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Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 ottobre 2013

2min350
“La tradizione ebraica insegna che di fronte alla morte di un uomo non ci si rallegra mai, ma bisogna invece riflettere sulle gravi responsabilità di ognuno davanti a D-o e agli uomini. E’ per questo motivo che – afferma Alessandra Ortona, presidente UGEI – in linea con la decisione assunta dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, abbiamo preferito rimanere in silenzio di fronte alla morte del criminale nazista Priebke. Non avremmo potuto però – continua – rimanere indifferenti di fronte al testamento che Priebke ha lasciato ai posteri e alla possibilità che un tale assassino venga seppellito in Italia, a Roma.

Il nostro Paese e le istituzioni che ne hanno facoltà – prosegue – non possono permettere che il corpo di chi con tanta brutalità ha preso parte all’uccisione di 335 italiani senza mai pentirsene, trovi sepoltura sotto la stessa terra che è stata testimone delle atrocità da lui commesse. Da italiani e da ebrei, non potremmo considerarlo altro se non un terribile insulto alla memoria delle vittime di quella barbarie. Non da ultimo – continua Ortona – va con tutte le forze evitato di fornire ai suoi ammiratori un ulteriore motivo di celebrazione dell’individuo e di creazione di un luogo di venerazione. Ci appelliamo quindi alle istituzioni – conlcude la nota – affinchè sia trasmesso coi fatti a tutti gli italiani, ed in particolare alle nuove generazioni, il messaggio civile e culturale che il nostro paese si rifiuta di ospitare la sepoltura di un simile assassino.”

 

 

La Segreteria UGEI


Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 settembre 2013

5min350

Croazia: stata la mia prima Summer-U, poi ancora Barcellona, e Pescasseroli (Abruzzo), ufficialmente Roma. Ma l’importante è che fosse da quelle parti..

2013 la Summer-U sarà a St.Tropez, o magari più o meno, lì vicino…

Dall’ultima volta è passato un po’ di tempo e non sono totalmente convinta di andare quest’anno, poi, invece decido di sì, insieme a dei miei amici…chissà cosa ci aspetterà!

Arriviamo all’aeroporto di Nizza e aspettiamo un po’ l’autobus che ci avrebbe portato al campeggio, intanto Jasmine ordina al bar un Caffe lattè, compiacendosi della sua fantastica pronuncia francese.

Dopo una piccola “guerra” per caricare la valigia e assicurarsi un posto, arriviamo a Garde Freinet.

Aspetta…ma non doveva essere a St.Tropez?? Sì vabbè…sono dettagli!

Ci accoglie lo staff pieno di energia e simpatia, 3 animatori tutti per noi, e ci indicano una mappa su cui avremmo potuto individuare il nostro bungalow. Così ci avviamo con le nostre valigie su per il sentiero, e comincia la fatica!

Insomma finalmente eravamo arrivati alla Summer-U 2013! In un villaggio in Provenza, circondati dal verde, dalla musica e da circa 400 giovani da tutto il mondo. Non male però…!

Ogni giorno erano organizzate attività per tutti i gusti: lezioni di yoga, di aerobox, di salsa, spettacoli di magia, lectures di ogni tipo e interesse: dal pubblic speaking, a Israele, a lezioni sulla donna nell’ebraismo, sulle norme etiche ebraiche in ambito medico, al Maccaby day.

Le serate poi erano speciali, un po’ fredde perché alla sera scendeva parecchio la temperatura, ma in effetti si formavano comunque molte coppie..

Ogni party era a tema: da quello international, al superhero party, dove mi sono persa tra le varie Catwoman e Lara Croft…a quello Israeliano, quello di Gala e poi… come dimenticare il white night party!

Il white night party è stato martedì e, sempre martedì, era prevista la gita a St.Tropez con tappa poi sulla spiaggia di St.Martin.

Erano state organizzate 2 partenze: la prima alle 9 e la seconda alle 10.30.

Però…vedo già scendere la gente del secondo turno e noi siamo ancora lì…forse ho l’orologio avanti?

No, Esther, il tuo orologio funziona benissimo….è che ci sono “problemi tecnici”.

E a tal proposito sono girate varie ipotesi.

Beh tutto sommato abbiamo passato una bella mattinata seduti a chiacchierare ai tavoli e poi siamo partiti tutti insieme!

Che bello!!

Erano le 12.30.

Intanto Benedetto ha postato su fb una fantastica foto di St.Tropez, con un’ottima tecnica di fotomontaggio improvvisato.

Ma non ditegli che lo avevate capito.

Tra un party e l’altro e tra un “sorpresa” e l’altra, siamo già arrivati a Shabat…

Memorabile!! Come sempre.

Con noi c’era Rav Gluck e tanta voglia di cantare, ballare, mangiare e bere…

L’havdalà, con la musica di Jewsalsa e i balli di 400 giovani poi, ha emozionato tutti, e per alcuni è stata la prima della propria vita.

Non potrete poi immaginarvi fino in fondo questa settimana, senza conoscere, almeno così, per nome, la famosa room 59.

Grazie Simon, Vito, Tal, Liron.

Ogni serata sarà pure stata a tema, ma ogni sera il pre-party era lì!

2 divani, un tavolino,bella musica, gente simpatica, litri di alcol.

Certo l’impresa di pulizie, il giorno che è passata, era più o meno sconvolta dalle bottiglie vuote e ha tirato fuori solo 4 sacchi enormi della pattumiera.

Beh, direi che ne è valsa la pena. Questa Summer non mi ha deluso.

Ci ha fatto parlare tante lingue: inglese, ebraico, spagnolo, tedesco, francese, rumeno, russo…credo che quasi nessun Paese mancasse all’appello!

Questa Summer poi, mi ha fatto sentire una veterana, ma mai quanto Tobia Zevi.

Mi ha fatto rincontrare gente che avevo conosciuto ad altri eventi, ed è sempre un gran piacere!

Mi ha permesso di riscoprire persone mie amiche da tanto, così come di conoscere meglio persone con cui avevo lavorato insieme per anni come madrichà, senza realmente capire quanto sono simpatiche, belle e brave! Beh anche loro si sono fatte un’idea un po’ più chiara di me…e ci siamo divertite molto!

L’ultima sera ho detto che ormai sono troppo vecchia e non credo che l’anno prossimo tornerò, ma, a questo punto, mai dire mai…!

Però ci venite anche voi, eh?!

Esther Judith Schek


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 settembre 2013

9min350

Non è compito facile quello di analizzare i possibili scenari e le ripercussioni che Israele si troverebbe ad affrontare nel caso di un intervento americano contro il regime siriano. Per chiarezza, va ricordato che Israele non è direttamente coinvolto in nessuno degli sconvolgimenti in corso ai suoi confini – e tantomeno nella guerra civile e interconfessionale in corso in Siria- e non ha avuto per ora nulla da guadagnare, per lo meno nell’immediato, dalle catene di eventi drammatici chiamate popolarmente “primavere arabe”. Se è intervenuto – come nel caso dei tre raid aerei avvenuti in territorio siriano ai danni di alcuni mezzi di trasporto missilistico diretti verso il fragile e labile confine libanese- l’ha fatto per tutelare la sua sicurezza, e non, come certa stampa ha sostenuto, per sostenere questo o quel belligerante. Sempre per chiarezza, voglio specificare che non è questo l’articolo per “cercare-di-capire-chi” ha usato le famose armi chimiche, e – almeno dal mio punto di vista- non è nemmeno importante, perchè non lo sapremo mai e perchè entrambe le parti in conflitto avrebbero potuto credibilmente usarle e hanno tutto l’interesse di far credere all’opinione pubblica mondiale che “si, è stato LUI a farlo”.

La guerra civile in Siria è iniziata – sull’onda di altre proteste avvenute o tutt’ora in corso in molti paesi arabi- sotto la forma di legittime proteste popolari e pacifiche contro un regime pluridecennale oppressivo e brutale: una oligarchia composta per la maggior parte dagli esponenti di una precisa corrente minoritaria dell’Islam (presumibilmente)sciita, l’alauismo, che ha nel clan degli Al-Assad la sua famiglia più autorevole.

I governi fantoccio mono e pluripartitici che si sono avvicendati sotto l’egida di Assad padre e Assad figlio non hanno saputo gestire coerentemente la delicata transizione da un modello economico di stampo socialisteggiante risalente ai tempi della luna di miele con l’Unione Sovietica all’attuale modello di economia semi-liberale col risultato che la ricchezza si è concentrata sempre di più nelle mani degli oligarchi e dei loro protetti, mentre la maggioranza dei cittadini, di fede sunnita, col venir meno dello stato sociale hanno visto crollare drammaticamente il loro standard di vita e il loro potere d’acquisto. Le tensioni sociali e le “rivolte del pane” avvenute immediatamente prima della degenerazione delle proteste in conflitto armato avevano l’intento di denunciare e scardinare un finto sistema di tolleranza religiosa (è risaputo che la Siria plasmata dal clan Al-Assad è uno Stato per costituzione laico, che tutela formalmente in egual modo la fede sciita, sunnita, drusa, cattolica e cristiano-ortodossa): un sistema strumentale, secondo i manifestati, a difendere la minoranza oligarchica dal risentimento delle masse sunnite sempre più impoverite e assoggettate. La brutale repressione di questo movimento di piazza da parte dell’esercito regolare coadiuvate dalle squadracce del partito Baath siriano, hanno portato presto l’evoluzione della protesta in rivolta armata con la formazione dell’Esercito Siriano Libero (formazione laica, composta per la gran parte da attivisti di sinistra, da liberali e da disertori dell’esercito regolare) e poi, successivamente, all’intervento esterno di milizie islamiche radicali di fede sunnita provenienti da ogni parte della penisola arabica, del medio-oriente, del nord africa, dell’asia centrale, dei balcani, dal caucaso…e da Gaza : jihadisti e salafiti interessati a combattere una guerra santa di stermino e pulizia etnica contro gli “eretici sciiti” e le altre minoranze religiose, e certamente finanziati e armati dalle ricchissime petrolmonarchie della penisola arabica e dalla Turchia. Questo a catena ha chiamato alle armi l’Iran e le milizie libanesi sciite di Hezbollah, trasformado la Siria in un terreno dove giocare l’ultima partita dello scontro secolare tra sunniti e sciiti e la discesa in campo della Russia, preoccupata di perdere con lo sfaldamento del regime “amico” degli Assad l’unico porto sicuro sulle calde acque del mediterraneo e di una possibile riaccensione del conflitto in Cecenia, e poi di mese in mese le stragi, i processi sommari, gli stupri, il milione di profughi riversatosi in Turchia, nel precario stato libanese e nella fragile monarchia giordana. E, infine, l’utilizzo delle armi chimiche.

Veniamo ora a Israele. Come è ormai chiaro, assiste suo malgrado alla balcanizzazione del Medio-Oriente, vedendo crescere preoccupantemente il fanatismo islamico in tutta la regione: per chi mai potrebbe prendere le parti? I suo nemici storici, un tempo uniti dal comune odio antisionista, si scannano adesso tra loro andando al fronte come bestie al macello: Hamas, sunnita, ed Hezbollah, sciita, dopo anni di intese ed azioni coordinate si trovano a combattere sui lati opposti delle barricate; mentre Bashar Al-Assad, che non si è mai preoccupato di raggiungere un accordo di pace con Israele, è formalmente in stato di guerra con la democrazia ebraica mentre, al riparo del suo palazzo presidenziale a Damasco, combatte per la sua sopravvivenza e quella della sua comunità religiosa d’appartenenza. Tutto questo, unito al riaccendersi delle lotte intestine inter-palestinesi, ha permesso ad Israele di prendersi fino alla presa di posizione di Obama il tempo necessario per prepararsi a uno scontro che appare di giorno in giorno sempre più inevitabile e non più rinviabile. Uno scontro in cui gioca, come da sempre, in assoluta posizione di difesa.

Non è più il tempo del meno peggio, di stabilire chi al governo in Siria avrà la volontà politica di mantenere per interesse una pace artificialmente fredda sul confine del Golan, di stabilire se il governo libanese e forze ONU dispiegate al confine del Libano siano abbastanza forti e autorevoli da imporre la museruola al “partito di Dio” e a Nashrallah, perchè nessuno di noi può prevedere da qui alle prossime settimane se esisterà o meno un potere centrale credibile in Siria e se il conflitto risparmierà o meno il piccolo Libano: l’unica certezza è che la natura stessa di Israele è incompatibile, per via della sua anima ebraica e democratica, sia col culto nazionalsocialisteggiante del panarabista sia col fanatismo del salafita, che hanno come unico comun denominatore l’antisionismo più viscerale. Israele non ha alcun interesse nel processo di balcanizzazione in corso al nord dei suoi confini e non ha alcun amico da sostenere, ma semplici valutazioni tecniche in materia di sicurezza. Tutto il resto, sono chiacchere.

Lo Stato ebraico, come tra l’altro ha ufficialmente dichiarato per bocca del suo Premier, del suo Presidente e dei suoi rappresentanti e funzionari, non esiterà in estremo a difendersi con tutti i mezzi consentitegli dalla sua sovranità e dal diritto internazionale contro chiunque tenterà di coinvolgerlo in un conflitto che non gli appartiene. Sono certo che se necessario lo farà, come ha sempre fatto, nel miglior modo possibile e cercando di ridurre al minimo i disagi e le vittime civili: le loro e quelle degli altri.

Mordechaj S.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 giugno 2013

5min340

In questi giorni,in Turchia, si è scatenata una protesta contro Erdogan, primo ministro Turco, iniziata a causa della minaccia dell’abbattimento di un parco: Gezi park, nel centro di Istanbul.
Ad una occupazione in difesa del parco da parte di tutti gli abitanti della zona, che preferivano avere un po’ di verde piuttosto che l’ennesimo “shopping centre”, centro commerciale, la polizia ha risposto con la violenza dei lacrimogeni idranti e mezzi blindati provocando la morte di due persone e molti feriti.
La protesta turca si è così allargata e rafforzata, uscendo anche dai confini di Istanbul; infatti siamo a conoscenza in questi giorni di veri episodi di guerriglia urbana nei pressi di Smirne e anche della capitale Ankara.
Cerchiamo però di analizzare le ragioni più profonde di questa rivolta, poichè nonostante l’importanza del verde e degli alberi nella nostra società, non si spiega una rivolta così partecipata e sentita solo per questo motivo.
La rivolta infatti non ha una vera leadership politica o sociale: qualcuno parla di socialisti, alcuni di ultra nazionalisti e qualcuno annovera tra i ribelli anche i Curdi. Quella che però ci pare ancora ignota è la vera e propria motivazione di questa primavera turca, diversa dalle primavere arabe degli anni scorsi. Le ragioni possono essere di natura politica o religiosa.
La Turchia infatti, negli ultimi tempi, sotto il governo di Erdogan, ha avuto un periodo di grande crescita soprattutto grazie ai rapporti commerciali e la stretta vicinanza alle nazioni europee piuttosto che alle popolazioni arabe circostanti. Proprio in ragione di questo fatto, la Turchia si presta adesso ad adottare nei confronti della sua popolazione quelle misure di forti tassazioni e tagli alla spesa pubblica che l’Europa richiede ai suoi Stati membri e affiliati. La politica di austerità promossa dalla Germania si sarebbe quindi fatta sentire anche in Turchia, provocando come nella vicina Grecia un malcontento diffuso.
Altri pensieri e altre opinioni vedono nel significato di questa rivolta una battaglia laica contro alcune recenti politiche d’integralismo religioso introdotte da Erdogan. Infatti, in questi ultimi anni, misure come quella del divieto di vendere alcolici o a favore dell’uso del velo per le donne, si sono intensificate  proprio in  Turchia, paese  che a livello di separazione tra “Stato e Chiesa”, quindi tra legge dell’uomo e legge di Dio, era forse il più all’avanguardia tra le popolazioni di religione islamica della zona. I giovani, ma non solo, avrebbero  infatti protestato contro questo integralismo religioso opprimente e limitante; la domanda che quindi sorge spontanea riguarda il come la religione vada, forse, reinterpretata in modo da non poter lasciare la libertà di scegliere all’individuo come comportarsi, senza però dover per questo trasgredire leggi fondamentali di uno Stato. Proprio i giovani, infatti, connessi tramite la rete agli altri giovani del mondo, manifestano questo senso di forte restrizione imposta non dalla religione in sè, ma dalla testarda e poco lungimirante applicazione di essa.

Joel Hazan

Invitiamo inoltre a portare avanti la campagna del logo verde “Her yer Taksim, everywhere is Taksim”  lanciata dal consiglio Ugei per la difesa dei diritti umani e fondamentali dei giovani Turchi, calpestati in questi giorni in modo autoritario e antidemocratico dalle politiche restrittive del governo di Erdogan. Riteniamo infatti che, come giovani, dobbiamo sempre denunciare gli atti di violenza e di limitazione a qualsiasi tipo di libertà e diritto. Per questo vi invitiamo a condividere, attraverso i social network, sulle vostre foto del profilo, il piccolo logo in solidarietà ai giovani turchi.

Questo il link per aggiungere il logo alle vostre foto : http://www.picbadges.com/her-yer-taksimeverywhereis-taksim/3237058/


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 novembre 2012
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8min320

Il testo della lettera che segue rappresenta la prospettiva dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia in merito al conflitto in Medio Oriente in seguito al riesplodere della violenza tra le parti nella settimana fra il 14 ed il 21 novembre scorsi.

L’intervento è stato pubblicato in anteprima dall’Huffington Post Italia (puoi trovarlo cliccando qui).

Per ogni commento, reazione o ulteriore informazione, come sempre, è possibile contattare il Consiglio Esecutivo 2012 all’indirizzo info@ugei.it.

Roma, 23 novembre 2012

Caro direttore,

quando la violenza e la guerra bussano alle porte delle nostre case, nessuno di noi è mai sufficientemente allenato per non essere sconvolto dalle emozioni, dal furore e dall’indignazione. Ogni cittadino cosciente e sensibile è sempre e necessariamente turbato nel più profondo, specialmente in un continente come l’Europa che della guerra ha un ricordo ancora ben fresco e drammatico. Specialmente, a maggior ragione, se tali notizie giungono ancora una volta dal Medio Oriente, terra martoriata e senza pace, per gli europei, dolorosamente, “vicinato” eternamente turbolento.

Ciononostante, crediamo che anche nel mezzo dello spavento e dell’angoscia fisiologici determinati dal conflitto sia indispensabile mantenere la lucidità e riflettere adeguatamente sulle forze che hanno determinato quest’esplosione di violenza contrapposta. Nel conflitto mediorientale fino a pochi giorni fa sotterraneo ed ora di nuovo esplicito – è bene ribadirlo una volta per tutte – non si affrontano una ragione ed un torto, e neppure, come andava di moda affermare alcuni anni fa, due ragioni contrapposte. Più esattamente, in questo momento si affrontano due ragioni e un torto. Da una parte, il diritto inconfutabile d’Israele a difendere ad ogni costo la propria gente da minacce gravi e incessanti alla sopravvivenza stessa dello Stato, concretizzatesi in particolare negli ultimi mesi (nel colpevole silenzio della stampa internazionale) in un assedio micidiale di razzi lanciati quotidianamente sulle sue città meridionali. Dall’altra, il diritto altrettanto sacrosanto del popolo palestinese a vedere la sua ambizione nazionale finalmente realizzata, ad auto-governarsi ed a vivere in pace, benessere e sicurezza con i propri vicini. In terzo luogo, tuttavia, un torto drammatico, quello di Hamas, organizzazione teocratica e terroristica, che si prefigge nella sua stessa carta fondante l’obiettivo prioritario della distruzione dello Stato d’Israele, la cui esistenza neppure riconosce. Su queste basi, il negoziato è di fatto impossibile, a tutto danno tanto degli israeliani quanto dei palestinesi entrambi colpiti al cuore dei propri diritti sopra menzionati.

Quanto chiarito fin qui, naturalmente, deve andare di pari passo con il rigetto di ogni violenza, da qualsiasi parte essa provenga. I giovani ebrei italiani che ho l’onore di rappresentare costituiscono un universo variegato ed estremamente vivace, per quanto limitato numericamente, ed al nostro interno si confrontano costantemente anime ed opinioni differenti. Su una cosa tuttavia tutti conveniamo, ed è il valore supremo e universale della vita umana, del creato che la stessa cultura ebraica c’insegna essere sacro e inviolabile. Per questo ogni vita perduta in un conflitto rappresenta una tragedia, un dolore incolmabile – specialmente quando si tratta di civili incolpevoli. Per questo, in ultima analisi, accogliamo con sollievo la notizia del cessate il fuoco tra Israele e Hamas ottenuto grazie alla mediazione di Egitto e Stati Uniti. Dal momento stesso dell’entrata in vigore della tregua, tuttavia, diventa ora fondamentale che tutti gli attori in grado di influire sugli eventi – a cominciare dal neoeletto Presidente Obama – s’impegnino pienamente per depotenziare alla radice i problemi che stanno al fondo di questo conflitto, a cominciare dal rifornimento incessante di missili che Hamas è pronta a lanciare sui civili israeliani da parte dell’Iran, vero mandante di questa provocazione. Uno Stato il cui governo autoritario proclama un giorno la negazione della Shoà come una favola inventata per avvelenare il mondo e il giorno dopo la determinazione ad annientare Israele ed estirpare il “cancro sionista”, mentre indisturbato continua a portare avanti nelle proprie centrali il processo d’arricchimento dell’uranio, processo che ancora pochi giorni fa gli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica hanno confermato essere in piena crescita ed ammesso di non poter garantire essere sviluppato “unicamente a scopi civili”.

E tuttavia, caro direttore, proprio in questi giorni siamo al contempo perfettamente consapevoli che, pur a partire dalle nostre differenze, pesa precisamente sulle nostre spalle – giovani ebrei, musulmani, cattolici, laici ed appartenenti ad ogni altro credo – la responsabilità morale in questo momento storico di non arrenderci alla logica della contrapposizione ad ogni costo, ma di avere il coraggio e la sfrontatezza di riportare nell’agenda mediorientale l’obiettivo ultimo della pace e della convivenza fra popoli. Proprio dall’Europa in cui viviamo – pure martoriata dalla crisi – crediamo arrivi un messaggio universale e potentissimo a questo proposito: la pace, come il riavvicinamento franco-tedesco degli ultimi sessant’anni ha ampiamente dimostrato, si costruisce necessariamente fra popoli che fino ad un minuto prima si erano combattuti ferocemente, e proprio per questo, per definizione, non è mai impossibile.

Soltanto poche settimane fa Israele ed il mondo ebraico tutto hanno commemorato solennemente come ogni anno l’anniversario della scomparsa di un grande uomo del Novecento, Yitzhak Rabin, militare israeliano che, giunto ai massimi vertici dello Stato, mobilitò tutta la sua energia umana e politica per condurre finalmente la nazione alla stabilità e alla pace con i suoi vicini, raccogliendo attorno a sé uno straordinario movimento di supporto tanto interno quanto internazionale. Giunse a un passo dal realizzare tale sogno, e per questo fu eliminato dall’odio cieco di un estremista. Onorare la memoria di Rabin, oggi, significa credere, anzi pretendere, che al di là del fuoco una prospettiva di pace esista.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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