Società e politica

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 novembre 2012
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Dopo l’attacco terroristico alle Torri Gemelle avvenuto l’undici settembre del 2001, molte cose sono cambiate: il concetto di sicurezza assieme a quello di guerra hanno subito delle profonde trasformazioni.

La sicurezza di uno Stato si basava sul presupposto che fintantoché fosse riuscito a mantenere integre le sue frontiere e a respingere gli attacchi provenienti dall’esterno dagli Stati confinanti esso sarebbe riuscito a mantenere il controllo della situazione.

Oggi gli attacchi non vengono più perpetrati da stati bensì da singole persone o gruppi che godono dell’appoggio più o meno palese di alcuni Stati.

I conflitti odierni si sviluppano in nuovi scenari come quelli del cyberspazio.

I siti web di varie agenzie e di società sono stati violati indiscriminatamente da una serie di hacker.

La guerra informatica oramai si sta diffondendo rapidamente essa fa parte della nostra quotidianità coinvolgendo tutti.

Gli effetti che si possono conseguire sono due: da un lato si fa un ampio utilizzo delle immagini e dei video per catturare l’attenzione della persone e suscitare delle profonde emozioni, dall’altro si cerca di paralizzare il nemico controllando le strutture fondamentali di un Paese.

Una cyber aggressione è in grado di produrre effetti devastanti simili ad una vera e propria guerra. Ad esempio e possibile: controllare le centrali elettriche, le raffinerie, gli oleodotti, gli scambi ferroviari ed altri punti nevralgici di una nazione.

Gli attacchi informatici permettono di aggirare tutte le difese militari convenzionali causando, così ingenti danni materiali.

La paralisi di siti web di agenzie, scuole, università, aeroporti, stazioni,banche evoca uno scenario apocalittico e produce altresì ingenti danni economici.

A poco vale la dissuasione basata sulla minaccia di ritorsioni se non si riesce ad individuare l’autore dell’attacco.

Risulta necessario capire l’origine dell’attacco in modo da poterlo fronteggiare.

Il cyberspazio oramai è considerato come un vero e proprio campo di battaglia, dove i vari Stati e le varie persone si contendono l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale a colpi di scoop più o meno fondati.

Gli Stati possono fronteggiare tale fenomeno operando su due versanti: dotandosi di adeguati strumenti informatici ed istituendo dei corpi speciali di polizia, ed istituendo un codice di diritto dell’informatica che contempli delle pesanti sanzioni contro coloro i quali si rendano colpevoli di tali reati.

Le penalità per eventuali violazioni dovrebbero essere demandate alla giurisdizione dei diversi Paesi.

 Joel Terracina


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 novembre 2012
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“Le camere a gas non sono mai esistite, lo sterminio non ha avuto luogo. La Shoah sarebbe una “favola” che gli ebrei vanno raccontando da decenni“.

Questo è ciò che i cosiddetti negazionisti affermano.

I primi negazionisti sono stati proprio i nazisti, i quali hanno tentato di occultare i loro crimini nascondendo ogni prova. Come si legge nel libro di Donatella Di Cesare che verte proprio sul negazionismo, i nazisti, sulla base del loro motto “Nacht und Nebel”, ovvero “Notte e Nebbia”, si adoperarono per garantire la sparizione, rigorosamente senza tracce, delle vittime.

Nella fattispecie, il nazismo non solo ha smentito il crimine, ma è risultato così ambizioso da negare l’esistenza stessa delle vittime: distruggendo le prove di ciò che è stato, si sarebbe cancellata l’esistenza non solo nel presente ma anche nel ricordo del passato che sarebbe stato possibile nel futuro.

Rebus sic stantibus, la negazione della Shoà è sì una forma di propaganda antisemita che nega l’evidenza dei fatti storici per fini ideologici e politici, ma in particolar modo si identifica come mero proseguimento dell’annientamento stesso.

Attualmente i negazionisti appartengono a vari schieramenti, nazionali ed internazionali; dipingono la Shoà come una truffa e si basano sulla teoria di un presunto complotto: idea non nuova, in relazione all’ebraismo, se si tiene in considerazione l’esempio della diffusione dei Protocolli dei Savi di Sion, volta anch’essa ad una fallace dimostrazione circa la cospirazione ebraica funzionale al controllo sulle dinamiche mondiali.

Se è vero che l’analisi storica è ritenuta necessaria e insostituibile per approfondire tutti gli aspetti della Shoà nel contesto storico-culturale in cui si è realizzata, è ugualmente vero che il negazionismo non è ricerca scientifica! Conseguentemente, le condotte dei negazionisti non devono trovare alcune forma di legittimazione sulla base del diritto alla libera espressione del pensiero.

La manifestazione di opinioni negazioniste della Shoà integra un abuso del diritto di espressione previsto dall’art.10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo dal momento che, sostenendo la negazione o la revisione di fatti storici definitivamente stabiliti, rimette in causa i valori che fondano la lotta contro il razzismo e l’antisemitismo e comporta inevitabilmente un pericolo per l’ordine pubblico. Pertanto, il suo perseguimento da parte della legislazione nazionale costituisce un’ingerenza legittima ad una misura necessaria in una società democratica.

Crescente è il numero di coloro che negano Auschwitz, non solo nell’ex territorio nazista, in Germania, bensì nel Medio Oriente, nelle Americhe e in molti Paesi europei.

In paesi come l’Austria, la Francia, il Belgio e la Germania negare la Shoà è ritenuto un reato, mentre viene sanzionato in paesi come Israele, Portogallo, Spagna e Svizzera.

Finalmente anche l’ Italia, benché con notevole ritardo, vuole uniformarsi alle normative degli altri paesi europei nel contrastare ogni forma di negazionismo del genocidio degli ebrei e delle altre minoranze etniche e favorire una maggiore cooperazione giudiziaria, tanto che nel 69° anniversario della deportazione degli ebrei romani nei lager nazisti è stato presentato in Senato un Disegno di Legge contenente “Modifiche all’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, in materia di contrasto e repressione dei crimini di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello Statuto della Corte penale internazionale”.

L’iniziativa nasce dalla volontà di far sì che anche in Italia esista una norma di contrasto di quelle forme di negazionismo che costituiscono uno degli aspetti più odiosi delle pratiche razziste.

Alla presentazione del Disegno di Legge sono intervenuti il Presidente del Senato, Renato Schifani, la senatrice Silvana Amati (prima firmataria del ddl), Anna Finocchiaro (presidente del gruppo parlamentare PD), Lucio Malan (segretario alla Presidenza del Senato), la Professoressa Donatella Di Cesare, il presidente dell’UCEI Renzo Gattegna, il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici.

Infine, anche nel corso della riunione di Consiglio dell’UCEI del 28 ottobre, cosi come è stato fatto precedentemente dalla Comunità Ebraica di Roma, è stato approvato all’unanimità un documento di sostegno all’approvazione da parte del Parlamento Italiano di una legge di contrasto all’apologia, negazione o minimizzazione della Shoà, dei crimini di genocidio, dei crimini di guerra o dei crimini contro l’umanità, anche quando gli stessi vengono compiuti attraverso la diffusione di materiale per via telematica, così come previsto dal Protocollo addizionale di Budapest del 2003 per una legge che renda reati sanzionabili il negazionismo ed il cyber-crime.

Si auspica che sia approvato al più presto il Disegno di Legge presentato al Senato per introdurre il reato di negazionismo in quanto la memoria condivisa e la conoscenza e il rispetto della Storia sono un pilastro per costruire la società di oggi. L’augurio, pertanto, è quello che l’Italia, come altri Paesi europei, si opponga fermamente e legalmente contro questa ideologia che mina i fondamenti e i principi della democrazia europea risorta dalle ceneri di Auschwitz.

 Sarah Shirley Di Veroli


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 ottobre 2012
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Il 6 novembre 2012 si vota negli States per l’elezione del Presidente. Due sono gli sfidanti: il presidente in carica Barack Obama; il candidato repubblicano Willard Romney, per gli amici più stretti “il vecchio Mitt”.

Questi due “ragazzi” – entrambi laureati in legge in quella panetteria di Nobel che è Harvard – lottano ormai da un anno per accaparrarsi la poltrona più ambita d’America.

Vediamoli più da vicino. Mitt, lo chiameremo così il nostro candidato che ha come simbolo l’elefante, è un uomo di business. Fondatore della Bain Capital, società di consulenza americana su cui il repubblicano ha costruito una fortuna. Pragmatico e spietato. Di cultura mormone. In questa campagna elettorale non c’è fronte su cui non abbia attaccato il suo sfidante. Economia, politica estera, sicurezza, spesa pubblica sono i punti chiave della campagna di Mitt.

Barack, l’attuale presidente, è invece il sognatore democratico in groppa all’asinello. Modello di riferimento: Martin Luther King. Primo nero ed essere eletto alla Casa Bianca, gli è stato conferito il Nobel per la Pace poco dopo il suo insediamento alla White House. Un premio, a dirla tutta, più che altro alle intenzioni.

I due candidati nelle ultime settimane si stanno letteralmente affrontando a colpi di talk show. Mitt accusa Barack della scarsa sensibilità nei rapporti internazionali. Lo accusa di aver raggiunto il punto più basso nella storia americana per quanto riguarda il peso che gli States hanno nello scenario della politica mondiale. Barack risponde che l’America ha problemi interni molto gravi (Welfare State e Riforma Sanitaria).

Questo è il quadro generale. Cosa succede invece nei rapporti tra Stati Uniti e Israele?

Da sempre i rapporti con Israele sono stati il fulcro delle politica estera statunitense, ancor di più dopo quel maledetto martedi di settembre dove un commando di qaedisti sterminò migliaia di cittadini americani. La lotta al terrorismo si basa oramai da 10 anni sull’asse Washington – Tel Aviv. Negli ultimi tempi, però, i rapporti si sono freddati. Barack e Bibi non vanno d’accordo. E forse Obama è stato il presidente che, dopo Carter, ha congelato in maniera più netta i rapporti con il suo principale alleato strategico in Medio Oriente.

Dall’altra parte c’è Mitt. Il principe dell’elefantino negli ultimi mesi ha preso posizioni del tutto compatibili con la volontà israeliana arrivando a dire che: “gli ebrei sono culturalmente superiori agli arabi”. E se la cultura non bastasse ha aggiunto che Gerusalemme è senza dubbio dello Stato Ebraico.

Quindi di chi ci dobbiamo fidare noi ebrei: di Barack o di Mitt? Ogni riferimento all’Iran è puramente casuale.

La parola al popolo. Noi dalla nostra piccola Penisola, potremo solo guardare da spettatori in piccionaia.

 Edoardo Amati


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 ottobre 2012
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La procura di Stoccarda archivia l’inchiesta sulla strage di Sant’Anna.

Ci sono ferite che, nonostante il tempo, continuano a sanguinare. Una di queste è Sant’Anna di Stazzema. I giudici tedeschi hanno archiviato l’inchiesta sul massacro del piccolo paesino aggrappato sulle Alpi Apuane: per gli inquirenti durante l’inchiesta non è stato possibile accertare con sicurezza che la strage sia stata un atto programmato e un’azione di rappresaglia nei confronti della popolazione civile. La procura rileva anche che la mera appartenenza dei diciassette accusati all’unità Walfen SS non basterebbe a dimostrare la colpa individuale nell’eccidio.

Quel 12 agosto del 1944, 560 persone, per la maggior parte donne, anziani e 116 ragazzi, la più piccola di soli 20 giorni, furono trucidati dalla barbarie naziste.

Sant’Anna di Stazzema all’inizio dell’estate era stata dichiarata dai comandi tedeschi “zona bianca”, una zona destinata all’accoglimento degli sfollati. Inoltre, i partigiani presenti nella zona avevano da tempo abbandonato il paese senza aver compiuto azioni militari verso l’esercito tedesco. Nonostante ciò, verso le 7 di quel mattino, i nazisti della 16° SS Panzergrenadier Divison, comandata dal generale Max Simon, dopo aver chiuso ogni possibile via di fuga, accerchiarono il paese. Gli uomini scapparono nei boschi, mentre donne, bambini e anziani, convinti di essere civili inermi, rimasero all’interno.

Bastarono tre ore. Solo tre ore per sterminare a colpi di mitraglia e bombe a mano 560 innocenti.

Le vittime di quel tragico evento rimasero senza giustizia fino al 1994, quando fu scoperto l’Armadio della Vergogna. Il procuratore militare Antonio Intelisiano, durante la ricerca di alcuni documenti a Palazzo Cesi, scoprì un mobile rivolto verso il muro e protetto da un cancello chiuso a chiave. Era l’Armadio della Vergogna. Conteneva un grande registro con migliaia di voci: 695 fascicoli e 415 nomi dei colpevoli. Fra queste voci una riguardava i nazisti colpevoli della strage di Sant’Anna.

Inizio cosi, dieci anni dopo, il processo davanti al Tribunale militare di La Spezia. Sul banco degli imputati finirono non gli esecutori materiali (che avrebbero raggiunto un numero spropositato per un processo), ma i mandanti, coloro che diedero l’ordine di sparare. Erano tutti ancora vivi anche se molto anziani, e nel 2005 furono condannati tutti all’ergastolo. All’ufficiale Gerhard Sommer e ai sottoufficiali Georg Rauch e Karl Gropler, nel 2010, fu confermato l’ergastolo.

Ma la memoria di quella strage, dopo la sentenza di archiviazione arrivata da Stoccarda, sembra affievolirsi. Dopo dieci anni di processo, i giudici tedeschi hanno deciso che «dalle indagini, condotte in maniera ampia ed estremamente approfondita insieme all’ufficio criminale del Baden-Wuertemberg, è emerso che non è possibile dimostrare una partecipazione dei 17 indiziati – in particolare degli otto ancora in vita – agli avvenimenti del 12 agosto 1944 nel paese di S. Anna di Stazzema punibile con una pena che non sarebbe prescritta». Forse una mossa politica. Se la Germania concedesse un risarcimento di guerra per uno dei propri crimini, si creerebbe un effetto domino che porterebbe tutta l’Europa ad avanzare richieste di indennizzo.

Sant’Anna rimane ancora (in parte) senza giustizia.

Francesca Ascoli


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 ottobre 2012
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Esplosioni. Non si parla di fuoco e di armi, ma di frutta e vasi di fiori. Sono le opere di Ori Gersht, geniale fotografo israeliano, ma inglese d’adozione. Ha studiato fotografia nelle più prestigiose università di Londra, oggi la insegna alla University for the Creative Arts a Rochester, nel Kent, e in questo periodo è in corso una sua mostra al Museum of Fine Arts di Boston, intitolata Ori Gersht: History Repeating, che ripercorre la storia del secolo scorso attraverso evocativi paesaggi. Ma le sue opere più suggestive, anch’esse presenti, sono decisamente le esplosioni.

La sua Big Bang, un ricco vaso pieno di fiori su uno sfondo nero, a prima vista potrebbe essere facilmente scambiata per un vecchio quadro d’autore. Gersht ha infatti disposto la sua composizione, che nella mostra appare in video su un monitor ingannevolmente incorniciato come un quadro, imitando le nature morte di Jan Van Huysum, pittore olandese del XVIII secolo. Avvicinandosi, si sente il suono acuto di una sirena e poi…bum! Il perfetto vaso di fiori scoppia improvvisamente, pezzi di vetro, acqua e petali variopinti invadono lentamente insieme al fumo lo sfondo scuro. Stesso principio in Pomgranate: stavolta il video mostra un proiettile al rallentatore che disintegra un melograno sospeso con un filo, sempre nel nero, sempre parte di una natura morta. Una spaccatura netta, i chicchi e il succo che schizzano spiccano con il loro colore acceso.

È evidente, dietro tutto questo c’è la concezione di un artista. La contrapposizione fra la calma perfetta della pace e la brutalità distruttiva della violenza e l’inaspettata corrispondenza di quest’ultima con un’immagine di vivida bellezza. Entrambe rivelate allo spettatore dal medesimo brevissimo e improvviso istante dello scoppio. L’evocazione romantica del sublime, ispirata ai dipinti di Turner e Friedrich. Il ricordo personale dell’infanzia in Israele segnata dalla Guerra del Kippur. Il fatto non casuale che “rimon” in ebraico significa sia melograno sia granata e che il rosso vivo dei suoi frammenti richiami la crudissima immagine di uno spargimento di sangue. “Sono interessato a quelle opposizioni di attrazione e repulsione, e a come il momento della distruzione nei fiori che esplodono diventi per me il momento della creazione”, ha inoltre spiegato Gersht al New York Times.

Insomma, di fronte a queste opere c’è ampio spazio per filosofeggiare. Però, spogliandole da tutti questi profondi significati e rimandi intellettuali, le immagini di Gersht rimangono ancora davvero speciali. Anche guardate sul piccolo schermo di un computer (dal sito http://www.mfa.org/exhibitions/ori-gersht) o in una fotografia che immortala un singolo istante del processo. Con l’immaginazione si possono sentire il profumo dei fiori, il bagnato delle gocce d’acqua, le schegge di vetro appuntite, il fumo denso che avvolge e il succo di melograno che cola. E il ritratto di ogni istantanea, che congela un singolo frammento di quell’incredibile e in realtà velocissimo movimento, è diversissimo dall’altro ma altrettanto stupefacente, sono figure astratte dalla bellezza che incanta. Un’esperienza da provare.

 Francesca Matalon

 



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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