“Ebrei lontani” – Lontani da cosa?

Il problema? Gli “ebrei lontani”. E’ una frase che si sente spesso ripetere quando si tratta di discutere di come favorire l’aggregazione degli ebrei italiani, giovani e meno giovani. Da alcuni anni possiamo leggere l’esito riassuntivo della ricerca Ucei diretta da Enzo Campelli, uno strumento molto utile che descrive con ricchezza di dettagli quello che gli ebrei italiani iscritti a comunità pensano delle stesse. E’ fondamentale comprendere chi si è per cercare di capire in quale direzione andare: la prima conseguenza positiva della ricerca è stato l’intensificarsi del dibattito. Ma di riflesso anche la propagazione del mantra: “ebrei lontani”.

Personalmente ho molta difficoltà a impiegare questa espressione. Innanzitutto mi sembra discutibile parlare di “ebrei lontani” perché immagino sia funzionale a distinguerli dai “vicini”, in relazione ai quali – ma anche: dai quali – i “lontani” sono definiti. Non potrebbero essere ipotizzati “ebrei lontani” senza pensare anche a “ebrei vicini”, due definizioni che, peraltro, facilmente si incrostano di sfumature di valore assolutamente controproducenti. Si tratta di una nomenclatura fondata non su quello che una certa realtà (in questo caso un gruppo di ebrei) è, ma su una relazione, sempre mobile e fluttuante. Inoltre immagino che molti “ebrei lontani” reagirebbero come minimo con perplessità se appellati in questo modo. Ma soprattutto non riesco a capire a quale “lontananza” si faccia riferimento. All’osservanza dei precetti (mitzvot)? Oppure alla frequentazione delle occasioni liturgiche? Alla gestione della vita comunitaria e alle attività di servizio e di volontariato? Al versamento di una proporzionata quota di iscrizione alla comunità di appartenenza? Alla partecipazione costante alle occasioni formative, culturali e di approfondimento in genere offerte dalle comunità? Oppure a quelle ludiche? Alla conoscenza della lingua ebraica? Alla frequentazione di scuole ebraiche? A un’adesione intima a principi e valori ricondotti all’etica ebraica, che a propria volta possono essere assai variabili? A un’adesione spirituale, mistica e religiosa? Al farsi prosecutori di una tradizione famigliare?

Mi sembra evidente che i gruppi di persone che si possono identificare rispondendo a queste domande non coincidano. Ci possono essere convergenze significative, mai sovrapposizioni: per esempio alcune persone osservano scrupolosamente le mitzvot ma non partecipano regolarmente alle occasioni liturgiche, magari proprio per meglio osservare alcuni precetti, oppure semplicemente perché non si trovano a proprio agio in quell’ambiente. C’è chi osserva scrupolosamente e rifugge ogni intimismo religioso e quelli per cui questa seconda dimensione è soverchiante. Conosco numerose persone profondamente legate al patrimonio culturale ebraico, alla trasmissione di valori ebraici ai figli e alla composizione di una famiglia ebraica che non hanno alcun interesse a frequentare le sinagoghe. Altri vanno al tempio tutte le settimane e mangiano kasher, ma non capiscono la lingua ebraica e magari non sono interessati a spendersi per la comunità. Altri ancora frequentano conferenze e scrivono regolarmente su giornali ebraici ma non si sognano neppure di adottare una alimentazione kasher. Molti non partecipano mai alle funzioni in sinagoga e neppure alla vita sociale della comunità, ma si sentono – e sono – profondamente ebrei.

Non credo sia corretto definire questi ebrei “lontani”. Spesso lo si fa per una comprensibile esigenza di semplificazione della comunicazione, credo tuttavia che sia opportuno farlo almeno con consapevolezza e prudenza. Le definizioni non sono mai neutre, proprio perché definiscono qualcosa, limitano arbitrariamente un elemento isolandolo da qualcos’altro per metterlo in evidenza. Resta il fatto che ci siano ebrei “lontani” per un certo aspetto e molto “vicini” per un altro, e che le definizioni (in questo caso “ebrei lontani”, utilizzata quasi sempre da chi si considera “vicino”) spesso sostanzino realtà che altrimenti non prenderebbero forma, non esisterebbero neppure, o in ogni caso immobilizzino i due gruppi, rendendo molto più difficile il passaggio e perfino la comunicazione da uno all’altro.

Mi sono fin troppo dilungato. In fondo sarebbero state sufficienti due domande concise, chiare. Lontani da chi? Lontani da cosa?

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino


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