Dall’esilio nasce la condizione ebraica – storia della speranza secondo Y.H. Yerushalmi

Vi sono temi con cui l’ebraismo ha subito familiarizzato subendo alcuni un graduale processo di sviluppo, altri che devono ancora essere pienamente concettualizzati. Il libro di Yosef H. Yerushalmi “Verso una storia della speranza ebraica” nasce come tentativo di colmare lo iato tra questi due poli: i temi cristallizzati da una parte e il flusso di quelli da definire dall’altra. Se è vero che l’esilio ha svolto il ruolo di esperienza culturale essenziale per l’ebraismo quale ora lo conosciamo, è altrettanto vero che non tutti i suoi aspetti sono stati opportunamente sviluppati. Mi riferisco a “quella storia della speranza ebraica” che pare essere del tutto assente. “Si pensi che non abbiamo una storia dell’Amore, della Morte, della Pietà né della Crudeltà né della Gioia”, scriveva lo storico Febvre nel 1941 e se solo fosse stato uno studioso di ebraismo avrebbe accennato anche alla mancanza della speranza come categoria storiografica. Richiamandosi a queste parole Yerushalmi pone la questione dell’esilio come terreno d’indagine: polemizza contro l’approccio con cui la storiografia ebraica ha pensato la diaspora quale mera condizione esistenziale tralasciandone la valenza storica.

Negli stessi cantieri di lavoro Daniel e Jonathan Boyarin riflettono sull’argomento accentuando due parametri fondamentali per l’identità di un gruppo: una comune radice genealogica e la provenienza geografica. Il tema dell’esilio e della condizione diasporica apre così la strada a una continua riformulazione: fa dialogare il luogo da cui si proviene o che si abbandona con quello in cui si risiede e tenta poi di valutarne le contraddizioni interne. Contraddizioni tanto più evidenti quanto più l’esule tenta di esprimersi, consapevole però dell’inadeguatezza della lingua nel definire la sua condizione. Di pari importanza è pensare la coppia speranza/disperazione non solo in termini di perdita, assenza e nostalgia ma anche come continua trasformazione dettata da nuove suggestioni che lo sradicamento impone.

Dietro tutto questo si rifugge la passività per abbracciare un’ottica di sfida nei confronti del presente e di investimento sul futuro. Se la parola esilio si avvicina al significato di andare oltre o uscire, diaspora indica la dispersione di un popolo rispetto alla terra d’origine inglobando talora il problema di un possibile radicamento e dunque crescita. Se l’esilio è un leitmotiv fin dalle prime pagine della Bibbia – la storia universale comincia con la cacciata dal paradiso – perché non se ne sviluppa la speranza che pure pare essere concetto necessario? Perché non la continua dialettica tra esilio dalla terra d’origine e domicilio nella terra che ci ospita? E che dire dei diversi modi in cui l’esilio può esser letto – come esperienza reale e ideale ad esempio? Per non parlare poi delle cause che lo hanno motivato e delle percezioni che gli ebrei di esso hanno avuto.

L’approccio critico che Yerushalmi applica all’analisi dell’esilio pare ricordare la presa di Gerico: ci si avvicina quatti quatti al tema prendendolo da diverse vie. Si potrebbe cominciare a riformulare lo studio del passato: all’atteggiamento paternalistico verso gli ebrei di ieri deve essere sostituita l’analisi del contesto storico e dei suoi cambiamenti epocali; all’aspetto fideistico deve essere avvicinato quello storico e al posto dell’approccio acritico si deve scegliere quello dialettico. Più che un libro di storia quello di Yerushalmi sembra essere un saggio di critica storica: in ogni riga si sente il monito della comparazione e del distacco, l’unico in grado di costruire un dialogo tra i vari orizzonti: temporali, tematici e storici.

Da Shalom.it

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza


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