanti dal professore, ma con il quale è molto più facile interagire rispetto a quello che ho constatato nella mia passata esperienza italiana. Nel mio caso personale, fatta eccezione per due delle lezioni che frequento, tutte le classi sono frequentate da dieci o al massimo trenta alunni. Questo fa sì che si instauri un rapporto personale con ogni singolo professore. In questi casi, ogni professore conosce il nome di ogni suo studente e, cosa che ancora marca una differenza di rapporto sostanziale anche se principalmente simbolica, gli studenti si rivolgono ai professori chiamandoli per nome, e non per cognome. Sostanzialmente quindi, il distacco tra chi insegna e chi studia è minore, e questo si percepisce; tutto ciò crea un’atmosfera più “leggera”.</p>
<p style="text-align: justify;">Se tutto ciò possa facilitare lo studio non lo so. Quello che ho capito è che ho avuto bisogno di tempo per abituarmi a questa come ad altre differenze più “burocratiche” o regolamentari e che ora, dopo 2 mesi, comincio ad avere in parte la sensazione di capire l’aria che si respira alla Tel Aviv University.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Daniele Di Nepi</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong></strong>(Twitter @danieledinepi)</p>
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		<title>Tzipi is back &#8211; quali prospettive?</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Dec 2012 11:49:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione1</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Sono tornata per combattere”. Non usa mezzi termini Tzipi Livni per annunciare il suo ritorno in politica dopo la sconfitta alle primarie di Kadima, vinte da Shaul Mofaz (che ora si ritrova un partito che con tutta probabilità non riuscirà a entrare alla Knesset). Tzipi Livni torna, inserendo un’ulteriore variabile a una realtà politica più frammentata che mai a causa delle continue scissioni, ma anche rinnovata grazie alla discesa in campo di nuovi candidati. Dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Sono tornata per combattere”. Non usa mezzi termini Tzipi Livni per annunciare il suo ritorno in politica dopo la sconfitta alle primarie di Kadima, vinte da Shaul Mofaz (che ora si ritrova un partito che con tutta probabilità non riuscirà a entrare alla Knesset). Tzipi Livni torna, inserendo un’ulteriore variabile a una realtà politica più frammentata che mai a causa delle continue scissioni, ma anche rinnovata grazie alla discesa in campo di nuovi candidati.</p>
<p>Dopo aver rifiutato offerte da ogni parte del centro-sinistra, (da Yair Lapid a Shelly Yachimovitch), la Livni ha deciso di presentarsi con un proprio partito: Hatnuah (“Il Movimento”). Dai manifesti elettorali che imbrattano ormai tutta Israele, si evincono due punti programmatici fondamentali: pace con i Palestinesi e risanamento socio-economico. Durissima è stata infatti la critica della Livni a Netanyahu all’indomani dell’approvazione dello status di stato osservatore alla Palestina da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU. Infatti, secondo la Livni, l’unica responsabilità per l’accaduto va attribuita a Netanyahu e al suo governo, colpevoli di umiliare costantemente i Palestinesi e di essersi rifiutati di riprendere negoziazioni dirette e di negare il problema. A questo punto riprendere le trattative porterebbe però più danni che benefici, a causa di un clima internazionale estremamente sfavorevole a Israele, che ora rischia anche di essere portato davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Un eventuale governo Livni favorirebbe la creazione di uno Stato palestinese indipendente entro confini molto vicini a quelli del ‘67.<a href="http://www.ugei.it/tzipi-is-back-quali-prospettive/tzipi_livni" rel="attachment wp-att-2601"><img class="alignright size-medium wp-image-2601" title="tzipi_livni" src="http://www.ugei.it/wp-content/uploads/2012/12/tzipi_livni-300x268.jpg" alt="" width="300" height="268" /></a></p>
<p>In campo interno Hatnuah, che ha stravolto le previsioni elettorali e che sembra otterrà nove o dieci seggi strappandoli ad Avodà e Yesh Atid, non sembra disposto a concedersi ad alcuna alleanza se alla Livni non verrà data la leadership, reputando che contro Netanyahu solo Tzipi può farcela. Sebbene l’ipotesi di un governo Livni sembri lontana, l’ottenimento di una maggioranza di voti da parte del centro-sinistra non necessariamente comporterebbe la formazione di un governo a causa di un sistema di alleanze necessario complicato (che ricorda molto l’Italia degli Anni Novanta) e che sembra impossibile creare di fronte a una sinistra così divisa. Dalla parte opposta, con la fusione dei rispettivi partiti e del costante appoggio degli ultra-ortodossi di Shas, Netanyahu e Lieberman sembrano più compatti che mai ed in costante crescita nei sondaggi.</p>
<p>In queste condizioni, senza un solido appoggio da sinistra e con la ferma intenzione di opporsi a Netanyahu, Tzipi corre da sola su un partito che è già stato rinominato “il partito dei numeri due” in riferimento a esponenti come Amir Peretz e la stessa Livni che, non essendo riusciti a ottenere la leadership nei rispettivi partiti, hanno deciso di costituire un movimento che non porta idee programmatiche nuove rispetto al resto del centro-sinistra, ma aggiunge solamente un’ulteriore variabile di dispersione in un blocco democratico già frammentato.</p>
<p style="text-align: right;"> <strong>Alessia Di Consiglio</strong></p>
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		<title>Lettera di un soldato</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Dec 2012 13:08:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione1</dc:creator>
				<category><![CDATA[Hatikwà]]></category>
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		<description><![CDATA[Chi sono io? Sono una ragazza israeliana di 24 anni. Studio comunicazione, sono un’ appassionata di cinema, e una maniaca del controllo. Amo il cioccolato e i gatti. Posso pensare a molti altri modi per descrivermi. Tuttavia, venerdì 16 novembre, alle 3.30 del mattino, quando sono stata chiamata dall’ ufficio dei riservisti, ho percepito me stessa solamente in una maniera: una fiera cittadina israeliana. Ho preparato la borsa il più veloce possibile e ho svegliato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chi sono io?</p>
<p style="text-align: justify;">Sono una ragazza israeliana di 24 anni. Studio comunicazione, sono un’ appassionata di<br />
cinema, e una maniaca del controllo. Amo il cioccolato e i gatti. Posso pensare a molti altri modi per<br />
descrivermi. Tuttavia, venerdì 16 novembre, alle 3.30 del mattino, quando sono stata chiamata dall’ ufficio<br />
dei riservisti, ho percepito me stessa solamente in una maniera: una fiera cittadina israeliana.</p>
<p>Ho preparato la borsa il più veloce possibile e ho svegliato mio fratello per farmi accompagnare al punto di<br />
raccolta con la mia unità.</p>
<p>Quattro anni fa sono stata dimessa dal mio servizio di sergente operativo dell’ IDF, ed ero così fiera di<br />
indossare la mia uniforme allora, così come lo sono in questa occasione. Anche se non sono una combattente,<br />
ho sempre posseduto una forte determinazione durante il mio servizio. Perchè?<a href="http://www.ugei.it/lettera-di-un-soldato/lirut-2" rel="attachment wp-att-2585"><img class="alignright size-medium wp-image-2585" title="lirut 2" src="http://www.ugei.it/wp-content/uploads/2012/12/lirut-2-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a> Perchè sapevo che stavo<br />
servendo il mio paese, un paese dove la guerra ha sempre avuto un ruolo fondamentale e dove la minaccia alla sicurezza dei suoi cittadini è intrinseca nella sua cultura da quando si è affermato come Stato ebraico e indipendente. Nel nostro paese, la guerra sembra sempre “dietro l’angolo”.</p>
<p>Sono nata nel 1988. Il mio primo vero ricordo di bambina è quello di me seduta nel rifugio con una maschera del gas durante la guerra del Golfo nel 1991. Da bambina quale ero, quella per me era un’esperienza insolitamente buffa, e in qualche modo si è insinuata nella mia mente come un ricordo felice. Ero lì, seduta a giocare con le mie bambole e a guardare la televisione mentre i miei genitori erano attaccati tutto il giorno alla radio. Dopotutto, che ne sapevo io? Avevo solo tre anni! Crescendo ovviamente, ho cominciato a capire: quello che vivevo non era un mondo fantastico, ma una realtà assurda e violenta a cui noi, cittadini israeliani, ci siamo abituati come se fosse una situazione ordinaria e perciò accettabile.</p>
<p>Il 2002 fu un anno ancor più traumatico per un&#8217;adiolescente che era nel mezzo della seconda intifada. A<br />
quei tempi, subivamo circa tre attacchi terroristici al giorno! Andando a scuola in autobus ero sempre<br />
terrorizzata. &#8220;Se qualcuno indossa una felpa durante l’estate, potrebbe trattarsi di un kamikaze?&#8221;- pensavo.<br />
Ho sempre avuto paura che un giorno sarebbe stato il mio autobus a esplodere in mezzo alla strada. Di<br />
certo questi non sono pensieri che una tredicenne dovrebbe avere, e indubbiamente non è questa la realtà<br />
che voglio i miei figli vivano in un futuro. Quasi 12 anni dopo, la minaccia alla sicurezza degli Israeliani<br />
permane, solo che oggi i kamikaze sono stati sostituiti da missili lanciati senza sosta.</p>
<p>La base in cui ero durante l’operazione “Colonna di nuvole” era nel sud d’ Israele, una zona continuamente<br />
bombardata dalla striscia di Gaza. La gente che vive là ha completamente perso la capacità di condurre<br />
una vita normale. Sentire la sirena è una sensazione indescrivibile. E’ terrificante avvertire la terra tremare<br />
sotto i piedi, e pregare che anche questa volta non arrivi dove sono posizionata. E poi in 15 secondi il razzo<br />
colpisce a 400 metri di distanza, più vicino di quanto potessi mai immaginare. Il pericolo è reale: questi<br />
sono i momenti in cui lo si sente sotto la pelle.</p>
<p>Questo è il mio paese, la mia unica vera casa. Ovunque io vada, questo posto mi fa sentire in un modo in cui<br />
nessun altro luogo potebbe riuscire. Conosco la sua storia, cultura, ed essenza. La vita è difficile, sì,<br />
ma è qui che ho formato la mia identità. Conosco la terra dal nord al sud, la mia famiglia è nata e morta qui,<br />
e mi sento in obbligo di difenderla a qualunque costo. Israele è incisa nel mio cuore.</p>
<p>Il pericolo in Israele si sente specialmente oggi; le lacrime mi scendono dagli occhi se immagino la<br />
possibilità che la mia casa cessi di esistere così come la conosco io. Capisco la sua importanza per il popolo<br />
ebraico, perchè la storia mi ha insengnato che non siamo salvi da nessuna parte se non in erez Israel.<br />
Mi sento insultata se qualcuno la offende, e ho paura se qualcuno la minaccia. Combatterò per lei e me<br />
ne preoccuperò sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche quando comincio a dubitare di questo quadro di vita oggettivamente<br />
deprimente, non posso fare a meno di amarla profondamente per quello che è, o non è.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Lirut Nave</strong></p>
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		<title>Un outsider in crescita nella politica israeliana</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Nov 2012 10:45:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione1</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con le elezioni sempre più vicine (gli israeliani andranno alle urne il 22 Gennaio prossimo), in Israele si inasprisce la corsa elettorale. Mentre gli ultimi sondaggi dichiarano ‘irrilevante’ Kadima, guadagna posizioni il nuovo partito Yesh Atid (C’é futuro), fondato e guidato dall’ex giornalista Yair Lapid (ci si aspetta che ottenga 15 seggi). Nato a Tel Aviv nel 1963, sposato e padre di tre figli, Yair Lapid è un personaggio molto conosciuto in Israele, sia in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con le elezioni sempre più vicine (gli israeliani andranno alle urne il 22 Gennaio prossimo), in Israele si inasprisce la corsa elettorale. Mentre gli ultimi sondaggi dichiarano ‘irrilevante’ Kadima, guadagna posizioni il nuovo partito Yesh Atid (C’é futuro), fondato e guidato dall’ex giornalista Yair Lapid (ci si aspetta che ottenga 15 seggi).</p>
<p>Nato a Tel Aviv nel 1963, sposato e padre di tre figli, Yair Lapid è un personaggio molto conosciuto in Israele, sia in quanto figlio del famoso scrittore, politico e giornalista Yosef “Tommy” Lapid, sia per essere stato il volto dei principali programmi televisivi di attualità israeliani. Oltre alla carriera di giornalista, Lapid ha scritto sette libri e recitato in alcuni film. La sua discesa in campo non sorprende tanto vista la familiarità con la politica. Tommy Lapid è stato uno dei volti più conosciuti del partito Shinui (Cambiamento); un partito di centro-destra liberale, laico e anti-religioso, che ha svolto un ruolo attivo nella politica israeliana dagli Anni Settanta fino al 2006, quando si è frammentato. Nemico giurato degli ultra-ortodossi, attivista per la separazione tra religione e stato in Israele con tutte le conseguenze del caso (matrimoni civili, operatività di tutti i servizi e le imprese durante lo Shabat, rimozione delle leggi sull’importazione di prodotti non-casher, sospensione dei sussidi alle Yeshivot ecc.), Tommy Lapid era un reduce della Shoa ed è scomparso nel 2008.</p>
<p>Chi si aspettava che Yair avrebbe raccolto l’eredità politica del padre è rimasto deluso. Con non poca sorpresa, Lapid ha recentemente dichiarato che il numero due della sua lista elettorale sarà Rav Shai Piron, capo dell’associazione delle yeshivot di Petach Tikva, direttore generale di Hakol Hinuch, il Movimento per l’Avanzamento dell’Educazione in Israele e fondatore dell’organizzazione sionista-religiosa Tzohar. Una mossa di marketing? Forse. Lapid deve togliersi di dosso lo stigma di suo padre per massimizzare i consensi e cosí facendo trasmette inoltre un’immagine di unione tra i gruppi sociali dopo anni di turbolenti scontri. O forse no, visto che il primo punto programmatico di Yesh Atid è far arrivare Israele tra i primi dieci paesi al mondo in materia di istruzione. Nonostante ciò, come suo padre, Lapid è ben determinato a fare in modo che anche gli ultra-ortodossi servano nell’esercito e che lo Stato smetta di elargire sussidi alle yeshivot.</p>
<p><a href="http://www.ugei.it/un-outsider-in-crescita-nella-politica-israeliana/476px-yair_lapid_2010_pic" rel="attachment wp-att-2578"><img class="alignright size-medium wp-image-2578" title="Yair_lapid_2010_pic" src="http://www.ugei.it/wp-content/uploads/2012/11/476px-Yair_lapid_2010_pic-300x284.jpg" alt="" width="300" height="284" /></a></p>
<p>Quello che sembra piacere agli israeliani di Lapid è proprio questo giocare fuori dagli schemi, marginalizzando i temi caldi della sicurezza nazionale e concentrandosi sui veri problemi dello Stato Ebraico, quelli per cui lo scorso anno centinaia di migliaia di manifestanti si sono battuti nelle strade del Paese: riduzione dei divari sociali, educazione, alloggi popolari ecc. Oltre sessanta anni di politica israeliana insegnano però che le reali chances di successo per la carica di Primo Ministro dipendono fondamentalmente da due promesse di cui il popolo israeliano ha bisogno: speranza sí, ma anche sicurezza. Per quanto riguarda la politica estera, anche Yesh Atid, come Kadima e Avodah, punta a rilanciare il negoziato con i Palestinesi, per raggiungere una soluzione con due Stati per due popoli, ma mantenendo israeliani i principali insediamenti ebraici in Cisgiordania. “Israele non deve perdere la sua maggioranza ebraica […] Senza un accordo di pace l’identità ebraica e sionista dello Stato di Israele sono in pericolo” – ha dichiarato Lapid, aggiungendo che il suo partito non si unirà a nessuna coalizione di governo se questa non garantirà la ripresa dei negoziati. Per quanto riguarda l’Iran, secondo l’ex-giornalista, l’opzione militare è ancora sul tavolo, ma deve essere considerata come l’ultima risorsa.</p>
<p>Intanto la rielezione di Obama in America ha ridato speranza al centro-sinistra israeliano, per il quale, nel formare una coalizione, l’apporto di Lapid potrebbe essere fondamentale e fattibile proprio in virtù di una comune visione in politica estera, sia per quanto riguarda la preferenza di una soluzione “Obamiana” del problema iraniano, sia per il rilancio dei negoziati con l’Autorità Palestinese.</p>
<p>Con il tramonto di Kadima e un impegno nella sicurezza e nei problemi socio-economici della società israeliana, Yesh Atid potrebbe essere il nuovo punto di riferimento per i centristi israeliani e un’alternativa ai principali partiti. Appuntamento al 22 Gennaio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Alessia Di Consiglio</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Le responsabilità della guerra, la pretesa della pace</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Nov 2012 15:36:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione1</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il testo della lettera che segue rappresenta la prospettiva dell&#8217;Unione Giovani Ebrei d&#8217;Italia in merito al conflitto in Medio Oriente in seguito al riesplodere della violenza tra le parti nella settimana fra il 14 ed il 21 novembre scorsi. L&#8217;intervento è stato pubblicato in anteprima dall&#8217;Huffington Post Italia (puoi trovarlo cliccando qui). Per ogni commento, reazione o ulteriore informazione, come sempre, è possibile contattare il Consiglio Esecutivo 2012 all&#8217;indirizzo info@ugei.it. Roma, 23 novembre 2012 Caro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il testo della lettera che segue rappresenta la prospettiva dell&#8217;Unione Giovani Ebrei d&#8217;Italia in merito al conflitto in Medio Oriente in seguito al riesplodere della violenza tra le parti nella settimana fra il 14 ed il 21 novembre scorsi.</em></p>
<p><em>L&#8217;intervento è stato pubblicato in anteprima dall&#8217;Huffington Post Italia (puoi trovarlo <a title="Huffington Post" href="http://www.huffingtonpost.it/daniele-m-regard/le-responsabilita-della-g_b_2190251.html" target="_blank">cliccando qui</a>)</em><em>.</em></p>
<p><em>Per ogni commento, reazione o ulteriore informazione, come sempre, è possibile contattare il Consiglio Esecutivo 2012 all&#8217;indirizzo info@ugei.it.</em></p>
<p style="text-align: right;">Roma, 23 novembre 2012</p>
<p style="text-align: justify;">Caro direttore,</p>
<p style="text-align: justify;">quando la violenza e la guerra bussano alle porte delle nostre case, nessuno di noi è mai sufficientemente allenato per non essere sconvolto dalle emozioni, dal furore e dall&#8217;indignazione. Ogni cittadino cosciente e sensibile è sempre e necessariamente turbato nel più profondo, specialmente in un continente come l&#8217;Europa che della guerra ha un ricordo ancora ben fresco e drammatico. Specialmente, a maggior ragione, se tali notizie giungono ancora una volta dal Medio Oriente, terra martoriata e senza pace, per gli europei, dolorosamente, &#8220;vicinato&#8221; eternamente turbolento.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciononostante, crediamo che anche nel mezzo dello spavento e dell&#8217;angoscia fisiologici determinati dal conflitto sia indispensabile mantenere la lucidità e riflettere adeguatamente sulle forze che hanno determinato quest&#8217;esplosione di violenza contrapposta. Nel conflitto mediorientale fino a pochi giorni fa sotterraneo ed ora di nuovo esplicito &#8211; è bene ribadirlo una volta per tutte &#8211; non si affrontano una ragione ed un torto, e neppure, come andava di moda affermare alcuni anni fa, due ragioni contrapposte. Più esattamente, in questo momento si affrontano due ragioni e un torto. Da una parte, il diritto inconfutabile d&#8217;Israele a difendere ad ogni costo la propria gente da minacce gravi e incessanti alla sopravvivenza stessa dello Stato, concretizzatesi in particolare negli ultimi mesi (nel colpevole silenzio della stampa internazionale) in un assedio micidiale di razzi lanciati quotidianamente sulle sue città meridionali. Dall&#8217;altra, il diritto altrettanto sacrosanto del popolo palestinese a vedere la sua ambizione nazionale finalmente realizzata, ad auto-governarsi ed a vivere in pace, benessere e sicurezza con i propri vicini. In terzo luogo, tuttavia, un torto drammatico, quello di Hamas, organizzazione teocratica e terroristica, che si prefigge nella sua stessa carta fondante l&#8217;obiettivo prioritario della distruzione dello Stato d&#8217;Israele, la cui esistenza neppure riconosce. Su queste basi, il negoziato è di fatto impossibile, a tutto danno tanto degli israeliani quanto dei palestinesi entrambi colpiti al cuore dei propri diritti sopra menzionati.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ugei.it/letteraaperta/rabinpic" rel="attachment wp-att-2568"><img class="alignright size-medium wp-image-2568" title="RabinPic" src="http://www.ugei.it/wp-content/uploads/2012/11/RabinPic-300x300.jpeg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Quanto chiarito fin qui, naturalmente, deve andare di pari passo con il rigetto di ogni violenza, da qualsiasi parte essa provenga. I giovani ebrei italiani che ho l&#8217;onore di rappresentare costituiscono un universo variegato ed estremamente vivace, per quanto limitato numericamente, ed al nostro interno si confrontano costantemente anime ed opinioni differenti. Su una cosa tuttavia tutti conveniamo, ed è il valore supremo e universale della vita umana, del creato che la stessa cultura ebraica c&#8217;insegna essere sacro e inviolabile. Per questo ogni vita perduta in un conflitto rappresenta una tragedia, un dolore incolmabile &#8211; specialmente quando si tratta di civili incolpevoli. Per questo, in ultima analisi, accogliamo con sollievo la notizia del cessate il fuoco tra Israele e Hamas ottenuto grazie alla mediazione di Egitto e Stati Uniti. Dal momento stesso dell&#8217;entrata in vigore della tregua, tuttavia, diventa ora fondamentale che tutti gli attori in grado di influire sugli eventi &#8211; a cominciare dal neoeletto Presidente Obama &#8211; s&#8217;impegnino pienamente per depotenziare alla radice i problemi che stanno al fondo di questo conflitto, a cominciare dal rifornimento incessante di missili che Hamas è pronta a lanciare sui civili israeliani da parte dell&#8217;Iran, vero mandante di questa provocazione. Uno Stato il cui governo autoritario proclama un giorno la negazione della Shoà come una favola inventata per avvelenare il mondo e il giorno dopo la determinazione ad annientare Israele ed estirpare il &#8220;cancro sionista&#8221;, mentre indisturbato continua a portare avanti nelle proprie centrali il processo d&#8217;arricchimento dell&#8217;uranio, processo che ancora pochi giorni fa gli ispettori dell&#8217;Agenzia Internazionale per l&#8217;Energia Atomica hanno confermato essere in piena crescita ed ammesso di non poter garantire essere sviluppato &#8220;unicamente a scopi civili&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">E tuttavia, caro direttore, proprio in questi giorni siamo al contempo perfettamente consapevoli che, pur a partire dalle nostre differenze, pesa precisamente sulle nostre spalle &#8211; giovani ebrei, musulmani, cattolici, laici ed appartenenti ad ogni altro credo &#8211; la responsabilità morale in questo momento storico di non arrenderci alla logica della contrapposizione ad ogni costo, ma di avere il coraggio e la sfrontatezza di riportare nell&#8217;agenda mediorientale l&#8217;obiettivo ultimo della pace e della convivenza fra popoli. Proprio dall&#8217;Europa in cui viviamo &#8211; pure martoriata dalla crisi &#8211; crediamo arrivi un messaggio universale e potentissimo a questo proposito: la pace, come il riavvicinamento franco-tedesco degli ultimi sessant&#8217;anni ha ampiamente dimostrato, si costruisce necessariamente fra popoli che fino ad un minuto prima si erano combattuti ferocemente, e proprio per questo, per definizione, non è mai impossibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Soltanto poche settimane fa Israele ed il mondo ebraico tutto hanno commemorato solennemente come ogni anno l&#8217;anniversario della scomparsa di un grande uomo del Novecento, Yitzhak Rabin, militare israeliano che, giunto ai massimi vertici dello Stato, mobilitò tutta la sua energia umana e politica per condurre finalmente la nazione alla stabilità e alla pace con i suoi vicini, raccogliendo attorno a sé uno straordinario movimento di supporto tanto interno quanto internazionale. Giunse a un passo dal realizzare tale sogno, e per questo fu eliminato dall&#8217;odio cieco di un estremista. Onorare la memoria di Rabin, oggi, significa credere, anzi pretendere, che al di là del fuoco una prospettiva di pace esista.</p>
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		<title>Le nuove frontiere della guerra</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Nov 2012 12:04:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione1</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo l’attacco terroristico alle Torri Gemelle avvenuto l’undici settembre del 2001, molte cose sono cambiate: il concetto di sicurezza assieme a quello di guerra hanno subito delle profonde trasformazioni. La sicurezza di uno Stato si basava sul presupposto che fintantoché fosse riuscito a mantenere integre le sue frontiere e a respingere gli attacchi provenienti dall’esterno dagli Stati confinanti esso sarebbe riuscito a mantenere il controllo della situazione. Oggi gli attacchi non vengono più perpetrati da stati bensì da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo l’attacco terroristico alle Torri Gemelle avvenuto l’undici settembre del 2001, molte cose sono cambiate: il concetto di sicurezza assieme a quello di guerra hanno subito delle profonde trasformazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">La sicurezza di uno Stato si basava sul presupposto che fintantoché fosse riuscito a mantenere integre le sue frontiere e a respingere gli attacchi provenienti dall’esterno dagli Stati confinanti esso sarebbe riuscito a mantenere il controllo della situazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi gli attacchi non vengono più perpetrati da stati bensì da singole persone o gruppi che godono dell’appoggio più o meno palese di alcuni Stati.</p>
<p style="text-align: justify;">I conflitti odierni si sviluppano in nuovi scenari come quelli del cyberspazio.<a href="http://www.ugei.it/wp-content/uploads/2012/11/CyberWar.jpeg"><img class="alignright size-medium wp-image-2565" title="CyberWar" src="http://www.ugei.it/wp-content/uploads/2012/11/CyberWar-300x300.jpeg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">I siti web di varie agenzie e di società sono stati violati indiscriminatamente da una serie di hacker.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra informatica oramai si sta diffondendo rapidamente essa fa parte della nostra quotidianità coinvolgendo tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli effetti che si possono conseguire sono due: da un lato si fa un ampio utilizzo delle immagini e dei video per catturare l’attenzione della persone e suscitare delle profonde emozioni, dall’altro si cerca di paralizzare il nemico controllando le strutture fondamentali di un Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Una cyber aggressione è in grado di produrre effetti devastanti simili ad una vera e propria guerra. Ad esempio e possibile: controllare le centrali elettriche, le raffinerie, gli oleodotti, gli scambi ferroviari ed altri punti nevralgici di una nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli attacchi informatici permettono di aggirare tutte le difese militari convenzionali causando, così ingenti danni materiali.</p>
<p style="text-align: justify;">La paralisi di siti web di agenzie, scuole, università, aeroporti, stazioni,banche evoca uno scenario apocalittico e produce altresì ingenti danni economici.</p>
<p style="text-align: justify;">A poco vale la dissuasione basata sulla minaccia di ritorsioni se non si riesce ad individuare l’autore dell’attacco.</p>
<p style="text-align: justify;">Risulta necessario capire l’origine dell’attacco in modo da poterlo fronteggiare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cyberspazio oramai è considerato come un vero e proprio campo di battaglia, dove i vari Stati e le varie persone si contendono l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale a colpi di scoop più o meno fondati.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Stati possono fronteggiare tale fenomeno operando su due versanti: dotandosi di adeguati strumenti informatici ed istituendo dei corpi speciali di polizia, ed istituendo un codice di diritto dell’informatica che contempli delle pesanti sanzioni contro coloro i quali si rendano colpevoli di tali reati.</p>
<p style="text-align: justify;">Le penalità per eventuali violazioni dovrebbero essere demandate alla giurisdizione dei diversi Paesi.</p>
<p style="text-align: right;"><strong> Joel Terracina</strong></p>
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		<title>Riflessioni di un italo-israeliano</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Nov 2012 11:12:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione1</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un suono riecheggia nel cielo di Tel Aviv. Le strade si svuotano e le macchine si fermano; nessuno osa mettere il piede fuori da quei luoghi sicuri chiamati rifugi, bunker. La sirena antimissile strepita fino all’arrivo di quel tonfo che mette fuorigioco l’arma e rimanda gli israeliani al loro posto. Questa è la realtà che sta vivendo il popolo d’Israele, conosciuta da noi europei attraverso immagini di persone che corrono cercando di mettersi al riparo. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p id="internal-source-marker_0.5739176144158196" dir="ltr">Un suono riecheggia nel cielo di Tel Aviv. Le strade si svuotano e le macchine si fermano; nessuno osa mettere il piede fuori da quei luoghi sicuri chiamati rifugi, bunker. La sirena antimissile strepita fino all’arrivo di quel tonfo che mette fuorigioco l’arma e rimanda gli israeliani al loro posto. Questa è la realtà che sta vivendo il popolo d’Israele, conosciuta da noi europei attraverso immagini di persone che corrono cercando di mettersi al riparo. Ma cosa pensano veramente quelle persone? Come vivono il conflitto? Non esiste risposta a queste domande, poiché ogni idea assume la sua forma a seconda dei diversi punti di vista. L’Occidente però vi vede la sola paura, paura senza la morte, poiché gli israeliani hanno un esercito che li difende, mentre i palestinesi no. I continui attimi di panico e di pausa dalla quotidianità rendono impossibile e lento lo scorrere della giornata, perché questo immenso terrore porta a pensare costantemente al prossimo, magari imminente attacco.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-2529" title="IsraeliFlag" src="http://www.ugei.it/wp-content/uploads/2012/11/IsraeliFlag.jpeg" alt="" width="295" height="293" /></p>
<p dir="ltr">Ed è un continuo trascinarsi in avanti, cercare di vivere quelle 24 ore in un posto sicuro attorno alla propria famiglia, pensando a quando finirà questo conflitto che non ha tregua, e che ogni giorno lascia gli israeliani in uno stato di tremenda inquietudine, poiché potrebbero ritrovarsi senza casa, senza famiglia e senza i più giovani, che combattono per difendere la propria terra. Questo è quello che sta facendo Israele: non vuole distruggere, o uccidere i palestinesi.</p>
<p dir="ltr">Vorrebbe solo la possibilità vivere in pace dopo millenni di persecuzioni e traversie che hanno portato ciò che è rimasto dell’antico popolo in quel fazzoletto di terra. Non era nulla all’inizio: un misero pezzo di terra da coltivare e senza case in cui abitare. Oggi è uno Stato che vive, che ha voglia di crescere e di poter formare le generazioni future in un clima gioioso e pacifico. Ma non è così; da quando è nato si trova in una guerra perenne, che logora gli animi e non rende giustizia. Distrugge anche la controparte, quei misteriosi individui che vivono al di là del muro che divide i due popoli, e che  gli israeliani hanno potuto conoscere solo come nemici, e non come persone; il popolo ebraico sa che non sono macchine, che anche loro soffrono per le morti dei loro cari e che buona parte di loro vuole la tregua in modo da costruire uno Stato sicuro per i propri figli. Ciò che impedisce il tutto è un conflitto che si tramanda da tempo, che per adesso non ha una soluzione concepibile, poiché, per ora, essa coinciderebbe con la scomparsa di una delle due fazioni. Ma il popolo d’Israele vive e va avanti, senza perdere la speranza di poter far giocare i propri figli sulla spiaggia, con la voce del bagnino che strepita da quelle casse acustiche, che, una volta, facevano correre a gambe levate verso il luogo più sicuro, tirando un sospiro di sollievo quando quel terribile rumore smetteva di suonare.</p>
<p dir="ltr">Am Israel Chai</p>
<p style="text-align: right;" dir="ltr"><strong>David Pakin</strong></p>
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		<title>Marakkesh Express</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Nov 2012 23:55:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo ebraico]]></category>
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		<description><![CDATA[Chi, come me fino ad un paio di settimane fa, ritiene l’EUJS un’associazione il cui unico scopo è l’organizzazione di weekend all’insegna del divertimento e della ricerca di un partner, si sbaglia di grosso! Dal 30 ottobre al 4 novembre, infatti, si è tenuto a Marrakesh un seminario interreligioso di altissimo livello, al quale ho partecipato insieme ad una decina di giovani ebrei provenienti da tutto il mondo ed un gruppo di ragazzi musulmani, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chi, come me fino ad un paio di settimane fa, ritiene l’EUJS un’associazione il cui unico scopo è l’organizzazione di weekend all’insegna del divertimento e della ricerca di un partner, si sbaglia di grosso! Dal 30 ottobre al 4 novembre, infatti, si è tenuto a Marrakesh un seminario interreligioso di altissimo livello, al quale ho partecipato insieme ad una decina di giovani ebrei provenienti da tutto il mondo ed un gruppo di ragazzi musulmani, per lo più marocchini.</p>
<p><a href="http://www.ugei.it/wp-content/uploads/2012/11/Marakkesh2.jpeg" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-2518" title="Marakkesh2" src="http://www.ugei.it/wp-content/uploads/2012/11/Marakkesh2-300x199.jpeg" alt="" width="300" height="199" /></a>Il programma del seminario era vario: abbiamo discusso temi scottanti, come le recenti violenze scatenate dal filmato su Maometto, ma abbiamo anche visitato i luoghi di culto di Marrakesh. Nelle sinagoghe e nel cimitero ebraico ci ha fatto da guida Yassar, un ragazzo musulmano del gruppo che da anni si occupa di studi ebraici. Insieme abbiamo anche trascorso lo Shabbat durante il quale alla nostra tavola, tra i piatti tipici degli ebrei marocchini, non poteva mancare una dafina in versione originale!</p>
<p>Gli organizzatori dell’EUJS hanno scelto il Marocco come sede per l’evento, proprio per la sua storia di massima tolleranza nei confronti dei cittadini ebrei. La scelta non poteva essere più azzaccata, infatti sentire le parole degli ebrei di Marrakesh, cosi fortemente attaccati alla loro terra è stato emozionante: “Alcuni ebrei sono partiti per raggiungere i loro figli in Europa o in Israele, ma poi sono tornati perché non riuscivano a costruirsi una nuova routine in quei paesi. Ora siamo noi a prenderci cura di questi anziani”, racconta il presidente della comunità Jacki Kadoch.</p>
<p><a href="http://www.ugei.it/wp-content/uploads/2012/11/Marakkesh.jpeg" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-2517" title="Marakkesh" src="http://www.ugei.it/wp-content/uploads/2012/11/Marakkesh-300x300.jpeg" alt="" width="300" height="300" /></a>Al seminario ho avuto modo di conoscere persone davvero interessanti, come Ghassan, presidente dell’associazione di studenti musulmani “Mimouna”, che si propone di promuovere la conoscenza del patrimonio ebraico marocchino. Da quattro anni ormai, i giovani di questa associazione organizzano il “Jewish Maroccan Day”, attirando un vasto pubblico tra la popolazione marocchina.</p>
<p>L’associazione “Mimouna” presenta l’ebraismo marocchino come modello per una coesistenza di ebrei e musulmani in un paese arabo. In questi giorni difficili per il Medio Oriente, pensare a questo modello non può che essere di conforto e di esempio.</p>
<p><strong>Noemi Disegni</strong></p>
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		<title>Rottamazione: questione giovanile o mobilitazione colletiva?</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Nov 2012 07:24:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione1</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Matteo Renzi]]></category>
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		<description><![CDATA[La rottamazione proposta da Renzi sembra essere l’unica via d’uscita dalla stasi della politica italiana. Il cambiamento di rotta deve avvenire partendo dai militanti delle retrovie, dai più stazionari ed agitati,  ma soprattutto dai giovani  ai quali gli over del parlamento hanno promesso attenzioni e potere futuro. E’ chiaro che il ristagno economico e parlamentare sia deludente. Proprio per arginare questo fenomeno i nuovi imprenditori e professionisti si fanno portavoce di una svolta decisiva da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La rottamazione proposta da Renzi sembra essere l’unica via d’uscita dalla stasi della politica italiana.</p>
<p>Il cambiamento di rotta deve avvenire partendo dai militanti delle retrovie, dai più stazionari ed agitati,  ma soprattutto dai giovani  ai quali gli over del parlamento hanno promesso attenzioni e potere futuro. E’ chiaro che il ristagno economico e<br />
parlamentare sia deludente. Proprio per arginare questo fenomeno i nuovi imprenditori e professionisti si fanno portavoce di una svolta decisiva da loro preannunciata come necessaria.</p>
<p><a href="http://www.ugei.it/wp-content/uploads/2012/11/rottamazione.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2513" title="rottamazione" src="http://www.ugei.it/wp-content/uploads/2012/11/rottamazione-300x300.jpeg" alt="" width="300" height="300" /></a>Da banali spettatori i giovani vogliono diventare protagonisti della rinascita del paese.</p>
<p>Anche all’interno della nostra comunità si promette spesso spazio ai giovani, e con il passare del tempo la nostra voce è sempre più incisiva e determinata nell’affermare ideali frutto di accurate riflessioni e ricerche e sicuramente non febbrili impulsi dovuti ad agitazioni post adolescenziali.</p>
<p>L’Ugei ne è l’esempio più lampante. Significativa è stata anche in questo senso la presenza di Matteo Renzi al diciottesimo congresso ugei.</p>
<p>Un cambio generazionale è forse l’unica proposta plausibile per cambiare rotta a partire dallo stravolgimento dei piloti delle istituzioni.</p>
<p>Accanto alla questione giovanile, deve  però  essere sottolineato che il concetto di rottamazione non deve essere appiatito solo su una questione anagrafica. Si tratta invece di un auspicio di mobilità politica, da non confondere con rigurgiti di politica del trasformismo o clientelismo, capace di garantire idee innovative e significativi e positivi cambiamenti.</p>
<p>Nella ristretta cerchia di dirigenti politici sono ammessi tutti gli intraprendenti indipendentemente dalla loro età purchè armati di buona volontà ed idee decisive, pragmatiche e realizzabili.</p>
<p>L’intento è quello di porre un freno alle ideologie utopiche creando un connubio tra giovani e veterani capace di giovare in maniera concreta alla società.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Carlotta Livoli</strong></p>
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