Dialogare, per davvero

La parola siach, in ebraico, è una di quelle parole che non ha traduzione in altre lingue.

Se guardi sui dizionari troverai probabilmente la blanda traduzione in “conversazione”, o “dialogo”, ma non rende.

Il motivo per il quale siach non ha traduzioni appropriate è che essa è una parola che ritrae un’immagine sociale che è difficile trovare in altre culture. Come le famose quattordici variabili per dire “neve” nel linguaggio eschimese, siach è una variabile dell’idea di conversazione che non esiste nella maggior parte delle altre culture.

Quando provo a spiegare il concetto, l’unico modo decente che ho trovato è “dialogo aperto”. Un esempio: negli ultimi mesi in Israele infervora la discussione sull’arruolamento degli ultra-ortodossi. Finora una legge gli permetteva di non arruolarsi, e la stessa legge è stata prima annullata, ed ora in fase di revisione (per fare la storia molto più corta e semplice di quella che in realta è). In qualsiasi altro paese la popolazione si sarebbe divisa in due parti: i pro e i contro, con piccole variabili nelle motivazioni. Qui la discussione diventa una seduta di parlamento nazionale, nel senso che tutta la nazione parla come se fosse seduta alla Knesset a considerare tutte le variabili e a portare la propria opinione. L’ultra-ortodosso è contro, e spiega in maniera chiara che egli difende lo Stato con lo studio della Torah. Alcune voci da Zahal stesso non sanno cosa rispondere: vogliono vedere i loro amici col cappotto nero vestire l’uniforme verde, ma come fare con le loro esigenze religiose che richiedono di essere completamente separati dalle donne? La sinistra laica vuole vederli marciare tutti, delle condizioni ne riparliamo in un altro momento. Se l’israeliano medio sacrifica tre anni della sua vita e paga le tasse tutto la vita, perchè loro devono avere un trattamento di riserva? La sinistra sociale li vuole nell’esercito, ma per un motivo elevato: per vederli integrati nella società israeliana e nel mercato del lavoro. E così via.

Non ci interessa capire chi ha ragione. Ci interessa vedere che ogni opinione si inserisce nella conversazione generale, nel dialogo aperto di cui sopra, in maniera molto più ricca e profonda del “sono d’accordo” e del “non sono d’accordo”. Dietro ogni idea c’è una precisa ideologia. Può venire espressa con un talkback al peperoncino sul sito di una testata giornalistica o in conversazioni concitate al bar tra vecchi riservisti, e in molti casi con la testardaggine della quale l’israeliano va tanto orgoglioso e con la demagogia di chi è padrone solo chi ha speso la sua vita a discutere opinioni.

Quando mi sono imbattuto nel siach all’inizio non capivo come funzionasse. Col tempo e con la necessità di entrare nella società ho capito quali sono le sue leggi: no frasi fatte, sono sempre banali; no estremismi, ammazzano la conversazione; no parlare senza sapere, c’è sempre qualcuno che ti sgama; e soprattutto: se non hai niente di nuovo da aggiungere, stai zitto. Probabilmente bisognerebbe aggiungere anche “mantieni la calma” e “ricorda che non tutti sono come te”, ma queste due regole non sono molto in voga al momento.

A volte dòun’occhiata ai talkback dei gruppi italiani su Facebook e mi rendo conto di quanto gli farebbe bene sperimentare queste regole. Se hai mai provato la sensazione che le conversazioni con i tuoi amici e famigliari siano asciutte, prova tu a seguire queste regole e vedrai. Potresti provare una strana sensazione di interesse in quello che stai dicendo.

In questa colonna porterò la mia prospettiva su Israele vista dagli occhi di un Oleh italiano, e sull’Italia vista dagli occhi dell’Oleh. Non spiegherò massimi sistemi e non sarò quasi mai oggettivo. Ogni opinione è ben accetta, a patto che sia per creare un siach interessante, ricco e profondo. No opinionisti perditempo.

Avy Leghziel (su Twitter: @avyleg)


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