“Eccomi”: Jonathan Safran Foer torna in libreria

Jonathan Safran Foer

Jonathan Safran Foer

Qualche anno fa sotto l’ombrellone tante persone sfogliavano un libro di un ebreo canadese “La versione di Barney”, di Mordecai Richler, un successo inspiegabile in Italia, una moda collettiva, considerando anche che in Nord America il libro ne aveva avuto molto meno. Certo l’autore era conosciuto al punto da farne poi una versione cinematografica, ma rimaneva uno dei centinaia di ebrei americani e canadesi che raccontano le loro famiglie, cantori di una tradizione con i suoi canoni. Lo stesso si può dire di alcuni film di Allen, che inspiegabilmente in un paese dove l’ebraismo non è per niente mainstream come l’Italia, provocano una reazione più viscerale che in USA, più autoriale, dove il genio è indiscusso, ma è parte di un genere più ampio.

Nonostante Jonathan Safran Foer abbia molto successo in America, ha anche lui un rapporto unico con l’Italia, dove infatti il suo ultimo libro “Eccomi”  (come tutti i suoi precedenti) esce in concomitanza con gli Stati Uniti, un evento raro, nel mondo editoriale. Forse si potrebbe dire che in parte goda di un campo libero, di un effetto “novità”. Le miriadi di riferimenti ebraici che Foer inserisce in ogni pagina di “Eccomi”, quasi più che in ogni altra sua opera, da quelli religiosi a quelli laici o culturali, in America sono in parte scontati, già visti da tutti negli sketch TV, come nelle storielle sul “New Yorker”. Allo stesso tempo, dall’altro punto di vista, “Eccomi” ha un sapore pop, attuale, è pieno di occhiolini a trend virali, alla cultura americana degli ultimi 5 anni, che forse per chi non vive lì o non è un millennial sempre connesso, si perderanno come in un film doppiato, senza però togliere nulla al godimento del libro.

foereccomiIn “Eccomi” la famiglia Bloch potrebbe essere una delle tante di miriadi di film e serie TV americane o israeliane, da quelle più filologicamente e religiosamente ebraiche in senso stretto, a quelle dei film di Tina Fey (come dice Safran Foer nel libro, gli ebrei non si capacitano che lei non sia ebrea), a serie controverse come Transparent. Non è il grado di religiosità rappresentato che importa ma come le tematiche di un immaginario ebraico reggano i fili nascosti di queste storie, da un vero rabbino a un giovane reform/laico di “Love” di Judd Apatow o di “Keeping Up with the Steins”, dove anche lì, come in “Eccomi” c’è un bambino non del tutto convinto di voler fare il bar mitzvah, dove sono gli adulti a dover ancora fare un rito di passaggio, dove le nevrosi matrimoniali sono ormai più da “Good wife”, ma con un pizzico di saggezza da shtetl spruzzata qui e là, unita ai commenti taglienti e precisi estremamente quotidiani, sulla vita di tutti i giorni, da social network.

All’inizio e alla fine del libro – molto diversi dal suo fulcro che accumula immagini e intensità, e stratificazioni geologiche… – il protagonista Jacob fa emergere esplicitamente questo parallelo con le serie TV, suggerendo quasi un gioco “meta” in cui lui ne sta scrivendo una, come sceneggiatore, con  personaggi che sono la famiglia disfunzionale classica di quasi tutto il cinema indipendente americano e delle serie moderne. In ogni caso, l’America ha sempre regalato il racconto della normalità, della vita quotidiana con il “filtro” ebraico, i “recurring motifs”, una sensibilità e uno humor ben definito.

La cosa che salta all’occhio è che “Eccomi” è un libro che vuole essere molto più adulto come Sam, il figlio del protagonista che deve fare il bar mitzvah suo malgrado:  l’autore, all’inizio, spinge l’acceleratore sul sesso, sugli sms sconci, sulla crescita maschile. Per dare un’interpretazione da bar, sarebbe facile dire che vuole essere un Philip Roth moderno, un uomo che sfoga fantasie a ruota, ma in realtà Foer vuole essere più adulto in un senso più profondo. Come quando un teenager si accorge che non basta una parolaccia per essere grande. Vuole assorbire tutto un suo precedente immaginario da scrittore adulto.

In “Ogni cosa è illuminata” Foer si rapportava con la Shoah in modo spiazzante ma ancora “alla” Spielberg: certo con più “ironia”, con l’idea geniale di un personaggio che parla con un linguaggio tutto suo sgrammaticato, la guida giovane, ma come ogni ebreo americano voleva raccontare le sue radici e il momento emotivo dello shock, della consapevolezza, di un mondo diviso in buoni e cattivi, dove non si regge la forza di questa cattiveria sovrumana, inafferrabile. In “Eccomi” la Shoah appartiene al passato, non è l’unica chiave per raccontare gli ebrei, ma è tra le righe in un senso metaforico, di senso di colpa, di eterna lotta tra vittimismo e capacità di reagire.

I quattro figli in una Haggadah stampata a Vienna nel 1823

I quattro figli in una Haggadah stampata a Vienna nel 1823

In “Molto forte, incredibilmente vicino”, Foer aveva catturato perfettamente l’infanzia: un bambino precoce, unico, che camminava per NY e collegava i suoi boroughs, di nuovo superando una tragedia “di crescita” come l’11 settembre, ma con le logiche razionali e allo stesso tempo magicamente surreali di un preadolescente, come una caccia al tesoro. Un preadolescente ideale, astratto, intellettualizzato, non sbagliato, anzi in cui tutti si sono identificati, ma di chi non ha ancora avuto figli. In “Eccomi” trapela un vero padre, e uno scrittore consapevole di voler ”parlare da grandi”, che vuole personaggi che come in tutte le serie HBO o Netflix non hanno  censura, ma che dimostra di saper raccontare ancora benissimo i bambini. I tre figli di Jacob, il protagonista, sono fedeli ai bambini ebrei USA di oggi, di Washington DC (dove è ambientata la storia), NY o Los Angeles, iperstimolati, con il mondo a portata di mano, le gite scolastiche per fare le simulazioni ONU, figli di intellettuali delle metropoli con le case piene di libri e la testa intrisa di link, razionali, nativi digitali, alle prese con le tappe della vita immutate, primi incontri importanti nella realtà, ma anche immersi in Youtube, Minecraft (nel libro chiamato “Other Life”), il gioco più popolare d’America, un Lego e un Sims virtuale (in confronto la Beatle-mania è stata un hobby passeggero) che muove miliardi nel mondo dell’entertainment. Questi tre figli però sono anche un “tipico” omaggio ai figli dell’Haggadah. Certo sono tre e non quattro… ma uno è più malvagio, caustico, preadolescente, sull’orlo della perdita dell’innocenza, o come dice Foer sono “uno sull’orlo dell’età adulta”, “uno sull’orlo di un’estrema consapevolezza di sé” (il saggio), “uno sull’orlo dell’indipendenza intellettuale” (il semplice, il più piccolo che ancora non sa, chiede, fa domande, interpreta in modo giocoso o buffo). Forse tra i tanti giochi ebraici nascosti, e tracce di tradizioni millenarie, si possono avere diverse interpretazioni su chi sia il quarto figlio, ma sono come tre colonne portanti. Non così diverse dal racconto che fa Jacob di quando i romani distruggendo il Tempio avevano distrutto tre muri, ma il quarto che rimane su è quello del Pianto… anche se, nel libro, succederà qualcosa di incredibile anche a quello… (Tra l’altro Foer aveva pubblicato una sua versione dell’Haggadah curata con Nathan Englander).

Ci sono scene meravigliose nel libro tra paesi diversi e mondi reali e virtuali: il tredicenne che riceve punti dal cugino israeliano per poter far rinascere il suo avatar, dopo la morte di un bisnonno, la morte di un patriarca, momento tipico anche questo nel cinema indipendente USA, dove “per una magia squisitamente ebraica la transizione dalla vita alla morte aveva trasformato il perennemente ignorato, nel mai dimenticato”.

Dopo 11 anni in cui Foer aveva anche perso un po’ quell’aura del “giovane brillante” dove l’idillio della power couple letteraria di NY, con la moglie scrittrice, sembrava mostrare due persone più idiosincratiche, con qualche snobismo, in “Eccomi” ritorna più maturo e libero.

terremotoIn queste settimane fa venire i brividi leggere di un terremoto devastante immaginario in Medio Oriente, non solo per l’infelice coincidenza di quello nel Centro Italia, e la descrizione perfetta del nostro rapportarci a queste tragedie, delle news consumate fino alla nausea da salotto, delle immagini identiche globali, ma anche per il gioco retorico che il terremoto rappresenta. Il terremoto non è in realtà il colpo di scena, il deus ex machina, o come hanno scritto in alcune recensioni americane, una comoda tragedia, non è neanche solo simbolo della famiglia che si sfascia, in parte: è un artificio retorico, un gioco, per vedere “cosa succederebbe se”, una “cornice interna”, un inciting incident come si direbbe per le sceneggiature, per mostrare i veri istinti, le dinamiche quasi comiche tra i vari paesi, una simulazione ONU per grandi, come fanno i ragazzini del libro,  far vedere le  differenze nel gestire il “dramma” tra la diaspora e gli israeliani veri, l’ebreo americano pieno di senso di colpa che fa donazioni, ma si sente anche distaccato, il cugino israeliano che sa rapportarsi alla Vita vera, goderla, forse, con meno superficialità, ma in cuor suo  scambierebbe la guerra subito per un pomeriggio borghese noioso a Washington DC,  reazioni immaginate come in una commedia surreale o per paradossi assurdi.

La distruzione di Israele per mano della natura, non certo augurata da Foer, ma come spinta a un ritorno a casa, a una ricostruzione globale per ebrei e non ebrei (il Medio Oriente tiene in scacco l’intero mondo e ancora non riusciamo a trovare un “reset button” per sistemare tutto) dopo secoli in cui la distruzione imminente accompagna da sempre l’idea stessa di una nazione ebraica, politicamente e non solo.

Un libro che è bello nella sua specificità di riferimenti linguistici, i giochi di font che Foer ha fatto anche in altre sue opere precedenti, quasi fossero mille commenti talmudici che si accumulano, ogni concetto fondamentale ebraico, dallo tzimtzum, al valore del Seder, alla relazione tra alcune associazioni ebraiche, ai discorsi sentiti mille volte a cena, creeranno sicuramente diversi tipi di lettori e pubblico tra insider di questo mondo e chi noterà altri aspetti. Il libro è forte nel suo stile letterario moderno, asciutto, tra il romantico e il cinico e da ebreo autocritico ma perdutamente innamorato di ogni sfumatura del suo background, che è riduttivo analizzare come l’ennesima fotografia della famiglia borghese, delle coppie che scoppiano, o di tanti altri cliché da sociologi, perché grazie a filtri ebraici e quelli surreali sposta la telecamera nei sottostrati geologici, come prima di un sisma…  Un cartone è nominato in quanto specifico a un contesto preciso, l’ebraismo nel mondo moderno viene catturato con frasi geniali, ma anche da sit-com, come “Dopo che Uber arrivò a prendere la Torah”.

Forse nei terremoti che racconta, oltre a quelli interiori, si vede molto più il mondo in cui viviamo, fatto di scosse globali che percepiamo tutti nello stesso istante, dei messaggi in mondovisione, o meglio in streaming, di forze sotterranee che però allo stesso tempo urlano costantemente, di una generazione senza confini, che rimbalza tra i paesi, di istinti basilari, umani, pulsioni che in parte il virtuale reprime e in parte invece enfatizza, fa esplodere ancora di più, come internet ci isola e ci connette allo stesso tempo. Oggi riuscirebbe a scomparire del tutto una società come nel passato, come nella Bibbia?

Emergono le generazioni, le toledot, i tre figli che finiscono per scoprire da soli quello che i genitori cercano di dire loro per tutto il libro, e lo comprendono per la prima volta da adulti, passando quindi il testimone. La Bibbia che dava istruzioni su “come fare”, come oggi un video di Youtube, la Bibbia (nome tecnico) delle serie TV e delle sceneggiature che Jacob scrive. E’ una famiglia “foeriana”, emanazione in parte di sé e in parte no (come per molti scrittori), di sicuro deve molto al canone degli scrittori israeliani e degli ebrei americani, dove in fondo “emet hi hasheker hatov beyoter”,  la verità è la bugia migliore, una finzione in cui ci si ritrova infatti completamente.

Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006

Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006


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