Ebrei a metà? Matrilinearità, ebraismo e popolo ebraico

Quando cambiai scuola e cominciai il terzo anno delle superiori feci amicizia con Marco – il nome  è naturalmente di fantasia – un ragazzo particolarmente problematico al quale cercai di offrire il mio aiuto. Durante una delle nostre conversazioni mi raccontò che non sapeva niente riguardo alla famiglia paterna, con la quale il padre aveva tagliato ogni relazione. Anni dopo, quando ormai avevo perso di vista Marco, conobbi i suoi parenti in comunità ebraica, scoprendo così che suo padre gli aveva nascosto completamente le proprie origini ebraiche. In effetti già il suo cognome non mentiva su questo, almeno per me che ero un appassionato di onomastica.

Sinceramente non so a cosa sarebbe servito e come sarebbe cambiata la vita di Marco se gli avessi rivelato questo “particolare”, probabilmente a niente, sebbene ritenga che in un mondo spersonalizzato e alienante come quello contemporaneo, conoscere le proprie origini e la propria storia familiare possa essere d’aiuto per costruire la nostra persona. Ma in fondo penso anche che se Marco fosse stato cosciente delle proprie origini ebraiche e si fosse voluto ricollegare a esse, non sarebbe stato considerato comunque un ebreo, ma soltanto appunto un ragazzo di “discendenza ebraica” o un ebreo non halakhiko come sostengono altri, un po’ come Alberto Moravia o Frida Kahlo. Diverso invece se al posto del padre ebreo avesse avuto la madre.

Eppure se un giorno tornasse al potere un regime dichiaratamente antisemita, come quello fascista, la polizia politica non avrebbe difficoltà a rintracciare le origini di Marco e a perseguitarlo per esse, perché i nazisti consideravano comunque i “mezzi ebrei” come dei Mischling, i quali subivano molto spesso le stesse discriminazioni degli altri ebrei. E ugualmente il resto della società non fa comunque grandi distinzioni tra un ebreo halakhiko e uno che invece ha soltanto il padre o il nonno, dove sovente è la percezione che gli altri hanno di noi a creare la nostra identità. Hannah Arendt a questo proposito affermava nel 1964 che “se uno è attaccato come ebreo, uno deve difendersi come ebreo”.

Le “Prove di Mosè”, di Sandro Botticelli (Cappella Sistina, affresco)

Marco, o i suoi figli e le relative famiglie, nel caso di un’ondata di antisemitismo potrebbero però decidere di fare l’aliyah e di emigrare in Israele, perché la Legge del Ritorno in vigore dal 1950 prevede la cittadinanza israeliana anche ai figli e ai nipoti di ebrei. E questo spiega perché in Israele ci siano oggi giorno almeno 400.000 ‘olim, provenienti soprattutto dalle repubbliche ex sovietiche, che pur di discendenza ebraica non sono ebrei e per questo non possono contrarre matrimoni con ebrei o essere sepolti come tali.

Il concetto di matrilinearità all’interno dell’ebraismo è dedotto soprattutto da un pasuk in Devarim (Numeri) 7:3 e dalle successive interpretazioni rabbiniche, e sebbene dibattuto nel corso dei secoli è ormai consolidato nell’ebraismo ortodosso. Nonostante ciò nel Tanakh i figli di Mosè, di Yehouda o di Shlomo, sono considerati ebrei come i genitori sebbene non sia specificato che anche le madri si  fossero convertite. Lo status di Cohen o di Levi viene tramandato per via patrilineare, e l’ebraismo caraita, così come alcune comunità africane o del Caucaso, riconosceva soltanto questa discendenza. Il principio matrilineare è pensato in parte sulla locuzione dei latini “mater semper certa” e più propriamente, come scrisse rav Gianfranco David Di Segni, non da un fattore genetico ma dal forte legame che può crearsi tra la madre e il proprio figlio, più intenso di quello col proprio padre, da un discorso dunque di educazione ebraica. C’è inoltre da considerare che se anche il principio matrilineare fosse stato presente ai primordi – altri pensatori non ortodossi sostengono invece che si sia originato nel secolo IV a.C. – nelle società patriarcali del Mediterraneo e nelle comunità ebraiche premoderne era più frequente il rischio che un uomo sposasse una straniera rispetto a una donna, e in generale un requisito essenziale era che entrambi i genitori fossero comunque ebrei. In Italia era poi praticato in alcuni casi il ghiur katan, la conversione dei minori appunto figli di padre ebreo ma madre non ebrea, e in generale il ritorno all’interno della comunità di un “discendente” di ebrei non era così raro neanche altrove. Il caso dei cripto-ebrei e dei marrani, o di altri anusim, e dei falashà rientra anche in questa casistica, e difatti torna attuale in tempi recenti. In Israele qualcuno, come rav Haim Amsalem, ha riproposto la categoria halakhika di “zerà Israel” per coloro che pur non essendo ebrei apparterrebbero al popolo di Israele.

Lungi dal contestare l’halakhà, e quindi i parametri ufficiali di “ebraicità” e conversione nell’ebraismo, una riflessione su questa strada sarebbe auspicabile, soprattutto per contrastare l’allontanamento di molti individui nelle comunità diasporiche, i figli di matrimoni misti e la condizione ambivalente di molti cittadini israeliani.

Francesco Moisés Bassano


«

»