Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 ottobre 2012
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Esplosioni. Non si parla di fuoco e di armi, ma di frutta e vasi di fiori. Sono le opere di Ori Gersht, geniale fotografo israeliano, ma inglese d’adozione. Ha studiato fotografia nelle più prestigiose università di Londra, oggi la insegna alla University for the Creative Arts a Rochester, nel Kent, e in questo periodo è in corso una sua mostra al Museum of Fine Arts di Boston, intitolata Ori Gersht: History Repeating, che ripercorre la storia del secolo scorso attraverso evocativi paesaggi. Ma le sue opere più suggestive, anch’esse presenti, sono decisamente le esplosioni.

La sua Big Bang, un ricco vaso pieno di fiori su uno sfondo nero, a prima vista potrebbe essere facilmente scambiata per un vecchio quadro d’autore. Gersht ha infatti disposto la sua composizione, che nella mostra appare in video su un monitor ingannevolmente incorniciato come un quadro, imitando le nature morte di Jan Van Huysum, pittore olandese del XVIII secolo. Avvicinandosi, si sente il suono acuto di una sirena e poi…bum! Il perfetto vaso di fiori scoppia improvvisamente, pezzi di vetro, acqua e petali variopinti invadono lentamente insieme al fumo lo sfondo scuro. Stesso principio in Pomgranate: stavolta il video mostra un proiettile al rallentatore che disintegra un melograno sospeso con un filo, sempre nel nero, sempre parte di una natura morta. Una spaccatura netta, i chicchi e il succo che schizzano spiccano con il loro colore acceso.

È evidente, dietro tutto questo c’è la concezione di un artista. La contrapposizione fra la calma perfetta della pace e la brutalità distruttiva della violenza e l’inaspettata corrispondenza di quest’ultima con un’immagine di vivida bellezza. Entrambe rivelate allo spettatore dal medesimo brevissimo e improvviso istante dello scoppio. L’evocazione romantica del sublime, ispirata ai dipinti di Turner e Friedrich. Il ricordo personale dell’infanzia in Israele segnata dalla Guerra del Kippur. Il fatto non casuale che “rimon” in ebraico significa sia melograno sia granata e che il rosso vivo dei suoi frammenti richiami la crudissima immagine di uno spargimento di sangue. “Sono interessato a quelle opposizioni di attrazione e repulsione, e a come il momento della distruzione nei fiori che esplodono diventi per me il momento della creazione”, ha inoltre spiegato Gersht al New York Times.

Insomma, di fronte a queste opere c’è ampio spazio per filosofeggiare. Però, spogliandole da tutti questi profondi significati e rimandi intellettuali, le immagini di Gersht rimangono ancora davvero speciali. Anche guardate sul piccolo schermo di un computer (dal sito http://www.mfa.org/exhibitions/ori-gersht) o in una fotografia che immortala un singolo istante del processo. Con l’immaginazione si possono sentire il profumo dei fiori, il bagnato delle gocce d’acqua, le schegge di vetro appuntite, il fumo denso che avvolge e il succo di melograno che cola. E il ritratto di ogni istantanea, che congela un singolo frammento di quell’incredibile e in realtà velocissimo movimento, è diversissimo dall’altro ma altrettanto stupefacente, sono figure astratte dalla bellezza che incanta. Un’esperienza da provare.

 Francesca Matalon

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 ottobre 2012
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Domenica 30 Settembre si è tenuto ad Ankara il congresso del partito AKP guidato dal leader Receyp Erdogan.
Il premier turco ha invitato ad assistere al congresso il presidente dell’Egitto Morsi, in qualità di osservatore.

La scelta di Erdogan non è stata casuale; in effetti, la presenza di Morsi non è passata inosservata.

La partecipazione del presidente egiziano attira la nostra attenzione su una serie di elementi:

1)  Turchia sta cercando nuovi alleati all’interno della regione, il suo obiettivo e quello di contrastare le spinte espansionistiche dell’Iran Sciita che controlla il Libano, l’Iraq, la Siria.
2) Erdogan ha cercato più volte di richiamare l’attenzione della comunità internazionale invocandone l’ intervento per porre fine al massacro sistematico della popolazione civile perpetrato da Assad con il sostegno dell’Iran , Cina, Russia.
3) In seguito dei bombardamenti effettuati dall’artiglieria di Assad sul territorio Turco provocando la morte di civile, la risposta dei militari di Ankara non si è fatta attendere. I massacri in Siria si verificano ogni giorno grazie all’impunità che il regime riesce ad ottenere mediante l’appoggio di Cina e Russia che minacciano di utilizzare il loro veto al consiglio di sicurezza per impedire che quest’ultimo possa adottare una azione contro Assad.

Putin ha più volte ammonito gli europei ad adottare una soluzione in Siria simile a quella della Libia, ricordando loro che lo scenario è completamente diverso.

Per quanto concerne il fenomeno della cosiddetta primavera araba è da notare che le rivoluzioni che si sono verificate tanto nel Magreb quanto nel Medioriente hanno messo a nudo l’intero assetto di quelle zone assieme agli interessi degli occidentali.

Tanto gli Europei quanto gli Americani hanno osservato con grande attenzione e preoccupazione ai sommovimenti popolari che hanno destituito i vecchi dittatori a loro fedeli.

La domanda di democrazia proveniente dalle masse di giovani è stata sostituita dall’affermazione dei partiti d’ispirazione religiosa i quali sembrano consolidarsi nelle due regioni.

Gli americani che da sempre sono stati favorevoli ad esportare la democrazia, hanno valutato con favore questi avvenimenti, essi non hanno esitato a sostenere la popolazione civile che chiedeva ai dittatori di lasciare il potere, cosi facendo speravano di ottenere l’appoggio del futuro governo.

L’11 Settembre del 2012 l’ambasciata americana a Benghasi è stata attaccata dai terroristi provocandone così la morte dell’ambasciatore assieme ad altri quattro funzionari.

Lo sgomento in Occidente ed in particolar modo Negli Usa non si è fatto attendere, ancora oggi è possibile ricordare il discorso del Presidente Obama atto a segnalare il dolore ed allo stesso tempo la sorpresa per quanto accaduto.

Gli occidentali hanno commesso un duplice errore: di valutazione il termine primavera araba è tipicamente europeo e non tiene assolutamente conto della nascita e del consolidamento dei partiti d’ispirazione religiosa che sono gli unici vincitori in questo scenario. Questi movimenti hanno saputo sfruttare sapientemente la rabbia e il malcontento provenienti dalle masse verso i confronti dei dittatori e dei loro alleati.

Queste fazioni sono riuscite ad ottenere il consenso tra la popolazione occupando il vuoto lasciato dalle dittature e servendosi anche di istituzioni caritatevoli pronte in ogni modo ad aiutare la gente bisognosa: (Enhada in Tunisia, ne è un esempio.)

L’Europa guarda con preoccupazione all’evolversi della situazione; oramai siamo in presenza di un vero e proprio risveglio del popolo arabo: i sommovimenti si sono verificati nel Nord’africa, passando per il Medioriente ed arrivando fino ai paesi del Golfo.

Nessuno è in grado di capire dove stiamo andando in questo momento: troppe incognite rendono questo scenario nebuloso: la crisi economica finanziaria occidentale,la guerra civile in Siria, la mancata stabilizzazione della Libia, il problema del nucleare iraniano, il cattivo funzionamento dell’Onu derivante dalle logiche della guerra fredda.

Una cosa è certa si sono verificati cambiamenti tanto nel nord’africa quanto nel Medioriente; l’inazione degli occidentali e della comunità internazionale di trovare una soluzione contribuiscono a rendere ed a consolidare il clima di instabilità e di oscurità che domina lo scenario delle relazioni internazionali.

Joel Terracina


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 ottobre 2012
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Con una laurea in relazioni internazionali non è poi così improbabile finire a lavorare all’estero. Poi, se

sei particolarmente fortunato, il lavoro in questione oltre ad appassionarti e ad essere discretamente

interessante, un giorno d’ottobre ti porta a Varsavia, per prendere parte niente meno che alla

Conferenza Annuale sulla Dimensione Umana (HDIM) organizzata dall’ Ufficio per le Istituzioni

Democratiche ed i Diritti umani (ODIHR) dell’ Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in

Europa (OSCE) (da leggere tutto di un fiato, al decimo tentativo dovrebbe riuscirvi). Dietro questa

trafila di sigle si cela la più grande conferenza sui diritti umani d’Europa.

 

Una maratona lunga dieci giorni che ha visto rappresentanti di istituzioni internazionali, Stati membri

ed organizzazioni non governative affannarsi in una sequela di dibattiti, tavole rotonde, gruppi di

lavoro e seminari. Temi affrontati: democrazia e diritti umani. Quest’anno con una speciale attenzione

alla condizione dei rom, delle minoranze nazionali e alla libertà di pensiero, coscienza e religione.

 

In particolare quest’ultimo punto spiega la mia, spero non troppo insignificante, presenza in occasione

dell’evento. Incaricata dalla CEJI – A Jewish Contribution to an Inclusive Europe, l’organizzazione

per cui lavoro impegnata nel campo dell’educazione alla diversità e della lotta alla discriminazione, a

prendere parte ad una tavola rotonda sulla solidarietà interreligiosa promossa dall’Emisco (Iniziativa

Musulmana Europea per la Coesione Sociale) perfino la mia voce è stata ascoltata!

 

Perché quello che distingue questa conferenza dalla miriade di eventi organizzati ogni anno sul tema

dei diritti umani è la straordinaria presenza di attivisti, gruppi religiosi e organizzazioni non governative

che hanno l’opportunità di far sentire la loro voce di fronte a Stati, governi e organismi internazionali, in

un faccia a faccia piuttosto insolito.

Seppure questa conferenza non sia libera dalle frustrazioni tipiche di chi, lavorando a stretto contatto

con la società civile, vorrebbe assistere ad un cambiamento in positivo che talvolta sembra non

arrivare mai, la conferenza rappresenta un palcoscenico indiscutibilmente prezioso per denunciare

pubblicamente mancanze, o nei casi peggiori abusi di Stati e governi.

La modalità “goccia in mezzo al mare” si disattiva per qualche giorno, con la speranza di aver dato

una robusta spinta in avanti al lavoro faticosamente accumulato durante l’anno.

 

Per i coraggiosi arrivati alla fine dell’articolo svegli, di seguito riporto una serie di link che potrebbero

essere d’interesse:

 

Cos’e`l’OSCE: http://www.osce.org/it/secretariat/35778

Human Dimension Implementation meeting: http://www.osce.org/odihr/92512

CEJI – A Jewish Contribution to an Inclusive Europe: www.ceji.org

Emisco – http://www.emisco.com/

 

Melissa Sonnino

Community Affairs Coordinator per CEJI – A Jewish contribution to an inclusive Europe


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 ottobre 2012
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“Oggi sono convinto più che mai che il nostro piccolo Stefano non sia morto invano. Oggi la Comunità ebraica non è più sola. La cosa più terribile che mi è stata fatta è stato togliermi la possibilità di conoscere mio fratello. Mi è stato portato via un compagno di giochi. Un compagno di vita. Con cui parlare, confidarsi, scherzare e anche litigare. In fondo avevo solo 4 anni quando mi fu portato via. Un’età in cui è difficile capire che il fratellino più piccolo con cui giocavi non c’è più”. Con queste parole Gadiel Gay Tachè ha ricordato il fratello Stefano, assassinato da un commando di terroristi palestinesi il 9 ottobre 1982. La cerimonia di commemorazione si è svolta pochi giorni fa nella Sinagoga Maggiore di Roma alla presenza delle istituzioni e del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Una platea commossa ha regalato un lungo applauso alle parole di Gadiel ed ha compreso quello che voleva essere il suo messaggio: lo Stato italiano si deve adoperare per consegnare alla giustizia i mandanti e gli esecutori materiali di quel vile gesto che ha lasciato un segno indelebile nella vita di una Comunità. Troppo poco fino ad oggi si è fatto: se esistono dei segreti di Stato devono essere resi pubblici, è un sacrosanto diritto. Dobbiamo poter credere che una verità storica e giudiziaria sia accertata su quella triste pagina. Noi giovani abbiamo il dovere morale di ricordare quel momento della Storia recente e batterci per far si che avvenimenti simili non possano ripetersi in futuro.

Daniele Massimo Regard

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 ottobre 2012
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La parola siach, in ebraico, è una di quelle parole che non ha traduzione in altre lingue.

Se guardi sui dizionari troverai probabilmente la blanda traduzione in “conversazione”, o “dialogo”, ma non rende.

Il motivo per il quale siach non ha traduzioni appropriate è che essa è una parola che ritrae un’immagine sociale che è difficile trovare in altre culture. Come le famose quattordici variabili per dire “neve” nel linguaggio eschimese, siach è una variabile dell’idea di conversazione che non esiste nella maggior parte delle altre culture.

Quando provo a spiegare il concetto, l’unico modo decente che ho trovato è “dialogo aperto”. Un esempio: negli ultimi mesi in Israele infervora la discussione sull’arruolamento degli ultra-ortodossi. Finora una legge gli permetteva di non arruolarsi, e la stessa legge è stata prima annullata, ed ora in fase di revisione (per fare la storia molto più corta e semplice di quella che in realta è). In qualsiasi altro paese la popolazione si sarebbe divisa in due parti: i pro e i contro, con piccole variabili nelle motivazioni. Qui la discussione diventa una seduta di parlamento nazionale, nel senso che tutta la nazione parla come se fosse seduta alla Knesset a considerare tutte le variabili e a portare la propria opinione. L’ultra-ortodosso è contro, e spiega in maniera chiara che egli difende lo Stato con lo studio della Torah. Alcune voci da Zahal stesso non sanno cosa rispondere: vogliono vedere i loro amici col cappotto nero vestire l’uniforme verde, ma come fare con le loro esigenze religiose che richiedono di essere completamente separati dalle donne? La sinistra laica vuole vederli marciare tutti, delle condizioni ne riparliamo in un altro momento. Se l’israeliano medio sacrifica tre anni della sua vita e paga le tasse tutto la vita, perchè loro devono avere un trattamento di riserva? La sinistra sociale li vuole nell’esercito, ma per un motivo elevato: per vederli integrati nella società israeliana e nel mercato del lavoro. E così via.

Non ci interessa capire chi ha ragione. Ci interessa vedere che ogni opinione si inserisce nella conversazione generale, nel dialogo aperto di cui sopra, in maniera molto più ricca e profonda del “sono d’accordo” e del “non sono d’accordo”. Dietro ogni idea c’è una precisa ideologia. Può venire espressa con un talkback al peperoncino sul sito di una testata giornalistica o in conversazioni concitate al bar tra vecchi riservisti, e in molti casi con la testardaggine della quale l’israeliano va tanto orgoglioso e con la demagogia di chi è padrone solo chi ha speso la sua vita a discutere opinioni.

Quando mi sono imbattuto nel siach all’inizio non capivo come funzionasse. Col tempo e con la necessità di entrare nella società ho capito quali sono le sue leggi: no frasi fatte, sono sempre banali; no estremismi, ammazzano la conversazione; no parlare senza sapere, c’è sempre qualcuno che ti sgama; e soprattutto: se non hai niente di nuovo da aggiungere, stai zitto. Probabilmente bisognerebbe aggiungere anche “mantieni la calma” e “ricorda che non tutti sono come te”, ma queste due regole non sono molto in voga al momento.

A volte dòun’occhiata ai talkback dei gruppi italiani su Facebook e mi rendo conto di quanto gli farebbe bene sperimentare queste regole. Se hai mai provato la sensazione che le conversazioni con i tuoi amici e famigliari siano asciutte, prova tu a seguire queste regole e vedrai. Potresti provare una strana sensazione di interesse in quello che stai dicendo.

In questa colonna porterò la mia prospettiva su Israele vista dagli occhi di un Oleh italiano, e sull’Italia vista dagli occhi dell’Oleh. Non spiegherò massimi sistemi e non sarò quasi mai oggettivo. Ogni opinione è ben accetta, a patto che sia per creare un siach interessante, ricco e profondo. No opinionisti perditempo.

Avy Leghziel (su Twitter: @avyleg)



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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