Società e politica

Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 gennaio 2016
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svegliaitaliaIeri pomeriggio in numerose località italiane e in alcune grandi città estere si sono svolte manifestazioni a favore del ddl Cirinnà sulle unioni civili. Un testo, a detta di molti, ancora insufficiente eppure, se superasse indenne le forche caudine dell’iter parlamentare, in grado di ridurre il gap legislativo che separa l’Italia da tutti i Paesi dell’Europa occidentale e da Israele.
Ho partecipato alla manifestazione organizzata dalle sigle Lgbt a Torino: una piazza Carignano traboccante di volti giovani che si sono stancati di essere il futuro e vorrebbero cominciare a essere il presente.

sentinelleA poche centinaia di metri si è svolta un’altra manifestazione, di segno opposto, quella delle “Sentinelle in piedi”. Ho approfittato della vicinanza per andare a dare un’occhiata, districandomi a stento tra i 10000 di piazza Carignano. Le ho viste, le “Sentinelle”: qualche decina di spettri grigi, gli occhi acquosi, stiliti senza colonna, servitori di una presunta giustizia che non ha più un mondo su cui venire calata.
Non lo ha più perché il mondo è cambiato ma loro no, giannizzeri tardivi di un’idea difesa con fanatico coraggio di fronte ai cori di scherno di alcuni manifestanti giunti dall’altra piazza, quella confusa, forse troppo, eppure colorata.

Non ho la pretesa di parlare a nome dell’ebraismo – non potrei farlo e non ne sarei in grado – ma mi piace pensare che la centralità che questo dà alla persona, al soggetto morale consapevole e capace di scegliere responsabilmente, vada di pari passo con la difesa dei diritti di coloro che ne sono privati. Come ha sostenuto recentemente Gadi Luzzatto Voghera su Moked, quello che il ddl Cirinnà dovrebbe sancire, non senza timidezza, è una realtà ormai solida. Una realtà di fronte a cui troppo a lungo abbiamo voltato la testa, e che oggi si presenta con sempre maggiore urgenza. Non oso avventurarmi per i difficili sentieri della halachà, rimando però con piacere all’importante intervista di Anna Segre a rav Haim Fabrizio Cipriani pubblicata alcuni mesi or sono da “Ha Kehillah”, una esplicita apertura alle unioni omosessuali che assume la Torah stessa come base, e alle riflessioni di rav Amedeo Spagnoletto in occasione di un evento organizzato dall’Ugei nel giugno 2014.

E’ tempo di decidere verso quale piazza dirigerci.

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Giorgio Berruto ha studiato filosofia a Pavia. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto ha studiato filosofia a Pavia. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 gennaio 2016
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sinagogaIl 17 gennaio sono stato invitato al Tempio Maggiore di Roma in qualità di Presidente UGEI, in occasione della visita di Papa Francesco. Non scrivo per farvi una cronaca dell’evento, cosa che potete trovare ovunque con video associati, ma per raccontare impressioni e pensieri.

Ad aprire le danze è stata Ruth Dureghello, Presidente della Comunità di Roma.
Un discorso in cui la Presidente ha voluto mandare il messaggio di essere una donna forte, adatta a guidare una grande comunità come quella romana, discorso che si è concluso con  una denuncia dei continui attacchi terroristici islamici che subisce Israele, così come l’Europa.
Un discorso che ha emozionato migliaia di membri comunitari, che hanno espresso con energia il proprio appoggio a questa presidenza.
Un discorso però, secondo il mio parere, a tratti, fuori contesto.

Non fraintendetemi, ho apprezzato il contenuto di ciò che è stato detto, semplicemente credo che alcuni argomenti non fossero adatti né al momento né alla figura politica da lei rappresentata.
In un’occasione unica di dialogo interreligioso, condivisione e confronto è giusto rinnovare la volontà di collaborazione e il riconoscimento reciproco delle autorità religiose, seppur marcando la propria autonomia (come ribadito da אני מאמין , cantato in chiusura), ma non è l’occasione in cui sfruttare la visibilità per discorsi prettamente politici, discorsi che mi sarei eventualmente potuto aspettare da un rappresentante del governo israeliano, piuttosto che dal Presidente della Comunità di Roma.

Ruth Dureghello, Papa Francesco, Renzo Gattegna
Papa Francesco con Ruth Dureghello e Renzo Gattegna

A seguire un altro bell’intervento, quello del Presidente dell’Unione delle Comunità Renzo Gattegna che, seppur con un registro meno sensazionalistico, ha affrontato i temi dell’antisemitismo sia nell’opinione pubblica sia come causa di attentati. Gattegna ha concluso il proprio discorso trattando un tema molto attuale, l’utilizzo di simboli e stereotipi, da sempre esistenti e ancora più oggi, per veicolare il messaggio di odio antiebraico. L’unica spiacevole nota rimane il fatto che un intero settore del pubblico presente, forse troppo affaticato dagli entusiasmi suscitati dal discorso precedente, o forse non coinvolto da un intervento poco enfatico, sembrava incapace di applaudire alle sue parole.

Il successivo discorso del padrone di casa, rav Di Segni, impegnato tra l’altro a sottolineare che “le differenze religiose non devono essere giustificazione all’odio e alla violenza”, passando per citazioni di versi di Torà e Talmud, è stato il più incisivo e calzante. Già dall’incipit in modo amichevole e molto intelligente, il suo chazaqà è apparso realmente come l’aspettativa che questa occasione diventi una consuetudine, un invito a portare avanti le nostre battaglie comuni insieme anche in futuro. Il discorso ha toccato il tema del confronto, anche negli usi religiosi, portando come esempio il Giubileo che trova le proprie radici nella Torà. Rav Di Segni ha poi ribadito però come l’incontro non dovesse essere finalizzato a una discussione teologica, cosa che sarebbe risultata insensata essendo le due fedi distinte e autonome, ma fosse invece un momento per riaffermare con forza che tali differenze religiose non devono essere causa di odio e violenze, bensì di collaborazione, anche nello schierarsi contro ogni tipo di fondamentalismo di matrice religiosa.

Papa Francesco incontra rav Riccardo Di Segni
Papa Francesco incontra rav Riccardo Di Segni

L’ultimo intervento è stato quello del Papa. Israele, inteso come Stato, non è stato nominato nel suo discorso, è stato invece chiamato “Terra Santa”. Sembra questo l’unico messaggio recepito nel mondo ebraico, da quello che leggo online. Una grossa mancanza, sia chiaro, ma davanti al forte monito contro l’antisemitismo, la condanna del terrorismo la cui violenza, ha detto, è “in contraddizione con ogni religione degna di questo nome”, il ricordo della Shoah, l’importanza data alla Memoria e l’augurio di proseguire un percorso iniziato cinquant’anni fa, una mancanza che passa in secondo piano.

Saremo noi, le nuove generazioni e quelle future, ad essere chiamati a continuare questa chazaqà, e a far sì che il legame e il rispetto tra le due istituzioni possano essere tali che nel prossimo incontro non ci sia bisogno di parlare di Israele ma che il nome dello Stato di Israele possa essere nominato anche da un Papa.

Arièl Nacamulli, nato a Roma, studente al Politecnico di Milano
Arièl Nacamulli, nato a Roma, studente al Politecnico di Milano

Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 gennaio 2016
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kippahIn un clima di indifferenza pressoché generale al di fuori del mondo ebraico, abbiamo visto, negli ultimi tempi sempre di più, il susseguirsi in tutta Europa di attentati, intimidazioni o semplici situazioni spiacevoli ai danni di molti nostri correligionari. È vero che ciò avviene in un momento storico in cui tutta l’Europa, e non solo, si ritiene sotto la costante minaccia del sedicente Stato islamico, ma è altrettanto evidente, dato il numero esiguo della minoranza che il popolo ebraico rappresenta nel mondo, che esiste un problema più antigiudaico che antisemita.

Fa notizia, dopo l’ultima aggressione di Marsiglia, l’invito fatto agli ebrei dalle autorità francesi di non indossare pubblicamente la kippà o altri simboli distintivi della nostra fede. Forte la reazione del Rabbino capo di Francia Haim Korsia: “Continueremo a portare la kippà”. Forte anche la reazione dell’UEJF, Union des Etudiants Juifs de France, che si è fatta promotrice di un iniziativa che consisteva nel girare per le strade di Parigi proponendo ai passanti (uomini e donne) di farsi una foto con la kippà in testa e un cartello con suscritto l’hastag #kippapeur.

Da qui le imitazione nostrane: Il Foglio, in prima pagina, invita tutti per la Giornata della Memoria del 27 gennaio a indossare una kippà. Tralasciando l’infelice scelta della data, con cui personalmente faccio davvero fatica a vedere una connessione, è interessante osservare come il mondo ebraico abbia reagito alla proposta. C’è chi aderisce con entusiasmo, chi coerentemente con le proprie abitudini sostiene che non la indosserà e chi per le stesse ragioni sostiene che la continuerà a indossare.

Haim Korsia, Rabbino Capo di Francia
Haim Korsia, Rabbino capo di Francia

Siamo sicuri che siano queste le risposte giuste da dare? Non si rischia forse di politicizzare un simbolo intimo, quale è la kippà, che dovrebbe ricordarci della presenza divina al di sopra di noi?

Io ormai da molti anni indosso la kippà tutti i giorni: a scuola, per strada, ora all’università. Forse mi è difficile intendere il senso di questa “reazione d’orgoglio” nell’indossare qualcosa che considero parte del mio vestiario quotidiano. Tanto più mi riesce difficile accettare l’idea che dei non ebrei intendano usare un mio simbolo religioso per una campagna che lasciano intendere, non troppo velatamente, di mettere in opposizione al World hijab day del primo febbraio, in una sorta di guerra, questa sì molto velata, tra civiltà in cui quella ebraica vuole essere chiamata a rappresentare i valori dell’occidente.

Mentre questi pensieri mi balzano per la mente, però, interviene dentro di me un inaspettato senso di déjà vu. Ma nishtana ha-laila ha-zeh mi-kol ha-leilot? Durante i giorni di Pesach siamo soliti cambiare le nostre abitudini. Modificare sensibilmente la nostra vita per renderci conto di chi siamo e di quale sia la nostra storia. In questi anni abbiamo visto in tutto il mondo nascere iniziative come lo Shabbat project: giornate in cui tutto il popolo ebraico si dovrebbe ritrovare unito a condividere  tramite lo shabbat un momento di comunità. A prescindere dall’effettivo risultato in termini di ritorno di partecipazione nelle nostre comunità a fronte di queste iniziative, resta comunque valido il concetto di fondo. Forse allora ha senso anche che tutti gli ebrei si trovino insieme in uno stesso giorno a indossare la kippà per ricordarci ancora di più chi siamo, quale sia il significato di quel pezzo di stoffa e quale sia realmente ciò che ci rende, dovunque nel mondo, un unico popolo.

Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei
Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei

Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 aprile 2015
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Ancora pieno di emozioni forti e tristi per la scomparsa di una delle più importanti figure dell’ebraismo italiano del Novecento quale Rav Toaff (z”l) , il nostro cuore ha dovuto subire un secondo sussulto, una pugnalata nella ferita ancora fresca. Sto parlando delle vergognose scritte, apparse per le vie della Capitale, che dissacravano quel profondo senso di rispetto che si dovrebbe avere per un uomo che ha segnato così profondamente la storia del dopoguerra italiano.

Le scritte su Rav Toaff, che ad oggi risultano già per lo più cancellate, sono state rivendicate da Militia, associazione clandestina di stampo fascista, di cui sono noti i capi e pochi altri, che da anni opera a Roma al fianco delle formazioni neofasciste più istituzionalizzate (che orrore dover usare questo termine).

Come ogni anno, con l’avvicinarsi del 25 aprile, noi tutti siamo tenuti, in quanto italiani resi liberi grazie alla Resistenza di cui Rav Toaff faceva parte, a riflettere su quello che non unicamente, ma almeno primariamente era l’intento della Resistenza tutta (dai fazzoletti rossi agli azzurri): liberare l’Italia dall’oppressione nazifascista. Ebbene, anche se oggi viviamo sicuramente in un’Italia migliore, atti come questo ci fanno capire che la Resistenza non è finita; che il fascismo esiste ancora ed anzi, in un epoca di maggiore qualunquismo pullula e si moltiplica tramite l’ignoranza, spesso anche in buona fede, di giovani sempre più impressionabili dal mito fascista proprio forse in quanto sempre più lontani cronologicamente dagli eventi e dall’ideologia a cui loro si ispirano.

Ci troviamo nel periodo in cui tra Pesach e Shavuot siamo tenuti a portare avanti la Sefiràt HaOmer, il conteggio delle sette settimane che sono trascorse tra il momento della nostra prima liberazione e il patto stretto con H. sul monte Sinai. C’è chi dice che la nostra libertà però non si sia completata a Pesach e che anzi, fino ad un momento prima che Mosè salisse per prendere le Tavole, la nostra liberazione non fosse ancora finita: un popolo è libero nel momento in cui si dà delle regole. Allo stesso modo l’Italia liberata non fu totalmente libera fino a che il 1 Gennaio 1948 entrò in vigore la Costituzione, figlia delle più grandi menti della Resistenza, che seppur d’opinioni differenti si trovarono unite negli ideali di democrazia, libertà e antifascismo.

Le Comunità ebraiche italiane ed europee (perché il neofascismo è un problema ancora più forte nel resto d’Europa) non devono però a parer mio cadere nell’errore delle fughe di massa. Il senso primo della Resistenza come abbiamo detto stava proprio nell’eliminazione totale del fascismo, non nella fuga da esso lasciandogli una possibilità in più di riaffermarsi. Noi in quanto italiani ed ebrei abbiamo come tutti gli altri il dovere di portare avanti la Resistenza nelle sedi istituzionali come sul territorio, facendolo anche come figli, nipoti ed eredi di Rav Toaff.

 Filippo Tedeschi

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 aprile 2015

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terrorismo

Mi ritengo un’amante della street art: mi piace camminare per le strade e lasciarmi cogliere di sorpresa dai pensieri delle persone lasciati sui muri della città.
Dalle frasi di canzoni, ai disegni, alle più gettonate dediche d’amore, c’è sempre qualcosa di affascinante in questo mezzo di comunicazione sempre più -illegalmente- in voga. Chi l’ha scritto? Quando? Perché proprio qui?
Eppure qualche volta me ne vado a passo svelto, accigliata, pensando che se avessi avuto in borsa una bomboletta avrei risposto a modo mio a quella scritta che adesso sembra solo imbrattare un muro che avrebbero fatto meglio a lasciare tutto bianco.

Qualche giorno fa, mi trovavo in via dei Pilastri. Ancora qualche metro e avrei svoltato in via Farini, dove si trova la sinagoga di Firenze. Davanti a me camminano tre ragazzi giovani, in fila indiana. Sono tre militari in divisa, armati. Continuo per la mia strada con le cuffie nelle orecchie e il noto una scritta sul muro: “terrorismo sono i militari nelle strade” firmata con la A di anarchia.

Da qualche settimana, infatti, sono state applicate alcune nuove misure di sicurezza disposte dal comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica per far fronte alla recente allerta terrorismo. Quindi, in aggiunta all’ordinaria sorveglianza, una pattuglia percorre e perlustra le strade che circondano la sinagoga. Il che significa che, a gruppi di tre, i soldati passano armati di mitra fra fiorentini e turisti.

Capisco che per noi italiani non sia la normalità. Non siamo abituati ad avere a che fare con uomini in divisa, tantomeno armati. Anche io sono rimasta perplessa quando ho visto le camionette davanti alla sinagoga, uomini armati che ne percorrono il perimetro… E i pensieri che affiorano alla mente in questi casi sono sempre poco piacevoli, collegati al nostro passato, a quello dei nostri nonni e bisnonni.

Quando sono in Israele non faccio neanche caso agli innumerevoli controlli a cui siamo sempre sottoposti, eppure in Italia non ci sono mai stati. Ma quando ci troviamo ad averne bisogno anche noi, in casa nostra, è lì che ci rendiamo conto di essere in pericolo. Non danno noia i militari nelle strade, dà noia aver bisogno di loro. D’impatto, forse, viene spontaneo pensare “Ma dai, che bisogno c’era?”. Ma quando poi si ripensa a tutti gli episodi di terrorismo che hanno ultimamente colpito l’Europa, la risposta è automatica: come è successo a loro, può succedere a noi e prevenire è meglio che curare.

Mi domando sempre cosa farebbero tutte le persone che screditano le forze dell’ordine se si trovassero in pericolo. Io credo che sarebbero i primi a chiamare il 112, o -peggio- a scappare a gambe levate per salvare la propria pelle.
I militari nelle strade non sono il terrorismo, è il terrorismo che ci costringe ad avere i militari nelle strade.
Voglio allora ringraziare questi ragazzi per il compito che svolgono ogni giorno, mettendo a rischio la loro vita per questa causa che in realtà riguarda tutti.

Diletta Camerini



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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