Attività UGEI

Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 gennaio 2017
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run1Una corsa per il ricordo. Run for Mem, la corsa come valore simbolico della vita che porta con sé la memoria di quanto è accaduto in Europa poco più di 70 anni fa, è stata organizzata dall’UCEI per ricordare le vittime della Shoah e si è tenuta domenica 22 gennaio nelle strade del centro di Roma. Ai due percorsi stabiliti ha preso parte circa un migliaio di persone, che si sono divise tra un tragitto più lungo, di dieci chilometri, per gli atleti e l’altro di tre, per tutti coloro interessati a prendere parte alla commemorazione.

Il percorso è stato articolato seguendo alcune tappe scelte come simbolo della Shoah: la corsa ha avuto inizio da Largo 16 ottobre 1943, proprio il luogo in cui all’alba di quel giorno gli ebrei vennero portati via dalle proprie case dai soldati tedeschi. La tappa successiva è stata in Via degli Zingari, dove vi è una targa (posta nel gennaio 2001), in memoria delle vittime sinti e rom che subirono deportazioni, violenze e omicidi; anche nella lingua romanì esiste un termine per definire la Shoah: Porrajmos, che significa distruzione.

run2La corsa avrebbe dovuto rendere omaggio anche presso il convento delle Suore Oblate del Santo Bambino Gesù in via Urbana, dove viveva don Pietro Pappagallo, che ospitò i perseguitati politici o razziali e i militari sbandati, offrendo loro ospitalità e documenti falsi, fino a quando, nel gennaio 1944, fu arrestato e torturato e condotto due mesi dopo presso le Fosse Ardeatine, dove fu ucciso. I partecipanti, invece, hanno deviato direttamente verso il Museo Storico della Liberazione in via Tasso, dove nei mesi dell’occupazione nazista erano stati stabiliti il comando tedesco e il comando di polizia e ancora oggi vi sono come testimonianza le anguste celle carcerarie, prive di fonti di luce e di finestre, dove sono stati detenuti i prigionieri in condizioni inumane, come l’ufficiale Giuseppe di Montezemolo, poi ucciso nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine. Ora il museo, gestito da personale volontario, conserva le memorie di quell’oscuro periodo. Piazza Santa Maria Liberatrice ha rappresentato l’ultima tappa, prima del ritorno in Largo 16 ottobre; i giardini lì situati sono intitolati ai Di Consiglio, famiglia di commercianti del quartiere di Testaccio, di cui 26 membri furono uccisi durante la Shoah.

Secondo da sinistra, Shaul Ladany
Secondo da sinistra, Shaul Ladany

Anche il percorso sviluppato sui tre chilometri è partito da Largo 16 ottobre, per poi però passare vicino alle sedi del carcere di Regina Coeli: una parte di esso (il terzo e il sesto braccio) fu occupato dal Comando tedesco per recludere le persone arrestate dai nazifascisti: i prigionieri furono poi costretti a partire per i campi di sterminio (di 335 persone, solo 22 sopravvissero). Dopo l’8 settembre del 1943, con l’armistizio firmato dal governo Badoglio e dagli Alleati, il carcere fu luogo della lotta al nazifascismo da parte della Resistenza romana. I partecipanti sono passati attraverso l’Isola Tiberina, dove vi è l’ospedale Fatebenefratelli, il cui personale medico e infermieristico, tra cui il direttore e dottore Giovanni Borromeo e l’infermiera Dora Focolari, contribuì al salvataggio della popolazione sfollata.

La manifestazione si è conclusa in Largo 16 ottobre 1943, dove i partecipanti sono stati accolti tra gli applausi di coloro che erano in attesa del loro arrivo. In particolare è stato tributato onore a un ospite e atleta d’eccezione, Shaul Ladany, professore alla Ben Gurion University del Negev, sopravvissuto al campo di concentramento di Bergen Belsen nel 1944 quando era solo un bambino e anche al massacro avvenuto durante le Olimpiadi estive di Monaco nel 1972, quando l’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero attaccò la delegazione israeliana all’interno del villaggio olimpico.

Susanna Winkler, romana, studia beni culturali
Susanna Winkler, romana, studia beni culturali

Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 gennaio 2017
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giornale1Il “progetto Hatikwà” è cominciato esattamente un anno fa. Hatikwà esisteva già da decenni – prima organo della Fgei, poi dell’Ugei – ma veniva da anni poveri di progettualità e contenuti. Nel corso del 2016, dapprima con circospezione, poi con crescente consapevolezza, si è delineato un progetto per rilanciare la testata e favorire l’interesse e la partecipazione dei giovani ebrei italiani. La crescita, da subito geometrica, è andata molto oltre le mie attese più ottimistiche, tanto che ho molto riflettuto prima di vincere l’imbarazzo di scriverne. Le visualizzazioni sul sito da tempo superano costantemente le 30 000 al mese, cominciando ad avvicinarsi a 50 000. Per dare un’idea della crescita, dal 2010, anno di varo del sito, al 2015 le visualizzazioni complessive sono state circa 80 000, nell’ultimo anno 360 000. La diffusione costante su Facebook ha contribuito al cambio di passo, mentre lo spazio che Pagine ebraiche ci mette a disposizione ogni mese – la pagina che avete davanti – si dimostra sempre più angusto e riesce a ospitare solo una piccola selezione del nostro lavoro.

Il dato più importante riguarda però la partecipazione attiva, peraltro vero motivo della crescita tout court, concretizzata innanzitutto dalla scrittura. Voglio ringraziare qui i veri artefici del “laboratorio Hatikwà”: Marta Spizzichino, Michael Sierra, Ariel Nacamulli, Filippo Tedeschi, Simone Bedarida, Simone Foa, Benedetta Grasso, Miriam Sofia, Giulio Piperno, Gad Nacamulli, Daniel Recanati, Sara Salmonì, Elisa Steindler, Keren Perugia, Barbara Coen, Carlotta Jarach, Julian Saija, Fabrizio Anticoli, Barbara Zarfati, Eitan Della Rocca, htlogoGiuseppe Mallel, Maria Savigni, Gabriele Fiorentino. Hanno contribuito anche, scrivendo o con altro genere di contenuti, Simone Dell’Ariccia, Ruben Spizzichino, Debora Spizzichino, Samuel Raccah, Beniamino Parenzo, Elena Gai, Charlotte Eman, Yael Di Consiglio, Daniel Foà, David Giuili, Nathan Bendaud, Simone Somekh, Sabra Salvadori, Saleyha Hossain, Gabriele Ajò, Carola Disegni, Giulia Mastroeni, Benedetto Sacerdoti, Alexandra Halfon, Ruben Veneziani, Alice Fossati. A tutti loro, uno per uno, va la mia gratitudine: ciascuno sa di aver portato un contributo grande o piccolo, comunque importante. Viviamo in luoghi diversi – in tante comunità italiane, ma anche in Israele, Stati Uniti e Svizzera – proveniamo da ambienti diversi, abbiamo esigenze diverse e idee diverse di che cosa significhi essere ebrei. Quest’anno Hatikwà è stato davvero “un giornale aperto al libero confronto delle idee”, come dovrebbe essere. Grazie a loro e a numerosi altri che già si sono aggiunti al gruppo la libertà del confronto continuerà a essere l’unico caposaldo formale alla base del nostro lavoro, unita all’ovvio corollario del rispetto per le idee altrui e la capacità di esprimere le proprie.

laboratorioMa le possibilità di crescita, in ogni direzione, sono ancora enormi. Nell’anno che viene vorrei che una “commissione comunicazione”, già formatasi ma aperta al contributo di chi voglia collaborare, elabori modelli e strategie non solo per la pubblicizzazione delle iniziative Ugei, ma anche per la diffusione ragionata e capillare dei contenuti di Hatikwà. Mi piacerebbe che il gruppo si trasformasse sempre più in qualcosa di simile a una redazione. Discutere con la Presidente Noemi Di Segni e il direttore della comunicazione Ucei Guido Vitale la possibilità di ampliare i nostri spazi sia sul mensile che tenete in mano in questo momento, sia sul portale Moked e le newsletter ad esso collegate. Tessere relazioni di scambio fruttuoso con periodici ebraici locali molto letti come Shalom di Roma, il Bollettino della Comunità ebraica di Milano e Hakehillah di Torino. Stringere legami più saldi con gruppi locali e associazioni giovanili ebraiche, per esempio intervistando e coinvolgendo chi ne fa parte, e con il gruppo dei ragazzi italiani che vivono in Israele, alcuni dei quali già quest’anno hanno preso parte attiva al nostro lavoro. Potenziare il lavoro sulla rassegna stampa, in modo da riprendere e diffondere ogni menzione dell’Ugei e delle sue attività. Organizzare incontri con professionisti del giornalismo e della comunicazione, occasioni pensate per chi contribuisce a Hatikwà ma aperte a chiunque voglia partecipare. Tutto questo e molto altro è ancora da fare: il “laboratorio Hatikwà” è solo all’inizio.

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l'organo dell'Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l’organo dell’Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 dicembre 2016
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Piero Terracina
Piero Terracina

“Meditate che questo è stato”. Termina così, citando Primo Levi, il commovente racconto di Piero Terracina, ascoltato da un gruppo di giovani in occasione dell’anniversario della razzia del 16 ottobre 1943, che si è tenuto presso la “Casa della memoria e della storia”, organizzato dall’UGEI. I giovani presenti possono ritenersi molto fortunati, e di questo sono sicuramente consapevoli, in quanto costituiscono l’ultima generazione che può godere del grande privilegio di ascoltare dal vivo le parole di coloro che questa orribile tragedia hanno vissuto sulla propria pelle.

Il racconto di Piero comincia dal 1938, ripercorrendo il lungo cammino di cinque anni che lo portò ad Auschwitz. Inizia così dal giorno in cui 349 deputati del Parlamento italiano su 349 alzarono la mano per approvare le leggi razziali o, forse più correttamente, razziste. Nessun astenuto. Quel giorno cambiò la vita di Piero. La sua amata insegnante gli disse che dal giorno seguente non poteva più frequentare quella scuola: “Ero disperato, perché anche a meno di 10 anni si può essere disperati”, sottolinea.

pieroterrlocandinaLe Leggi razziste costituirono la premessa logico-giuridica per quella che poi diventò la vera e propria persecuzione degli ebrei per annientarli. Gli amici, racconta Piero, divennero perfetti sconosciuti. Nessuna telefonata, nessuna visita, anzi, se lo incontravano per strada si voltavano dall’altra parte. Piero ricorda a tutti noi e sottolinea come le leggi razziste non prevedessero soltanto l’espulsione degli alunni ebrei dalle scuole statali e ci legge altri divieti con la voce affranta di chi a queste leggi si è dovuto sottomettere. Mi ha colpito, forse perché non ne ero a conoscenza, che agli ebrei fu vietato persino di fare il bagno al mare. Vengono i brividi a pensare che leggi del genere possano essere state approvate dal Parlamento italiano, nei confronti di altri cittadini italiani che avevano combattuto ed erano morti per la creazione dello Stato italiano, nella più completa indifferenza della maggior parte.

La prima sera di Pesach del 1943, proprio nel solenne momento del canto dell’Haggadah, Piero e la sua famiglia vennero arrestati e portati nel carcere di Regina Coeli. Poi 18 vagoni partirono dalla stazione Tiburtina pieni di persone, trattate come animali e ignare della destinazione. Persone che vennero subito private della propria umanità, ammassate in carri bestiame senza posti per sedere, lasciate per giorni a respirare l’odore degli escrementi di tutti, lasciate urlare e implorare un po’ d’acqua senza avere una risposta. “Auschwitz è l’inferno, ma l’inferno era già cominciato nel viaggio”.

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Piero Terracina con Sami Modiano

Piero racconta poi di come, arrivato ad Auschwitz, abbia seguito, dopo molti dubbi, il consiglio ricevuto da uno sconosciuto di dichiarare 18 anni invece di 15. Se non lo avesse fatto, non avremmo potuto ascoltare le sue parole. Non sarebbe sopravvissuto, come un milione e mezzo di altri bambini e ragazzi. Piero descrive i pesanti lavori che è stato costretto a svolgere, quelli sotto il sole cocente nei mesi estivi, e quelli sulla neve nei mesi invernali. Racconta l’amicizia che è nata tra lui e Sami Modiano a cui è legato indissolubilmente, come a un fratello. Il dubbio che ognuno si poneva la mattina era se sarebbero riusciti ad arrivare alla sera, se avrebbero ancora avuto le forze necessarie ad andare avanti. Un giorno Piero si rese conto di aver esaurito le proprie forze, di non potercela fare più, e decise che, in un modo o nell’altro, avrebbe dovuto mollare. Così si mise seduto accanto a una latrina per ore. Ancora oggi si domanda se non sia stato notato da nessuno o se qualcuno lo abbia visto e abbia fatto finta di niente. Sa che la prima opzione è quella più probabile, ma spera che sia accaduta la seconda.

memoria_ricordoPiero ci esorta a meditare e, dopo la sua inesauribile testimonianza che ci ha riempito di emozioni, è difficile non seguire il suo consiglio. Se solitamente i giovani hanno difficoltà ad ascoltare discorsi troppo lunghi, i presenti hanno dimostrato che quelli di Piero si possono ascoltare per ore senza mai stancarsi, perché ogni parola persa è una parola dimenticata e dimenticare ciò che è stato sarebbe l’errore più grande che si possa commettere per evitare che quanto accaduto possa ripetersi. Piero aveva iniziato la serata con un monito che deve rimanere bene impresso nella nostra testa:

“La memoria non è il ricordo. Il ricordo si esaurisce con la fine della persona che ricorda quello che ha vissuto. La memoria è come un filo che va dal passato al presente ma poi deve raggiungere anche il futuro. Quindi il futuro è condizionato dal passato e soltanto se faremo memoria e la trasmetteremo poi alle nuove generazioni, soltanto così possiamo sperare che il passato non torni.”

Dobbiamo mantenere la memoria di quanto accaduto, come se fosse successo a noi. Ma non è sufficiente, dobbiamo “fare” memoria, lo dobbiamo a Piero e agli altri, sopravvissuti o no.

Barbara Coen vive a Tel Aviv, studia economia presso la IDC di Herzliya
Barbara Coen vive a Tel Aviv, studia economia presso la IDC di Herzliya

Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 dicembre 2016
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Si è da poco concluso il Viaggio della Memoria dell’Ugei, un percorso di sei giorni che ha compreso visite ad Auschwitz, Cracovia e Varsavia. Ci ha accompagnato il Prof. Andrea Bienati, che ringraziamo di cuore. Queste sono le impressioni di alcuni dei partecipanti.

viaggiomembirkenauGabriele Ajò Viaggio della memoria: non solo un viaggio alla scoperta di un Paese apparentemente lontano, ma un percorso di riflessione e conoscenza che mi ha stupito ed emozionato. Un’esperienza forte, coinvolgente, per non dimenticare un passato doloroso, ma soprattutto per raccogliere il testimone e trasmettere, raccontare alle generazioni future. Tra noi, gruppo Ugei, si è creata un’alchimia, una complicità nei momenti di commemorazione e in quelli di celebrazione secondo uno spirito di forte coesione. Siamo pronti a ricordare, a fare Memoria.

Ariel Nacamulli Il viaggio appena concluso, e lo dico al di fuori di ogni ruolo istituzionale, è un tipo di viaggio che tutti dovrebbero fare una volta nella vita. La nostra nello specifico è stata un’esperienza unica: un gruppo di correligionari che è diventato un gruppo di amici, un gruppo eterogeneo di ragazzi di diversa sensibilità e dai diversi interessi. Ed è proprio il gruppo di amici con cui avrei voluto condividere un viaggio di questo tipo.

Carola Disegni Tutto il viaggio è stato pervaso da un’emozione forte, perché nel caso della Shoah è difficile disgiungere la storia dai sentimenti. La visione del campo di Birkenau e i blocchi di Auschwitz mi hanno messa in condizione di pensare al male e alla tragedia in modo concreto senza muri o recinti. Forse la presenza di un testimone diretto della Shoah avrebbe permesso di comprendere ancor più le sofferenze e le atrocità subite da chi è passato in quell’inferno.

auschGiulia Mastroeni Quello organizzato dall’Ugei è stato un viaggio estremamente intenso, che mi ha permesso di ricordare, di riportare letteralmente nel cuore ciò che dentro di me, in quanto ebrea e in quanto parente di deportati ad Auschwitz, già c’era: la consapevolezza che chi reggeva le redini della storia in un momento che non si colloca poi così lontano nel tempo avrebbe voluto un mondo diverso, un mondo in cui io non sarei dovuta esistere. Ho potuto rendermi conto per la prima volta davvero di tutto l’orrore di un mondo in cui un inimmaginabile dispiego di forze e mezzi è stato messo al servizio dell’annientamento dell’empatia, ciò che più fa sì che l’uomo sia uomo. Ho visto luoghi dove ogni mattone, ogni sasso trasuda ancora morte, ho visto non-luoghi, che nulla avevano di umano, dove, comunque, si sono consumate vite, storie, sentimenti. Credo che non avrei potuto ricevere strumenti migliori per portare alla luce la storia, la nostra storia; per questo ringrazio il nostro Socrate, il prof. Andrea Bienati, gli organizzatori, che tanto si sono prodigati per rendere possibile questo viaggio, e anche tutti gli altri compagni, che, ciascuno a suo modo, mi hanno regalato una parte di sé che terrò sempre nel cuore.

Marta Spizzichino Se dico Auschwitz dico freddo, neve e alberi spogli. Potrei dire incapacità di comunicare, di capire e farsi capire. E ancora fame, burocrazia e pazzia. Dare nomi aiuta a comprendere e tradurre in parole a semplificare. Un nuovo linguaggio sarebbe dovuto nascere: accanto a una Lagersprache parlata nei campi ne sarebbe necessario uno che parli di questi.

Yael Di Consiglio Questo viaggio non è stato come tutti gli altri viaggi, ero preparata, l’ho studiato a scuola e fin da bambina i miei familiari me ne hanno parlato, ma quando lo si vede con i propri occhi sembra un’altra storia. È stata un’esperienza toccante che mi ha trasmesso emozioni e brividi fortissimi che nessun testo riuscirebbe a suscitare. Avevo le lacrime agli occhi quando ho letto il nome del mio bisnonno nel Libro dei nomi ma dovevo stare vicina ad altre persone. Sono contenta di aver partecipato a questo viaggio Ugei perché avere un gruppo di amici che ti sostiene è fondamentale. È stata un’esperienza che non dimenticherò facilmente.

ausch2Benedetto Sacerdoti Ripercorrere i luoghi che hanno visto lo sterminio milioni di ebrei, fra cui membri della mia famiglia, deve essere un imperativo per tutti. Non si può comprendere senza vedere in prima persona la folle razionalità con cui è stato  deciso di distruggere il nostro popolo. Il ghetto, la valigia da 10 kg, la bugia di essere avviati a campi di lavoro recitata fino all’ultimo istante. E il racconto della moglie di Rudolf Höss, comandante del campo di Auschwitz, che si lamentava della lenzuola sporcate dalla cenere nell’aria.

Alexandra Halfon In questo viaggio ho visto di cosa sia capace l’indifferenza umana. Un silenzio, che ha tuonato più forte degli spari, le bombe e le violenze fisiche. Ho visto quegli occhi stanchi, impauriti, e disperati i semplici uomini che desideravano vivere ancora, immortalati in foto, appesi su vecchi muri. Ho visto trecce di capelli di donna private della loro femminilità, della loro dignità. Ho visto tanto e ne ho fatto parte di me, per contribuire anch’io a fare memoria.

Ruben Veneziani Durante questo viaggio ho appreso che molti dei problemi e delle difficoltà che ognuno di noi incontra nell’arco della giornata sono solo piccole problematiche in confronto a quelle dei deportati ad Aushwitz o Birkenau. Penso che un viaggio del genere cambi in ognuno di noi il modo di vivere in quanto ciò che abbiamo visto con i nostri occhi è qualcosa di molto più terribile di ciò che ci si aspettava.

Alice Fossati Polonia anni della guerra, ebrei nei ghetti e furore nazista in ascesa. Gli atti di resistenza in un periodo dove le persone sparivano nella notte o venivano giustiziate pubblicamente per il solo fatto di essere ebree, non erano solo le lotte violente per contrastare tutto questo. Aiutare chi era nel ghetto portando medicine e approvvigionamenti, aprendo farmacie e facendo sorgere fattorie dove coltivare vicino ai quartieri chiusi erano atti di resistenza. Gli stessi ebrei che all’interno del ghetto seppur in condizioni terribili scrivevano e pubblicavano quotidiani o addirittura approfondimenti su teatro e cinema e scrivevano per far conoscere al di fuori ciò che era la vita dentro alle mura è stata resistenza. Ciò che possiamo ricordare sono le mille sfaccettature della forza con cui si può contrastare un’ingiustizia.

Elena Gai Un viaggio che ci ha portato nei luoghi dell’esistenza e della vita ebraica in Polonia e che ci ha mostrato come essa sia stata travolta dalla Shoah. Un’esperienza che ci ha reso consapevoli e che ci rende responsabili dell’eredità e del peso della memoria attraverso la riflessione, la profondità delle emozioni  provate e l’analisi sulla storia.

Filippo Tedeschi È doppia la mia soddisfazione personale rispetto a questo viaggio: da un lato mi rimangono i toccanti momenti vissuti e gli insegnamenti ricevuti, dall’altro tutti i “grazie” ricevuti per aver organizzato il tutto. Spero che il progetto possa continuare, partendo dalla base che questo Consiglio ha costruito, per poterlo migliorare ancora e permettere a più persone di poter vivere questa esperienza.

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Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 dicembre 2016
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religions

Si è concluso ieri nella cornice di Taplow Court, maniero ottocentesco della campagna inglese non distante da Londra, il sesto summit dello European Interfaith Youth Network, coordinamento europeo delle associazioni giovanili che aderiscono a Religions For Peace, il movimento che raccoglie in tutti i continenti le principali organizzazioni religiose per sviluppare progetti per la cooperazione, la pace e la conoscenza reciproca.

Il maniero, quartier generale dagli anni Ottanta dei buddisti Soka Gakkai d’Inghilterra, ha ospitato 25 giovani leader religiosi proveniente da tutta Europa. Per l’Italia due rappresentanti: Angelita Tomaselli, valdese, in rappresentanza dell’Ecumenical Youth Council in Europe e Filippo Tedeschi, vicepresidente dell’Unione giovani ebrei d’Italia (Ugei), primo ebreo ad essere designato ufficialmente come rappresentante di Religions For Peace Giovani – Italia.

Vari i temi ed i workshop affrontati durante un weekend che ha avuto come titolo “Accogliere il Prossimo – Giovani di ogni fede contro l’estremismo religioso”, con diversi ospiti protagonisti. Tra questi, Jehangir Sarosh, zoroastriano e segretario generale del Consiglio europeo dei leader religiosi, e Irene Incerti-Théry, dell’Università di Tromsø, esperta di Peace and Conflict Transformation. Toccante la testimonianza di Adam Deen, ex extremista islamico, che ora dedica il suo tempo a portare la propria testimonianza nelle scuole e nelle tv britanniche raccontando come è riuscito a uscire dalla rete del radicalismo e qual è la sua struttura interna.

Il Summit ha anche visto l’elezione del nuovo Consiglio direttivo al quale spetterà il compito di concludere il passaggio dell’associazione da Network a ong, con annessa stesura di statuto e registrazione. A rappresentare il Consiglio saranno: Marie Chabbert (Francia) dell’organizzazione Coexister; Taoufik Hartit, (Germania) della Muslim Scouts of Germany; Daniel Eror (Bosnia Erzegovina) di Youth for Peace; Annika Foltin (Germania) della World Students Christian Federation – Europe e Gabrielle Westhead (Gran Bretagna), della SGI-UK: Soka Gakkai UK.

Da Moked.it

relimani



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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