Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 ottobre 2012
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La procura di Stoccarda archivia l’inchiesta sulla strage di Sant’Anna.

Ci sono ferite che, nonostante il tempo, continuano a sanguinare. Una di queste è Sant’Anna di Stazzema. I giudici tedeschi hanno archiviato l’inchiesta sul massacro del piccolo paesino aggrappato sulle Alpi Apuane: per gli inquirenti durante l’inchiesta non è stato possibile accertare con sicurezza che la strage sia stata un atto programmato e un’azione di rappresaglia nei confronti della popolazione civile. La procura rileva anche che la mera appartenenza dei diciassette accusati all’unità Walfen SS non basterebbe a dimostrare la colpa individuale nell’eccidio.

Quel 12 agosto del 1944, 560 persone, per la maggior parte donne, anziani e 116 ragazzi, la più piccola di soli 20 giorni, furono trucidati dalla barbarie naziste.

Sant’Anna di Stazzema all’inizio dell’estate era stata dichiarata dai comandi tedeschi “zona bianca”, una zona destinata all’accoglimento degli sfollati. Inoltre, i partigiani presenti nella zona avevano da tempo abbandonato il paese senza aver compiuto azioni militari verso l’esercito tedesco. Nonostante ciò, verso le 7 di quel mattino, i nazisti della 16° SS Panzergrenadier Divison, comandata dal generale Max Simon, dopo aver chiuso ogni possibile via di fuga, accerchiarono il paese. Gli uomini scapparono nei boschi, mentre donne, bambini e anziani, convinti di essere civili inermi, rimasero all’interno.

Bastarono tre ore. Solo tre ore per sterminare a colpi di mitraglia e bombe a mano 560 innocenti.

Le vittime di quel tragico evento rimasero senza giustizia fino al 1994, quando fu scoperto l’Armadio della Vergogna. Il procuratore militare Antonio Intelisiano, durante la ricerca di alcuni documenti a Palazzo Cesi, scoprì un mobile rivolto verso il muro e protetto da un cancello chiuso a chiave. Era l’Armadio della Vergogna. Conteneva un grande registro con migliaia di voci: 695 fascicoli e 415 nomi dei colpevoli. Fra queste voci una riguardava i nazisti colpevoli della strage di Sant’Anna.

Inizio cosi, dieci anni dopo, il processo davanti al Tribunale militare di La Spezia. Sul banco degli imputati finirono non gli esecutori materiali (che avrebbero raggiunto un numero spropositato per un processo), ma i mandanti, coloro che diedero l’ordine di sparare. Erano tutti ancora vivi anche se molto anziani, e nel 2005 furono condannati tutti all’ergastolo. All’ufficiale Gerhard Sommer e ai sottoufficiali Georg Rauch e Karl Gropler, nel 2010, fu confermato l’ergastolo.

Ma la memoria di quella strage, dopo la sentenza di archiviazione arrivata da Stoccarda, sembra affievolirsi. Dopo dieci anni di processo, i giudici tedeschi hanno deciso che «dalle indagini, condotte in maniera ampia ed estremamente approfondita insieme all’ufficio criminale del Baden-Wuertemberg, è emerso che non è possibile dimostrare una partecipazione dei 17 indiziati – in particolare degli otto ancora in vita – agli avvenimenti del 12 agosto 1944 nel paese di S. Anna di Stazzema punibile con una pena che non sarebbe prescritta». Forse una mossa politica. Se la Germania concedesse un risarcimento di guerra per uno dei propri crimini, si creerebbe un effetto domino che porterebbe tutta l’Europa ad avanzare richieste di indennizzo.

Sant’Anna rimane ancora (in parte) senza giustizia.

Francesca Ascoli


Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 ottobre 2012
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C’è una domanda sulla quale mi sto concentrando da qualche giorno. Forse più precisamente dal giorno in cui ho deciso di cambiare tutto e andare a studiare a Tel Aviv. É una domanda che credo mi verrà posta a breve, quando sarò in fila per imbarcarmi sull’aereo che mi porterà in Israele. Mi verranno fatte le classiche domande fino a che dirò che sono un “Oleh Chadash”. Sarà a quel punto che forse mi chiederanno: “Perchè hai deciso si fare l’alya e trasferirti in Israele?”

La ricerca di una risposta adeguata a questa domanda è ciò che mi ha fatto riflettere.

La decisione di trasferirsi non è qualcosa che viene per caso e, almeno per quanto mi riguarda, è stata frutto di un lungo percorso. Pensare di dover rispondere ad una domanda come questa mi porta a voler scavare dentro di me, cercando cosa mi ha spinto veramente a fare questo passo.

Non so se sarà una decisione definitiva, se Israele diventerà la mia casa e lo resterà per sempre; quello che so è che qualcosa mi ha spinto a provare.

 Era da molto tempo che pensavo ad una decisione del genere, ma forse mai seriamente. Ero studente universitario a Roma e pensavo che, al termine degli studi, quella israeliana sarebbe potuta essere una strada da percorrere.

Ma era una visione lontana anche se una parte di me, per un lungo periodo, ha forse sentito che fosse una decisione che già era stata presa.

Quando, alla fine degli studi, il momento di scegliere è arrivato, tutto è diventato più difficile e c’è voluto un anno per prendere una decisione, tra la difficoltà di lasciare tutto quello che si ha qui e la paura di sbagliare. È questo il momento in cui comincia a venirti in mente tutto ciò che hai visto, sperimentato, respirato, assaporato e vissuto fino ad oggi nella tua città, Roma, ma soprattutto con chi hai fatto tutto questo per 25 anni. Ti viene anche improvvisamente in mente che non sei mai stato bravo a compiere delle scelte e che questa è probabilmente la più importante che tu abbia mai compiuto. Ti ricordi una frase che ti ripeteva un amico che suonava circa: “Nessuno parte se non per scappare da qualcosa”.

Superare questi ostacoli non è stato facile ed ha comportato riesaminare tutto ciò che prima davo per scontato e a chiedermi veramente le ragioni di una scelta di questo tipo.

Ora non so cosa risponderò alla domanda, perché le sensazioni sono difficili da spiegare.

Si, in parte è una scelta portata da un’emozione: l’emozione di sentirmi “tornato”, in un paese dove sarò appena arrivato.

Daniele Di Nepi


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 ottobre 2012
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La Bibbia ebraica è il testo più letto al mondo, nonché il pilastro principale dell’ebraismo. E’ una fonte di discussione alachica (riguardante le norme religiose) e soprattutto indiscutibile genitrice della tradizione ebraica.

Nonostante la solennità del testo, la Torah (“Bibbia” in ebraico) è accessibile a tutti gli ebrei senza alcun discriminante; lo recita un verso della parashà di Nitzavim nel libro di Devarim: “la Torah scritta (e quella orale) è invece una cosa molto vicina a te. E’ nella tua bocca e nel tuo cuore affinché tu la metta in pratica”.

E’ quindi parte integrante della nostra vita, maestra ed indicatrice della strada dell’alachà da intraprendere.

La Torah non è quindi distante da noi, non dobbiamo considerarla un testo improponibile da decifrare. Basta solo un pizzico di buona volontà per poter comprenderla in maniera quantomeno sufficiente per applicarla.

La Torah, nello specifico il Talmud Torah e i testi quali Ghemarà, Talmud, Tanach, Mishnà ed i vari libri di tefillà (preghiera), e le loro regole e spunti di riflessione dovrebbero accompagnare la vita di un ebreo in ogni momento della giornata, per un frammento di alachà da imparare, o un commento da apprezzare e per rispettare i tempi prestabiliti per compiere una mitzvà, in particolare quella della preghiera fissata per tre volte al giorno, sera, mattino e pomeriggio.

La costante che si perpetua tra le generazioni che si susseguono del popolo ebraico è la questione di riuscire a conciliare gli impegni della vita quotidiana con quelli della vita religiosa.

Il lavoro, la scuola, l’università troppo spesso impediscono un’adeguata combinazione.

L’evoluzione tecnologica sembra però essere venuta in soccorso di tanti ebrei.

Telefoni cellulari, tablet di ultima generazione, smartphones, strumenti apple quali iphone ed ipad, sono riusciti a creare un compromesso tra realtà religiosa e quotidiana creando un connubio perfetto tra innovazione e tradizione.

Gli strumenti di ultima generazione aiutano rabbanim ed ebrei più o meno osservanti nell’applicazione delle mitzvot e nella rapida e sicura ricerca di fonti alachiche certe sulle quali basarsi per poter risolvere situazioni della vita quotidiana. Sono fidi compagni capaci di sostituire in termini di mole e spazio gli ingombranti testi cartacei senza distorcere il loro inestimabile valore.

L’innovazione e la scienza più in generale possono scontrarsi con la realtà delle esigenze umane, ma più spesso agevolano situazioni quotidiane garantendo un servizio efficace capace di rivoluzionare l’approccio alla religione nel suo insieme e della sua applicazione in ogni momento della giornata seguendo il principio del derech erez, di così difficile attuazione in apparenza.

La tradizione è fedelmente mantenuta dall’innovazione in questo specifico caso. Sebbene il metodo di studio possa risultare mnemonico in maniera differente è lo scopo di formazione di ebrei sostenitori dell’alachà quello del popolo ebraico e della Torah. Nessun problema quindi nell’agevolazione garantita da strumenti tecnologici.

 Carlotta Livoli


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 ottobre 2012
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Esplosioni. Non si parla di fuoco e di armi, ma di frutta e vasi di fiori. Sono le opere di Ori Gersht, geniale fotografo israeliano, ma inglese d’adozione. Ha studiato fotografia nelle più prestigiose università di Londra, oggi la insegna alla University for the Creative Arts a Rochester, nel Kent, e in questo periodo è in corso una sua mostra al Museum of Fine Arts di Boston, intitolata Ori Gersht: History Repeating, che ripercorre la storia del secolo scorso attraverso evocativi paesaggi. Ma le sue opere più suggestive, anch’esse presenti, sono decisamente le esplosioni.

La sua Big Bang, un ricco vaso pieno di fiori su uno sfondo nero, a prima vista potrebbe essere facilmente scambiata per un vecchio quadro d’autore. Gersht ha infatti disposto la sua composizione, che nella mostra appare in video su un monitor ingannevolmente incorniciato come un quadro, imitando le nature morte di Jan Van Huysum, pittore olandese del XVIII secolo. Avvicinandosi, si sente il suono acuto di una sirena e poi…bum! Il perfetto vaso di fiori scoppia improvvisamente, pezzi di vetro, acqua e petali variopinti invadono lentamente insieme al fumo lo sfondo scuro. Stesso principio in Pomgranate: stavolta il video mostra un proiettile al rallentatore che disintegra un melograno sospeso con un filo, sempre nel nero, sempre parte di una natura morta. Una spaccatura netta, i chicchi e il succo che schizzano spiccano con il loro colore acceso.

È evidente, dietro tutto questo c’è la concezione di un artista. La contrapposizione fra la calma perfetta della pace e la brutalità distruttiva della violenza e l’inaspettata corrispondenza di quest’ultima con un’immagine di vivida bellezza. Entrambe rivelate allo spettatore dal medesimo brevissimo e improvviso istante dello scoppio. L’evocazione romantica del sublime, ispirata ai dipinti di Turner e Friedrich. Il ricordo personale dell’infanzia in Israele segnata dalla Guerra del Kippur. Il fatto non casuale che “rimon” in ebraico significa sia melograno sia granata e che il rosso vivo dei suoi frammenti richiami la crudissima immagine di uno spargimento di sangue. “Sono interessato a quelle opposizioni di attrazione e repulsione, e a come il momento della distruzione nei fiori che esplodono diventi per me il momento della creazione”, ha inoltre spiegato Gersht al New York Times.

Insomma, di fronte a queste opere c’è ampio spazio per filosofeggiare. Però, spogliandole da tutti questi profondi significati e rimandi intellettuali, le immagini di Gersht rimangono ancora davvero speciali. Anche guardate sul piccolo schermo di un computer (dal sito http://www.mfa.org/exhibitions/ori-gersht) o in una fotografia che immortala un singolo istante del processo. Con l’immaginazione si possono sentire il profumo dei fiori, il bagnato delle gocce d’acqua, le schegge di vetro appuntite, il fumo denso che avvolge e il succo di melograno che cola. E il ritratto di ogni istantanea, che congela un singolo frammento di quell’incredibile e in realtà velocissimo movimento, è diversissimo dall’altro ma altrettanto stupefacente, sono figure astratte dalla bellezza che incanta. Un’esperienza da provare.

 Francesca Matalon

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 ottobre 2012
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Domenica 30 Settembre si è tenuto ad Ankara il congresso del partito AKP guidato dal leader Receyp Erdogan.
Il premier turco ha invitato ad assistere al congresso il presidente dell’Egitto Morsi, in qualità di osservatore.

La scelta di Erdogan non è stata casuale; in effetti, la presenza di Morsi non è passata inosservata.

La partecipazione del presidente egiziano attira la nostra attenzione su una serie di elementi:

1)  Turchia sta cercando nuovi alleati all’interno della regione, il suo obiettivo e quello di contrastare le spinte espansionistiche dell’Iran Sciita che controlla il Libano, l’Iraq, la Siria.
2) Erdogan ha cercato più volte di richiamare l’attenzione della comunità internazionale invocandone l’ intervento per porre fine al massacro sistematico della popolazione civile perpetrato da Assad con il sostegno dell’Iran , Cina, Russia.
3) In seguito dei bombardamenti effettuati dall’artiglieria di Assad sul territorio Turco provocando la morte di civile, la risposta dei militari di Ankara non si è fatta attendere. I massacri in Siria si verificano ogni giorno grazie all’impunità che il regime riesce ad ottenere mediante l’appoggio di Cina e Russia che minacciano di utilizzare il loro veto al consiglio di sicurezza per impedire che quest’ultimo possa adottare una azione contro Assad.

Putin ha più volte ammonito gli europei ad adottare una soluzione in Siria simile a quella della Libia, ricordando loro che lo scenario è completamente diverso.

Per quanto concerne il fenomeno della cosiddetta primavera araba è da notare che le rivoluzioni che si sono verificate tanto nel Magreb quanto nel Medioriente hanno messo a nudo l’intero assetto di quelle zone assieme agli interessi degli occidentali.

Tanto gli Europei quanto gli Americani hanno osservato con grande attenzione e preoccupazione ai sommovimenti popolari che hanno destituito i vecchi dittatori a loro fedeli.

La domanda di democrazia proveniente dalle masse di giovani è stata sostituita dall’affermazione dei partiti d’ispirazione religiosa i quali sembrano consolidarsi nelle due regioni.

Gli americani che da sempre sono stati favorevoli ad esportare la democrazia, hanno valutato con favore questi avvenimenti, essi non hanno esitato a sostenere la popolazione civile che chiedeva ai dittatori di lasciare il potere, cosi facendo speravano di ottenere l’appoggio del futuro governo.

L’11 Settembre del 2012 l’ambasciata americana a Benghasi è stata attaccata dai terroristi provocandone così la morte dell’ambasciatore assieme ad altri quattro funzionari.

Lo sgomento in Occidente ed in particolar modo Negli Usa non si è fatto attendere, ancora oggi è possibile ricordare il discorso del Presidente Obama atto a segnalare il dolore ed allo stesso tempo la sorpresa per quanto accaduto.

Gli occidentali hanno commesso un duplice errore: di valutazione il termine primavera araba è tipicamente europeo e non tiene assolutamente conto della nascita e del consolidamento dei partiti d’ispirazione religiosa che sono gli unici vincitori in questo scenario. Questi movimenti hanno saputo sfruttare sapientemente la rabbia e il malcontento provenienti dalle masse verso i confronti dei dittatori e dei loro alleati.

Queste fazioni sono riuscite ad ottenere il consenso tra la popolazione occupando il vuoto lasciato dalle dittature e servendosi anche di istituzioni caritatevoli pronte in ogni modo ad aiutare la gente bisognosa: (Enhada in Tunisia, ne è un esempio.)

L’Europa guarda con preoccupazione all’evolversi della situazione; oramai siamo in presenza di un vero e proprio risveglio del popolo arabo: i sommovimenti si sono verificati nel Nord’africa, passando per il Medioriente ed arrivando fino ai paesi del Golfo.

Nessuno è in grado di capire dove stiamo andando in questo momento: troppe incognite rendono questo scenario nebuloso: la crisi economica finanziaria occidentale,la guerra civile in Siria, la mancata stabilizzazione della Libia, il problema del nucleare iraniano, il cattivo funzionamento dell’Onu derivante dalle logiche della guerra fredda.

Una cosa è certa si sono verificati cambiamenti tanto nel nord’africa quanto nel Medioriente; l’inazione degli occidentali e della comunità internazionale di trovare una soluzione contribuiscono a rendere ed a consolidare il clima di instabilità e di oscurità che domina lo scenario delle relazioni internazionali.

Joel Terracina



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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