Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 marzo 2018
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Alberto Burri, “Rosso plastica”

Sono numerosi gli spunti emersi pochi giorni fa durante la presentazione, al Centro sociale della Comunità ebraica di Torino, del volume di rav Jonathan Sacks “Non nel nome di Dio. Confrontarsi con la violenza religiosa”, pubblicato da Giuntina. Tra questi spiccano le idee di identificazione monolitica e, per converso, di identità multiple, a proposito delle quali Elisabetta Triola ha sottolineato la vicinanza dell’impostazione di rav Sacks con quella delineata da Amartya Sen in “Identità e violenza” (Laterza).

Secondo quest’ultimo va riconosciuta la pluralità delle identità di ciascun individuo, perché ognuno di noi appartiene contemporaneamente a molti gruppi diversi. È inevitabile, d’altronde, che proprio dal concetto di identità si originino i due atteggiamenti alternativi e complementari di inclusione ed esclusione. In altre parole, la forte coesione identitaria in un certo gruppo significa tendenzialmente aumentare la distanza da chi di quel gruppo non fa parte e, allo stesso tempo, l’innalzamento delle barriere che separano da un esterno porta a un rafforzamento dei legami interni. È inoltre evidente che le identità di un medesimo individuo non si escludano a vicenda, e che possano tranquillamente convivere: tanto per fare un esempio, si può essere ebrei, vegani, matematici e tifosi della Juventus.

Alberto Burri, “Muffa”

La violenza identitaria, quella stessa che da anni occupa le prime pagine dei giornali, nasce quando si afferma l’idea di appartenere a una sola collettività. Solo come ebrei, come musulmani, come vegani eccetera. E, ancora più pericolosamente, quando l’idea di appartenenza monolitica viene applicata dall’esterno a un Altro, a cui si attribuisce allora il carattere di nemico non in base alle sue scelte o idee, ma alla rappresentazione identitaria che di lui abbiamo costruito.

Questo approccio, a mio modo di vedere convincente, come è ovvio non è unanimemente condiviso. Mi sembra però imprescindibile partire da qui per cercare di capire tanti fenomeni contemporanei: non solo quelli eclatanti come il terrorismo islamista o il razzismo diffuso negli ambienti di destra più o meno estrema, ma anche tendenze significative che riguardano il mondo ebraico e le nostre comunità.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 marzo 2018
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È Purim e l’entrata alla festa è un divagare tra statue e antichi salici, e la vecchia fontana congelata sembra promettere una notte da scolpire sulle pareti dei ricordi. Lanciarsi tra volti e persone conosciute da una vita è come scoprire che ognuno ha gettato le sue maschere per indossarne finalmente una sola. All’ingresso tre anime gentili si scambiano giochi di sguardi, mentre la camera fa il suo lavoro e rende eterno un istante che ha in sé il sapore del passato e il gioco dell’amore. Uno swing elettrico accompagna l’ondeggiare di frange e piume di abiti impreziositi; luce, sfarzo e colore hanno scacciato per sempre la monotonia. La festa al Four Seasons è un successo al primo sguardo.

L’eleganza di tanti ebrei insieme nei loro abiti da festa, la gioia distratta nei loro volti, riporta un’impressione che è a metà tra un quadro di Renoir al Cafè de Paris e Wall Street all’apertura dei titoli. Firenze culla del Rinascimento ci regala un luogo unico, ex convento di pietra divenuto tempio della musica dalle sue pareti, e gli angeli affrescati non sembrano cogliere l’ironia di un coro festoso di Purim, là dove una volta si intonavano lodi a Maria. Nessuno si salva, tutti ballano, tutti balleranno, rabbini compresi, stasera allievi e maestri sono sulla stessa dance floor. Gatsby è libero di fumare una sigaretta nel cortile mentre il suo rivale in amore resta coi piedi e il cuore nella sala da ballo (suonano Bruno Mars in questo momento), e dalla stanza accanto arrivano echi della Meghillà di Esther: è una serata, quella voluta, concepita e sviluppata con estro privo di imperfezioni dalla Comunità ebraica di Firenze, dove la magia ha una casa, così come ogni ebreo.

E dove la malinconia sta per farsi spazio perché la festa è finita, è tempo di salutarsi, arriva la neve a consolarci, cadendo precipitosa sui nostri occhi e sui nostri pensieri, tornati per un lungo istante quelli dei bambini al loro primo ascolto dello shofar, al primo amore.

Lorenzo Bianchi e Noemi Coen


Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 marzo 2018
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L’Ugei e Delet possono dire di avere un obiettivo comune: quello di aggregare i giovani ebrei delle comunità. Per molto tempo, con estremo rammarico, questo obiettivo che è stato difficile da raggiungere per varie motivazioni, ma grazie alla festa di Purim avvenuta domenica 4 marzo possiamo ancora sperare nell’aumento della partecipazione. I ragazzi di Delet e Ugei hanno riflettuto a lungo su cosa potesse realmente spingere i ragazzi a partecipare agli eventi, così si è deciso di creare un evento in discoteca, con un tema che permettesse di mascherarsi da ciò che si voleva e con uno special guest che potesse dare quell’angolo di originalità alla serata. Il tema deciso era lo Speakeasy, ovvero un luogo di mistero e selettività che andava a riprendere i nascosti locali tipici del proibizionismo, compresi di ingresso con password e alcool.

La scelta è caduta sull’Hulala Club dietro via Ostiense, con un’offerta di vino, frappe e orecchie di Aman, e un grande schermo su cui si sono proiettate le immagini di veri Speakeasy sulle mura della pista da ballo. Il dj ingaggiato è riuscito a coinvolgere le persone in pista, con la musica più popolare. Ma non bastava: le associazioni hanno avuto anche l’idea di chiamare Leoluca Zarfati, in arte Hype Zulu: un ragazzo di soli venti anni che ha prodotto vari pezzi in stile trap e che sta conquistando Youtube, raggiungendo le oltre 20mila visualizzazioni, ma soprattutto i ragazzi di Roma. È bastato dargli un microfono in mano e far partire la base per ritrovarsi una sala piena di persone, di cui la maggior parte conosceva le parole e cantava insieme a lui come a un concerto.

Per questa festa è stato rivoluzionato completamente il metodo di comunicazione, iniziando da una pubblicità capillare, tra i contatti, fino alla pubblicazione di video promozionali con le hit dello special guest su tutti i social, riuscendo a portare a casa un risultato, da tutti inaspettato, portando moltissimi ragazzi che fino a quel momento non avevano partecipato a questi eventi. “Non penso sia possibile descrivervi la nostra felicità ricevuta la centesima mail di prenotazione; la nostra emozione alla vista delle persone in fila per entrare e il nostro orgoglio dato dal duro lavoro ripagato dal vedere tutte quelle persone che si divertivano e stavano insieme grazie a noi.” Ebbene, la serata è stata chiusa  con circa 130 presenze e un cuore pieno di speranza per futuri eventi ancora più pieni.

Luca Spizzichino e Arianna Zarfati


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 marzo 2018
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La catacomba di Vigna Randanini

Andare alla ricerca delle proprie radici è faccenda curiosa e interessante: si scoprono informazioni riguardo al passato che consentono di comprendere meglio il luogo che ci ospita. Ciò avviene esemplarmente quando gli ebrei di Roma fanno i conti con la propria storia. La loro comunità è la più antica d’Europa, come non andarne fieri. Dopo più di duemila anni sono qui, le guerre, le invasioni barbariche e le restrizioni da parte dello Stato pontificio non hanno compromesso la loro esistenza, o meglio: l’hanno fatto ma con scarsi risultati.

Roma è stata la prima città multietnica della storia ma a tale dinamica sono rimasti parzialmente estranei gli Iudaei, gli Ebrei, che si trasferirono nell’Urbe già nel II sec. a.e.v. Le testimonianze letterarie e archeologiche ci aiutano a ricostruire la struttura della comunità indicando le quattro aree da loro maggiormente popolate: Trastevere, Campo Marzio, Suburra e Porta capena: zone prevalentemente popolari e a vocazione commerciale.  Nella scarsità di fonti un grande aiuto nella ricostruzione è dato dai cimiteri e dalle catacombe che sembrano comparire solo alla fine del II sec. d.e.v e all’inizio del III e che mostrano caratteri simili a quelle rinvenute a Venosa in Basilicata e a Sant’Antioco in Sardegna.

In tutto le catacombe ebraiche rinvenute a Roma sono sei: le due di Villa Torlonia, quella di Vigna Randanini sulla via Appia, di Vigna Cimarra lungo la via Ardeatina, di Vigna Apolloni lungo via Labicana e quella di Monteverde. La loro originalità sta nella semplicità della decorazione delle tombe e nelle testimonianze epigrafiche. Gli ornamenti sono generalmente sobri e rari con la presenza di ripetuti simboli religiosi: la menorah, l’ethrog (cedro), il melograno e lo shofar. Sappiamo inoltre che la religione ebraica non prevede il contatto diretto con i morti e ciò rende tali ambienti privi dei tipici locali ipogei cristiani, normalmente adibiti a riunioni e celebrazioni pubbliche. Si può dunque affermare che le gallerie e i cubicoli fossero impiegati esclusivamente per i riti di sepoltura.

Una delle catacombe di Villa Torlonia

La prima catacomba ebraica rinvenuta fu quella in zona Portuense, esplorata per la prima volta da Bosio nel 1602 il quale si accorse che le tombe erano state aperte: segno che il cimitero era stato frequentato per essere spogliato dei materiali riutilizzabili o per vandalismo. Dovettero passare poco meno di centocinquant’anni perché qualche studioso si inoltrasse nuovamente all’interno di questa catacomba, probabilmente per il pericolo di frane e cedimenti strutturali ma anche per la scarsa curiosità mostrata nei riguardi delle aree funerarie ebraiche. L’unico interesse mostrato all’epoca è testimoniato dalle raccolte di materiali inseriti all’interno di collezioni di oggetti cristiani. Fu solo a partire dagli anni quaranta del XVIII che il cimitero fu oggetto di una breve serie di esplorazioni che confermarono per lo più l’impressione di Bosio. E’ tuttavia nel 1859 che si ha un’importante scoperta: il rinvenimento della seconda catacomba ebraica di Vigna Randanini. Se è vero che tale rinvenimento spostò l’attenzione dal cimitero di Monteverde, è altrettanto vero che contribuì ad accrescere la curiosità nei confronti dei sepolcreti ebraici.

L’interesse incrementò anche grazie alle buone condizioni di conservazione del cimitero, alla planimetria complessa e irregolare, risultato del progressivo accorpamento di aree diverse, più che il frutto di un progetto unitario, e ai numerosi affreschi parietali che rinviavano alla tradizione ebraica e pagana. Alla scoperta di queste due catacombe seguirono rispettivamente quella di Vigna Cimarra nel 1866 e di Via Labicana nel 1882. Invece solo nel 1918 fu scoperto il complesso ipogeo di Villa Torlonia che, disposto su diversi livelli, presenta due distinte catacombe con genesi e sviluppo diversi riunite tra loro per mezzo di gallerie solo in un secondo momento. Sono state inoltre ritrovate numerose iscrizioni, per lo più in greco, importanti per conoscere l’organizzazione sociale degli ebrei nella Roma di allora. Non sembra che siano andati tanto lontani gli ebrei, ancora oggi la zona di Monteverde e Nomentana li ospita.

Marta Spizzichino


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 marzo 2018
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Una fotografia scattata a Babij Jar, presso Kiev, dove il 29 e 30 settembre 1941 tedeschi e collaborazionisti ucraini massacrarono oltre 33.000 ebrei

Una suggestione poetica rileggendo per l’ennesima volta 1° settembre 1939 di Wystan H. Auden e il commento di Iosif Brodskij, in italiano nel volume pubblicato da Adelphi trent’anni fa con il titolo Il canto del pendolo:
“I and the public know
What all schoolchildren learn,
Those to whom evil is done
Do evil in return”.
[“Io e il pubblico sappiamo / ciò che ogni bambino impara a scuola, / quelli cui male è fatto / faranno male in cambio”]

Sono versi evidentemente sdrucciolevoli, da maneggiare con cautela e evitando facili strumentalizzazioni. Va sottolineato, innanzitutto, che sono stati scritti nel 1939, cioè quando il peggio stava arrivando ma non era già arrivato. Si riferiscono a Adolf Hitler e alla Germania e non sono un tentativo di giustificare, ma di capire, portato da un poeta che a lungo aveva visitato Berlino negli anni di Weimar, e che sapeva bene che il nazismo significava la fine del mondo di Grosz, Brecht, Lang e soprattutto Isherwood – che di Auden fu prima amante e poi l’amico più caro – e il trionfo della volgarità e della violenza.

Ernst Ludwig Kirchner, “Autoritratto da soldato”

Le parole di Auden mettono i brividi “perché in questi quattro versi ci immedesimiamo”, secondo Brodskij, perché “è una interpretazione quanto mai coerente del concetto del peccato originale” cristiano. Ma mettono i brividi anche perché noi sappiamo che cosa è accaduto dopo, ma anche quello che è successo prima, a partire dalla pace punitiva imposta alla Germania a Versailles, a cui con ogni probabilità Auden pensava. Non stupisce allora vedere risorgere in modo via via più esplicito e veemente l’odio per il diverso, lo straniero, l’ebreo nell’Europa orientale, proprio la regione in cui la Germania nazista ha operato con più ferocia e violenza, e che poi per decenni è soggiaciuta ai dettami del sovietismo, che ha rifiutato qualsiasi processo sostanziale di educazione e comprensione del nazismo in nome dell’anodina ipersemplificazione ideologica imposta a tutta l’area del Patto di Varsavia.

Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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