Cracovia ebraica – Vi racconto il Jewish Culture Festival 2017

Cracovia, 1988. Il regime comunista è ancora in piedi, anche se le sue crepe ormai sono difficili da nascondere. Ci si chiede quanto durerà, e si è più disposti a fare gesti coraggiosi. In un piccolo teatro del centro un gruppo di oltre cento persone si riunisce per celebrare un evento che, per chiunque abbia familiarità con la storia del Novecento, può apparire quasi uno scherzo di pessimo gusto: la prima edizione del Festival di cultura ebraica a Cracovia, una città dove ormai – dopo la campagna antisemita del governo comunista nel 1967 – di ebrei non ce ne sono più.

A idearlo fu Janusz Makuch, un giovane non ebreo di una piccola cittadina nei pressi di Lublino entrato a contatto con la storia del popolo ebraico mentre faceva ricerche sul passato della propria città, e rimasto totalmente affascinato. Nella precarietà del periodo storico era già difficile pensare che un evento del genere potesse avere luogo senza provocare l’aperta ostilità del regime, e progettare una nuova edizione appariva ancora più arduo. Senza alcun dubbio però mai Makuch avrebbe immaginato che avrebbe guidato il Festival – ormai uno degli appuntamenti culturali più importanti a livello nazionale – per quasi un trentennio, fino all’attuale edizione numero 27.

Nell’arco di questo trentennio, il Festival è molto cambiato e oggi rappresenta uno dei palcoscenici più interessanti per le mille sfaccettature della musica ebraica, spaziando dal più scontato klezmer alla chazanut, passando per le nuove avanguardie musicali in Israele; dalla tradizione musicale irachena rivista dall’israeliano Dudu Tassa al Lecha Dodi in chiave blues di Paul Shapiro. Imperdibile è il concerto di chiusura: l’ultimo giorno del Festival, dalle sei del pomeriggio fino all’una di notte (o finché i musicisti riescono a resistere), tutti gli artisti si esibiscono nella piazza principale del ghetto, per l’occasione blindata e gremita come non mai.

Gli eventi culturali però non consistono solo in concerti ma anche in conferenze, proiezioni cinematografiche, workshop, mostre fotografiche e altro ancora, attirando un pubblico che nelle ultime edizioni è arrivato a superare le 10.000 persone. In occasione del workshop Yiddish Vinkl oltre trenta persone provenienti da vari Paesi – tra cui persino da Buenos Aires – si sono ritrovate per conversare fluentemente in yiddish, un evento decisamente insolito nella Cracovia del 2017.

Tra gli intervenuti di quest’anno, personalità come Dan Bahat, l’archeologo che ha condotto gli scavi al tunnel del Kotel, e il noto fotografo israeliano Nino Herman, ex fotografo di Shimon Peres che ha presentato una splendida mostra su Tel Aviv. Presente – sebbene a titolo meramente personale – anche rav Shmuley Boteach, autore del controverso libro “Kosher Sex”, che ha tenuto una lezione molto seguita sull’origine del male.

A fine giugno non solo Kazimierz, il quartiere ebraico, ma la città intera pare cambiare volto. Kazimierz, ormai eletto a ritrovo degli hippie polacchi, si tinge degli animati colori del Festival, e tutta la comunità ebraica si affretta per organizzare quella che ogni anno batte il record della più grande cena di Shabbat in Polonia dal dopoguerra a oggi, e che quest’anno ha riunito ben 650 persone.

Può apparire paradossale ai lettori italiani, ma il trend più significativo che si sta registrando in Polonia è semmai un sorprendente – e talvolta quasi surreale- filosemitismo. Ed è così che Kazimierz si è riempito di locali “ebraici” o “israeliani”, rigorosamente non kasher, in cui il microcosmo hipster polacco può rifugiarsi dal caldo sorseggiando un “succo di arance biologiche di Jaffa”, qualunque cosa voglia dire. “Oggi non sei più cool se non hai un amico ebreo”, mi ha detto sottovoce una guida turistica, ed è vero. L’antisemitismo esiste ed è ancora forte in certi ambienti, ma si scontra con questa netta inversione ad U. E’ ancora presto per capire se si tratti di una semplice moda passeggera o se porterà a un totale e auspicabile cambiamento nel complesso rapporto tra Polonia e mondo ebraico, ma il Festival rappresenta senza dubbio uno dei tentativi più riusciti per un reincontro tra Polonia ed ebrei.

Gli eventi ebraici in Polonia si sprecano, eppure mi pare significativo che quello dal maggiore impatto sia stato l’unico nato non per ricordare la Shoah ma per celebrare la vitalità dell’ebraismo, il suo bagaglio culturale, linguistico, storico e religioso. Non quello che è andato perso, ma ciò che abbiamo ricevuto e trasmetteremo in eredità.

Maria Savigni, volontaria del team. 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza


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