Shoah

Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 gennaio 2018
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Un paio di mesi fa ho avuto la possibilità di fare domanda per partecipare ad un viaggio della memoria e per farlo ho dovuto scrivere una lettera di presentazione in cui esporre i motivi che mi spingono a voler vivere un’esperienza simile.

Inizialmente mi sono trovata spaesata e confusa davanti allo schermo del mio computer; mi veniva chiesto cosa secondo me dovrebbe spingere una persona ad andare in visita ad Auschwitz ed in generale a ricordare e a “fare memoria”. Riflettendo sulle mie motivazioni, avrei certamente potuto raccontare esperienze personali, ma ho poi deciso di partire sì da qualcosa che mi riguardasse, ma che fosse molto semplice, ovvero il mio corso di studi. Frequento il dipartimento di Fisica di Torino da due anni; in questo lasso di tempo mi sono stati presentati diversi lati della fisica, ma nella mia lettera ho deciso di partire da una relazione che bene o male tutti conosciamo e di servirmene per raccontare il mio pensiero a proposito della necessità di ricordare e “fare memoria”.

Mi preme avvisare eventuali lettori fisici o aspiranti fisici che da questo punto in poi sarò assolutamente poco rigorosa e che la mia interpretazione sarà più visiva che formale. La relazione cui ho accennato è l’espressione della forza gravitazionale di Newton, che rappresenta l’interazione tra due corpi; tale interazione dipende dal valore delle masse m e  dei due oggetti e dalla costante di gravitazione universale g ed è inversamente proporzionale al quadrato della distanza tra i due corpi R.

Vorrei concentrarmi proprio sulla distanza tra i due corpi e per farlo immagino di avere una “linea del tempo”, una retta, su cui fissare un punto iniziale, che in questo caso è rappresentato dal periodo che va dal 1935 al 1945, dalla promulgazione delle leggi di Norimberga alla fine della seconda guerra mondiale:  la distanza che unisce questo “punto zero” all’anno corrente è il raggio R, la distanza che ci separa da quegli avvenimenti.


L’interazione che esiste tra due punti di questa immaginaria linea del tempo non è costante, anzi dalla sua espressione osservo che se R aumenta F diminuisce velocemente: spostandomi dalla fisica alla storia, potrei dire analogamente che la forza di ciò che è accaduto in quegli anni, l’impatto che questa porzione di Storia ha avuto e avrà su di noi, dipendono da quanto siamo distanti, volenti o nolenti, da essa.

Basti pensare che la narrazione diretta dei sopravvissuti tra poco non sarà più possibile e sembrerebbe dunque che più ci allontaniamo da ciò che deve essere ricordato, meno siamo in grado di ricordarlo.  Per fortuna non deve essere per forza così ed un’espressione come quella di Newton non regola la nostra capacità di ricordare: se non possiamo accorciare la distanza che ci separa da quegli eventi per sentirne tutto il loro impatto, possiamo aumentare la volontà di ricordare nelle persone, far crescere ciò che nell’espressione sopracitata sta al numeratore della frazione, la massa, che molto simbolicamente siamo tutti noi. Per questo ogni iniziativa verso la Memoria sarà sempre da incoraggiare e l’interessamento di ogni singola persona, nel proprio piccolo, sarà di anno in anno più prezioso.

Isabella Sofia


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 gennaio 2018
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“La verità del male. Eichmann prima di Gerusalemme” (Luiss University Press), la ricerca di Bettina Stangneth che ribalta la celebre tesi di Hannah Arendt sulla “banalità del male”, non è libro che possa essere facilmente ignorato. Innanzitutto per la mole, frutto di un notevole lavoro di documentazione, e che a prima vista potrebbe spaventare. In realtà il libro si sviluppa come un giallo, seguendo passo dopo passo i movimenti di Adolf Eichmann durante i quindici anni che vanno dalla disfatta della Germania alla cattura in Argentina e al successivo processo a Gerusalemme.

Mentre Hannah Arendt ha sostanzialmente ignorato gli anni argentini di Eichmann, fondando invece la propria tesi quasi esclusivamente sugli atti del processo e sulle impressioni ricavate durante il suo svolgimento in Israele, Bettina Stangneth ricostruisce gli anni cruciali che hanno preceduto la cattura. In questo periodo Eichmann è parte della fitta rete di sostegno e aiuto reciproco tessuta dai nazisti in Sud America, incontra spesso numerosi camerati e non considera affatto concluso il progetto che ha condotto allo sterminio di due terzi degli ebrei europei solo pochi anni prima. Al contrario, lamenta di non essere riuscito a fare abbastanza per “sterminare il nemico”: “avrei potuto fare di più e avrei dovuto fare di più”, sostiene (p. 350), e “annuncia il suo sogno di una grande alleanza tra nazisti e arabi”, che peraltro aveva già visto cominciare a realizzarsi a suo tempo a Berlino con la presenza del Gran Mufti Amin al-Husseini e la cooperazione di quest’ultimo con l’RSHA, la più importante sezione delle SS (p. 462). Per l’Eichmann argentino è Israele ormai il grande nemico, e non era certo un ex nazista allevatore di polli (attività che effettivamente svolse con un certo successo) quello che con atipica partecipazione emotiva nel 1956 prende le parti degli egiziani durante la crisi di Suez: “Veicoli corazzati israeliani si fanno strada nel Sinai mettendolo a ferro e fuoco, mentre l’aviazione israeliana riversa bombe sulle cittadine e sui villaggi egiziani […] Chi sono gli aggressori qui? Chi i criminali di guerra?” (p. 261). A dettare queste parole, ancora una volta, una militanza antisemita che non è mai venuta meno. È d’altronde evidente che senza l’intervento dello Stato di Israele il processo sarebbe stato non realisticamente pensabile, e Eichmann avrebbe continuato a vivere tranquillamente in Argentina.

Una tela di Lucio Fontana

Negli anni in Sud America Eichmann non conduce una vita riservata, come invece per esempio Mengele, che infatti morirà anziano nel 1979, ma anzi pecca di imprudenza. Eichmann lascia infatti una notevole mole di appunti, le “Carte argentine”, e si lascia intervistare nel 1957 da un giornalista olandese nazista. In questi colloqui, denominati “Interviste di Sassen”, Eichmann descrive apertamente la propria vecchia attività, e soprattutto dalla loro analisi emerge il lavoro di ricerca di cui il volume rende conto.

Quando viene divulgata la notizia del rapimento di Eichmann, il panico si diffonde presso camerati e nazisti più o meno pentiti in tutto il mondo. Sono in molti, anche nell’establishment della Germania federale, a temere quello che Eichmann potrebbe dire. In realtà la lealtà del criminale nazista nei confronti delle proprie idee e dei camerati non viene meno neanche a Gerusalemme. Qui, sotto gli occhi di Hannah Arendt e del mondo intero, Eichmann sostiene a proposito dello sterminio degli ebrei: “Lo sapevo, ma non potevo farci nulla”, e si definisce un “uomo di vedute limitate” che “non andava oltre le sue competenze” (p. 418). Un uomo grigio, banale insomma come il male di cui sarebbe stato artefice. Per mettere seriamente in discussione questa lettura, ecco riaffiorare i documenti degli anni argentini, a dimostrare quanto il criminale a Gerusalemme abbia scelto un cambio di ruolo e anche, in fondo, la sua insincerità.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 dicembre 2017
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Ieri è rientrata in Italia la salma dell’ex re d’Italia Vittorio Emanuele III, fuggito nel 1946 dopo aver abdicato a favore del figlio Umberto II. Le spoglie sono state trasportate dall’Egitto su un aereo dell’areonautica militare italiana. La famiglia Savoia ha chiesto che venga tumulato nel Pantheon, dove già si trovano i resti dei re d’Italia. Ricordiamo che Vittorio Emanuele III è stato il sovrano che ha rivestito un ruolo primario nel passaggio dallo Stato liberale alla dittatura fascista, confermando l’incarico a Mussolini perfino dopo il delitto Matteotti; ha trattato per quaranta giorni con gli Alleati la sopravvivenza della monarchia dopo la caduta del fascismo il 25 luglio 1943, consentendo di fatto l’invasione tedesca del Paese; infine, e soprattutto, ha sottoscritto le leggi razziste del 1938, che escludendo e perseguitando gli ebrei italiani hanno aperto le porte alla realizzazione della Shoah. 

Per questo l’Unione dei Giovani Ebrei d’Italia si unisce alle molte voci contrarie alla traslazione della salma. Facciamo nostre le parole della Presidente Ucei Noemi Di Segni, secondo cui non può esserci “nessun onore pubblico per chi porta il peso di decisioni che hanno gettato discredito e vergogna su tutto il Paese”. Per l’Ugei è intervenuta Carlotta Jarach, tra gli eletti durante il Congresso Ugei che proprio ieri si è concluso a Torino. [Ht redazione]

 

Ecco il suo intervento ai microfoni della Rai:


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 ottobre 2017
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“Unter dayne vaise shtern / shtrek zu mir dayn vaise hant. / Mayne verter zenen trern, / vien ruen in dayn hant” (Sotto la tua bianca stella porgimi la mano bianca. Sono lacrime le mie parole, falle riposare nella tua mano) è l’esordio di una delle più belle canzoni composte durante la Shoah, per la precisione nel ghetto di Vilna nell’inverno del 1943. E’ a questi versi che penso dopo aver terminato la lettura di “Sotto una stella crudele. Una vita a Praga, 1941-1968”, il libro delle memorie di Heda Margolius Kovály fresco di pubblicazione in Italia per i tipi di Adelphi: non solo per il riferimento all’astro, ma anche perché le sue parole, le parole scritte da Heda, risplendono di una luce notturna, attutita da uno stile sobrio, pulito e incisivo.

Heda Bloch, come numerosi ebrei dell’Europa centrale e orientale, è stata investita dalla violenza dei due grandi regimi totalitari del Novecento, gli stessi a partire dai quali si sviluppa un altro libro straordinario, “Vita e destino”, di un altro scrittore ebreo, Vassilij Grossman.

Heda racconta di Auschwitz e della fuga durante la marcia forzata verso Bergen Belsen, poi del ritorno nella sua Praga durante gli ultimi mesi di guerra. “Fino a quel momento avevo dovuto affrontare solo il sistema di polizia di un regime fascista. Ora mi toccava fare i conti con un nemico peggiore: la paura e l’indifferenza degli uomini”. Cerca aiuto presso i vecchi amici, ma la paura attanaglia i cuori. “Volevo sopravvivere, ma a quel prezzo la vita era troppo cara. Ancora un po’ e nel mio mondo non sarebbe rimasto più nessuno. Avrei perso quello che neppure i campi e la guerra erano riusciti a portarmi via”. Termina finalmente la guerra, il futuro irrompe nella vita dei superstiti. Heda sposa Rudolf Margolius, anch’egli sopravvissuto alla Shoah, e si avvicina al comunismo, partecipando a quella breve stagione in cui molti pensavano che le idee potessero seppellire le bruttezze della storia. Non manca, però, lo spazio per l’ironia nei confronti di quei “teologi in tuta”, come scriverebbe Eugenio Montale, che con il marxismo cercano di dare una spiegazione completa del reale: “Perché scoppiano le guerre? Vedi da pagina 45 a pagina 47! Cosa provoca le crisi economiche? Vedi a pagina 66!”

Gli anni dell’illusione finiscono presto e lasciano il posto alle schiere dei collaborazionisti, dei truffatori, dei burocrati corrotti. “Molti mentivano nella speranza di venire ricompensati della loro lealtà, ma alcuni mentivano perché credevano, malgrado la loro esperienza, che la vittoria della classe operaia fosse il bene supremo, un fine che santificava ogni mezzo”. Passano gli anni, Margolius diventa viceministro e ha ancora fiducia, nonostante tutto, nell’ideale che è chiamato a rappresentare. Fino a quando nel 1952 scoppia l’offensiva antisemita voluta da Stalin e bloccata, nel marzo 1953, soltanto dalla morte del dittatore. In Cecoslovacchia è il momento del caso Slánsky, il momento più buio degli anni del regime. Dei quattordici imputati del processo Slánsky, di undici viene messo ben in risalto un aspetto: “di origine ebraica”. “Uno dei nomi della lista era Rudolf Margolius. Rudolf Margolius, di origine ebraica”, accusato di tradimento e, come “nemico del popolo”, condannato all’impiccagione. La vita di Heda precipita in un vortice nero. E’ privata di tutto: del marito e del padre del figlio Ivan, della rispettabilità, del lavoro, della salute e della possibilità di curarsi, dell’istruzione di Ivan, della casa e dei beni. E, non ultimo, della fiducia nella giustizia. Soltanto dieci anni più tardi cinici e freddi burocrati le comunicheranno la riabilitazione del marito.

Eppure le ondate di illusione e delusione non sono ancora finite. Nel 1968 fiorisce la “breve ma indimenticabile rinascita che divenne nota come la Primavera di Praga”. “Mi accorsi per la prima volta della spontanea solidarietà degli onesti, che stava crescendo e raggiunse il culmine quando i russi invasero la Cecoslovacchia”. Heda sceglierà l’esilio ma qui, nella piazza Venceslao drappeggiata di bandiere cecoslovacche in cui entrano i carri armati sovietici, c’è ancora spazio per pensare al futuro. “In piedi tra la folla, sentii che quello era il momento supremo della nostra vita. Nella notte dell’invasione, quando perdemmo tutto, trovammo qualcosa che nel nostro mondo non si osava neppure sognare: noi stessi e gli altri. In tutti quei volti, in tutti quegli occhi, vidi che pensavamo e sentivamo le stesse cose, che lottavamo per gli stessi obiettivi”. Parole come lacrime, sotto la bianca stella della speranza che non finisce, non finisce mai.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 agosto 2017
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Jean Améry

Il tempo, è cosa nota, può rimarginare anche le ferite più profonde. Perché lo scorrere del tempo è naturale, e che cos’è la natura se non l’ambiente circostante che continuamente si rinnova, il ciclo della vita, l’erba che cresce, la pioggia che cade? Anche accanto ai crematori di Auschwitz, dove i cadaveri venivano ammassati uno sull’altro a mucchi, oggi cresce l’erba e le foglioline verde opaco delle betulle stormiscono al vento nelle giornate belle d’estate. Eppure “chi perdona si sottomette al senso sociale e biologico – abitualmente definito ‘naturale’ – del tempo”, scrive Jean Améry in “Intellettuale ad Auschwitz”, pubblicato in Italia esattamente 30 anni fa da Bollati Boringhieri. Perciò, secondo lo scrittore nato a Vienna (Hans Mayer il nome all’anagrafe), “il senso naturale del tempo […] ha un carattere non solo extramorale, ma antimorale” (p. 115, ed. 2008). E’ diritto dell’uomo, dunque, non assecondare ogni avvenimento naturale, quindi neanche il rimarginarsi biologico delle ferite provocato dal tempo.

Giovanni Segantini, “Pascoli alpini”

Si tratta di un pensiero agli antipodi di quello espresso in un passo della lunga poesia “O guardador de rebanhos” (“Il guardiano di greggi”), composta in portoghese da Fernando Pessoa sotto le spoglie dell’eteronimo Alberto Caeiro nel 1911-12: “Il ricordo è un tradimento alla Natura / perché la Natura di ieri non è Natura. / Ciò che è stato non è niente, e ricordare è non vedere” (XLIII). Ma proprio perché significa tradire la natura, potrebbe obiettare Jean Améry, ricordare è voler vedere, non cedere al sonno degli anni che trascorrono, all’oblio inesorabile dell’erba che cresce e muore e cresce ancora. Così il sopravvissuto ad Auschwitz leva la sua protesta, la sua rivolta, umana perché libera: “Quel che è stato è stato: questa espressione è tanto vera quanto contraria alla morale e allo spirito. La resistenza morale ha in sé la protesta, la rivolta contro la realtà, che è ragionevole solo fintanto che è morale. L’uomo morale esige la sospensione del tempo”.

Molto si potrebbe aggiungere della profondità ebraica di questo concetto di tempo fatto proprio da un intellettuale che, peraltro, in un altro capitolo del libro racconta della propria siderale distanza dall’ebraismo sia come orizzonte pratico e normativo, sia come abito culturale e di valori, sia come eredità storica e famigliare. Un tempo antinaturalistico, un tempo umano e rivoluzionario che rompe la necessità senza uscita dell’eterno scorrere dell’uguale e inaugura l’epoca della responsabilità, quindi anche della liberazione e della libertà. Aggiungere altro significherebbe soltanto scalfire pagine nitide e pungenti.

Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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