Società e politica

Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 ottobre 2012
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Il 6 novembre 2012 si vota negli States per l’elezione del Presidente. Due sono gli sfidanti: il presidente in carica Barack Obama; il candidato repubblicano Willard Romney, per gli amici più stretti “il vecchio Mitt”.

Questi due “ragazzi” – entrambi laureati in legge in quella panetteria di Nobel che è Harvard – lottano ormai da un anno per accaparrarsi la poltrona più ambita d’America.

Vediamoli più da vicino. Mitt, lo chiameremo così il nostro candidato che ha come simbolo l’elefante, è un uomo di business. Fondatore della Bain Capital, società di consulenza americana su cui il repubblicano ha costruito una fortuna. Pragmatico e spietato. Di cultura mormone. In questa campagna elettorale non c’è fronte su cui non abbia attaccato il suo sfidante. Economia, politica estera, sicurezza, spesa pubblica sono i punti chiave della campagna di Mitt.

Barack, l’attuale presidente, è invece il sognatore democratico in groppa all’asinello. Modello di riferimento: Martin Luther King. Primo nero ed essere eletto alla Casa Bianca, gli è stato conferito il Nobel per la Pace poco dopo il suo insediamento alla White House. Un premio, a dirla tutta, più che altro alle intenzioni.

I due candidati nelle ultime settimane si stanno letteralmente affrontando a colpi di talk show. Mitt accusa Barack della scarsa sensibilità nei rapporti internazionali. Lo accusa di aver raggiunto il punto più basso nella storia americana per quanto riguarda il peso che gli States hanno nello scenario della politica mondiale. Barack risponde che l’America ha problemi interni molto gravi (Welfare State e Riforma Sanitaria).

Questo è il quadro generale. Cosa succede invece nei rapporti tra Stati Uniti e Israele?

Da sempre i rapporti con Israele sono stati il fulcro delle politica estera statunitense, ancor di più dopo quel maledetto martedi di settembre dove un commando di qaedisti sterminò migliaia di cittadini americani. La lotta al terrorismo si basa oramai da 10 anni sull’asse Washington – Tel Aviv. Negli ultimi tempi, però, i rapporti si sono freddati. Barack e Bibi non vanno d’accordo. E forse Obama è stato il presidente che, dopo Carter, ha congelato in maniera più netta i rapporti con il suo principale alleato strategico in Medio Oriente.

Dall’altra parte c’è Mitt. Il principe dell’elefantino negli ultimi mesi ha preso posizioni del tutto compatibili con la volontà israeliana arrivando a dire che: “gli ebrei sono culturalmente superiori agli arabi”. E se la cultura non bastasse ha aggiunto che Gerusalemme è senza dubbio dello Stato Ebraico.

Quindi di chi ci dobbiamo fidare noi ebrei: di Barack o di Mitt? Ogni riferimento all’Iran è puramente casuale.

La parola al popolo. Noi dalla nostra piccola Penisola, potremo solo guardare da spettatori in piccionaia.

 Edoardo Amati


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 ottobre 2012
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La procura di Stoccarda archivia l’inchiesta sulla strage di Sant’Anna.

Ci sono ferite che, nonostante il tempo, continuano a sanguinare. Una di queste è Sant’Anna di Stazzema. I giudici tedeschi hanno archiviato l’inchiesta sul massacro del piccolo paesino aggrappato sulle Alpi Apuane: per gli inquirenti durante l’inchiesta non è stato possibile accertare con sicurezza che la strage sia stata un atto programmato e un’azione di rappresaglia nei confronti della popolazione civile. La procura rileva anche che la mera appartenenza dei diciassette accusati all’unità Walfen SS non basterebbe a dimostrare la colpa individuale nell’eccidio.

Quel 12 agosto del 1944, 560 persone, per la maggior parte donne, anziani e 116 ragazzi, la più piccola di soli 20 giorni, furono trucidati dalla barbarie naziste.

Sant’Anna di Stazzema all’inizio dell’estate era stata dichiarata dai comandi tedeschi “zona bianca”, una zona destinata all’accoglimento degli sfollati. Inoltre, i partigiani presenti nella zona avevano da tempo abbandonato il paese senza aver compiuto azioni militari verso l’esercito tedesco. Nonostante ciò, verso le 7 di quel mattino, i nazisti della 16° SS Panzergrenadier Divison, comandata dal generale Max Simon, dopo aver chiuso ogni possibile via di fuga, accerchiarono il paese. Gli uomini scapparono nei boschi, mentre donne, bambini e anziani, convinti di essere civili inermi, rimasero all’interno.

Bastarono tre ore. Solo tre ore per sterminare a colpi di mitraglia e bombe a mano 560 innocenti.

Le vittime di quel tragico evento rimasero senza giustizia fino al 1994, quando fu scoperto l’Armadio della Vergogna. Il procuratore militare Antonio Intelisiano, durante la ricerca di alcuni documenti a Palazzo Cesi, scoprì un mobile rivolto verso il muro e protetto da un cancello chiuso a chiave. Era l’Armadio della Vergogna. Conteneva un grande registro con migliaia di voci: 695 fascicoli e 415 nomi dei colpevoli. Fra queste voci una riguardava i nazisti colpevoli della strage di Sant’Anna.

Inizio cosi, dieci anni dopo, il processo davanti al Tribunale militare di La Spezia. Sul banco degli imputati finirono non gli esecutori materiali (che avrebbero raggiunto un numero spropositato per un processo), ma i mandanti, coloro che diedero l’ordine di sparare. Erano tutti ancora vivi anche se molto anziani, e nel 2005 furono condannati tutti all’ergastolo. All’ufficiale Gerhard Sommer e ai sottoufficiali Georg Rauch e Karl Gropler, nel 2010, fu confermato l’ergastolo.

Ma la memoria di quella strage, dopo la sentenza di archiviazione arrivata da Stoccarda, sembra affievolirsi. Dopo dieci anni di processo, i giudici tedeschi hanno deciso che «dalle indagini, condotte in maniera ampia ed estremamente approfondita insieme all’ufficio criminale del Baden-Wuertemberg, è emerso che non è possibile dimostrare una partecipazione dei 17 indiziati – in particolare degli otto ancora in vita – agli avvenimenti del 12 agosto 1944 nel paese di S. Anna di Stazzema punibile con una pena che non sarebbe prescritta». Forse una mossa politica. Se la Germania concedesse un risarcimento di guerra per uno dei propri crimini, si creerebbe un effetto domino che porterebbe tutta l’Europa ad avanzare richieste di indennizzo.

Sant’Anna rimane ancora (in parte) senza giustizia.

Francesca Ascoli


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 ottobre 2012
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Esplosioni. Non si parla di fuoco e di armi, ma di frutta e vasi di fiori. Sono le opere di Ori Gersht, geniale fotografo israeliano, ma inglese d’adozione. Ha studiato fotografia nelle più prestigiose università di Londra, oggi la insegna alla University for the Creative Arts a Rochester, nel Kent, e in questo periodo è in corso una sua mostra al Museum of Fine Arts di Boston, intitolata Ori Gersht: History Repeating, che ripercorre la storia del secolo scorso attraverso evocativi paesaggi. Ma le sue opere più suggestive, anch’esse presenti, sono decisamente le esplosioni.

La sua Big Bang, un ricco vaso pieno di fiori su uno sfondo nero, a prima vista potrebbe essere facilmente scambiata per un vecchio quadro d’autore. Gersht ha infatti disposto la sua composizione, che nella mostra appare in video su un monitor ingannevolmente incorniciato come un quadro, imitando le nature morte di Jan Van Huysum, pittore olandese del XVIII secolo. Avvicinandosi, si sente il suono acuto di una sirena e poi…bum! Il perfetto vaso di fiori scoppia improvvisamente, pezzi di vetro, acqua e petali variopinti invadono lentamente insieme al fumo lo sfondo scuro. Stesso principio in Pomgranate: stavolta il video mostra un proiettile al rallentatore che disintegra un melograno sospeso con un filo, sempre nel nero, sempre parte di una natura morta. Una spaccatura netta, i chicchi e il succo che schizzano spiccano con il loro colore acceso.

È evidente, dietro tutto questo c’è la concezione di un artista. La contrapposizione fra la calma perfetta della pace e la brutalità distruttiva della violenza e l’inaspettata corrispondenza di quest’ultima con un’immagine di vivida bellezza. Entrambe rivelate allo spettatore dal medesimo brevissimo e improvviso istante dello scoppio. L’evocazione romantica del sublime, ispirata ai dipinti di Turner e Friedrich. Il ricordo personale dell’infanzia in Israele segnata dalla Guerra del Kippur. Il fatto non casuale che “rimon” in ebraico significa sia melograno sia granata e che il rosso vivo dei suoi frammenti richiami la crudissima immagine di uno spargimento di sangue. “Sono interessato a quelle opposizioni di attrazione e repulsione, e a come il momento della distruzione nei fiori che esplodono diventi per me il momento della creazione”, ha inoltre spiegato Gersht al New York Times.

Insomma, di fronte a queste opere c’è ampio spazio per filosofeggiare. Però, spogliandole da tutti questi profondi significati e rimandi intellettuali, le immagini di Gersht rimangono ancora davvero speciali. Anche guardate sul piccolo schermo di un computer (dal sito http://www.mfa.org/exhibitions/ori-gersht) o in una fotografia che immortala un singolo istante del processo. Con l’immaginazione si possono sentire il profumo dei fiori, il bagnato delle gocce d’acqua, le schegge di vetro appuntite, il fumo denso che avvolge e il succo di melograno che cola. E il ritratto di ogni istantanea, che congela un singolo frammento di quell’incredibile e in realtà velocissimo movimento, è diversissimo dall’altro ma altrettanto stupefacente, sono figure astratte dalla bellezza che incanta. Un’esperienza da provare.

 Francesca Matalon

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 ottobre 2012
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Con una laurea in relazioni internazionali non è poi così improbabile finire a lavorare all’estero. Poi, se

sei particolarmente fortunato, il lavoro in questione oltre ad appassionarti e ad essere discretamente

interessante, un giorno d’ottobre ti porta a Varsavia, per prendere parte niente meno che alla

Conferenza Annuale sulla Dimensione Umana (HDIM) organizzata dall’ Ufficio per le Istituzioni

Democratiche ed i Diritti umani (ODIHR) dell’ Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in

Europa (OSCE) (da leggere tutto di un fiato, al decimo tentativo dovrebbe riuscirvi). Dietro questa

trafila di sigle si cela la più grande conferenza sui diritti umani d’Europa.

 

Una maratona lunga dieci giorni che ha visto rappresentanti di istituzioni internazionali, Stati membri

ed organizzazioni non governative affannarsi in una sequela di dibattiti, tavole rotonde, gruppi di

lavoro e seminari. Temi affrontati: democrazia e diritti umani. Quest’anno con una speciale attenzione

alla condizione dei rom, delle minoranze nazionali e alla libertà di pensiero, coscienza e religione.

 

In particolare quest’ultimo punto spiega la mia, spero non troppo insignificante, presenza in occasione

dell’evento. Incaricata dalla CEJI – A Jewish Contribution to an Inclusive Europe, l’organizzazione

per cui lavoro impegnata nel campo dell’educazione alla diversità e della lotta alla discriminazione, a

prendere parte ad una tavola rotonda sulla solidarietà interreligiosa promossa dall’Emisco (Iniziativa

Musulmana Europea per la Coesione Sociale) perfino la mia voce è stata ascoltata!

 

Perché quello che distingue questa conferenza dalla miriade di eventi organizzati ogni anno sul tema

dei diritti umani è la straordinaria presenza di attivisti, gruppi religiosi e organizzazioni non governative

che hanno l’opportunità di far sentire la loro voce di fronte a Stati, governi e organismi internazionali, in

un faccia a faccia piuttosto insolito.

Seppure questa conferenza non sia libera dalle frustrazioni tipiche di chi, lavorando a stretto contatto

con la società civile, vorrebbe assistere ad un cambiamento in positivo che talvolta sembra non

arrivare mai, la conferenza rappresenta un palcoscenico indiscutibilmente prezioso per denunciare

pubblicamente mancanze, o nei casi peggiori abusi di Stati e governi.

La modalità “goccia in mezzo al mare” si disattiva per qualche giorno, con la speranza di aver dato

una robusta spinta in avanti al lavoro faticosamente accumulato durante l’anno.

 

Per i coraggiosi arrivati alla fine dell’articolo svegli, di seguito riporto una serie di link che potrebbero

essere d’interesse:

 

Cos’e`l’OSCE: http://www.osce.org/it/secretariat/35778

Human Dimension Implementation meeting: http://www.osce.org/odihr/92512

CEJI – A Jewish Contribution to an Inclusive Europe: www.ceji.org

Emisco – http://www.emisco.com/

 

Melissa Sonnino

Community Affairs Coordinator per CEJI – A Jewish contribution to an inclusive Europe


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 ottobre 2012
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“Oggi sono convinto più che mai che il nostro piccolo Stefano non sia morto invano. Oggi la Comunità ebraica non è più sola. La cosa più terribile che mi è stata fatta è stato togliermi la possibilità di conoscere mio fratello. Mi è stato portato via un compagno di giochi. Un compagno di vita. Con cui parlare, confidarsi, scherzare e anche litigare. In fondo avevo solo 4 anni quando mi fu portato via. Un’età in cui è difficile capire che il fratellino più piccolo con cui giocavi non c’è più”. Con queste parole Gadiel Gay Tachè ha ricordato il fratello Stefano, assassinato da un commando di terroristi palestinesi il 9 ottobre 1982. La cerimonia di commemorazione si è svolta pochi giorni fa nella Sinagoga Maggiore di Roma alla presenza delle istituzioni e del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Una platea commossa ha regalato un lungo applauso alle parole di Gadiel ed ha compreso quello che voleva essere il suo messaggio: lo Stato italiano si deve adoperare per consegnare alla giustizia i mandanti e gli esecutori materiali di quel vile gesto che ha lasciato un segno indelebile nella vita di una Comunità. Troppo poco fino ad oggi si è fatto: se esistono dei segreti di Stato devono essere resi pubblici, è un sacrosanto diritto. Dobbiamo poter credere che una verità storica e giudiziaria sia accertata su quella triste pagina. Noi giovani abbiamo il dovere morale di ricordare quel momento della Storia recente e batterci per far si che avvenimenti simili non possano ripetersi in futuro.

Daniele Massimo Regard

 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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