Chi sa ricordare e chi no

Quando un paio di settimane fa ho visto, a Roma, le scritte sui muri di Piazza per ricordare Shlomo Venezia, sono rimasto un po’ perplesso.

Mi sono chiesto “Ma non c’è un modo migliore di ricordare?”. Tra le risposte che mi sono venute in mente, le uniche pubblicabili sono:

1. No. Le cerimonie sono formali, una scritta sul muro è autentica.

2. Forse, ma non bastano. L’abitante del mondo moderno è abituato a scrivere sul Muro virtuale, e quando questo non basta, si rivolge al muro fisico.

3. Si. La scritta sul muro è più che un ricordo un urlo. Chi l’ha fatta voleva dimostrare autenticità, senza pensare ai danni collaterali.

4. Probabilmente, ma a chi ha fatto la scritta che importa? Lui ha lasciato il segno. Se un giorno riceverà la domanda “ma non avevi un modo migliore di ricordare?”, forse non risponderà, o balbetterà qualcosa del tipo “eh beh, ma mi è venuto così”.

Non so se queste risposte sono legittime. Fatto sta che mi sembra che a costo di ricordare – e di ricordare anche immediatamente! – forse pensiamo che tutto sia legittimo. Ma siamo sicuri che ricordare sia la nostra massima priorità?

La dedica sui muri del ghetto

Ci sono periodi in cui anche in Israele il ricordo diventa un imperativo assoluto. Uno di questi periodi è verso Maggio, quando cadono i vari giorni del ricordo della Shoah e dei soldati caduti nelle guerre di Israele. L’altro periodo è proprio in queste settimane, quando viene ricordato l’assassinio di Rabin, sia in data ebraica che in data civile, per essere sicuri che tutti ne prendano parte. Il giorno stesso dell’anniversario, in radio si sentiranno solo canzoni dedicate alla pace ed in televisione si parlerà principalmente di “tu dov’eri quando è stato ucciso Rabin?” e si intervisteranno tutte le parti in causa. La nipote Noah, il presidente Peres, la guardia, il medico. E così via per una settimana almeno. All’assassinio del Presidente del Consiglio per mano di un cittadino viene data la stessa importanza che viene data alla morte delle migliaia di soldati dal 1948 ad oggi, ed ai caduti nella Shoah.

La domanda rimane la stessa. Ma non c’è un modo migliore di ricordare?

Nel caso di Rabin, quest’anno c’è stata una svolta. La cerimonia principale, quella celebrata nella piazza oggi intitolata allo stesso Rabin dove egli fu assassinato nel 1995, invece di venire organizzata dalla famiglia Rabin o da organizzazioni di sinistra come ogni anno è stata organizzata dai movimenti giovanili. Il significato è enorme: il ricordo di Rabin non è più un patrimonio privato della sinistra israeliana che ne sostiene gli ideali politici, ma diventa un esempio per ricordare a tutti i giovani che l’ideologia non regge senza un popolo unito. Per questo motivo, per la prima volta quest’anno anche i membri del Sionismo Religioso sono intervenuti a supportare la nuova agenda. Diciassette anni dopo, la tragedia diventa una spinta positiva e naturale per promuovere una società migliore.

Cosa promuove la scritta sul muro in Piazza? Forse fa da contrappeso alle scritte antisemite che Venezia vedeva sui muri di Roma e che tanto lo preoccupavano. Ma non sono sicuro che essa basti a promuovere un ricordo utile a migliorare la comunità. Il ricordo rimane un ricordo a se stante, importante “per non dimenticare”, o per altri slogan. Il bambino che è nato ieri e che vedrà la scritta ogni giorno quando andrà a scuola cosa imparerà da quella scritta?

Forse il prossimo passo è fare del ricordo uno strumento utile per insegnare a tutti i membri della comunità qual è il prossimo passo per educare le nuove generazioni al loro futuro, e non solo al nostro passato.

Concludo con una battuta di Guri Alfi, un comico israeliano. Quando in una trasmissione un suo collega afferma, pungente, che “noi siamo il popolo del libro, ma abbiamo perso il segnalibro”, Alfi ribatte veloce: “A noi non serve il segnalibro per ricordare! Ci basta la Shoah”.

 Avy Leghziel

(su Twitter: @avyleg)

 


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