Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 settembre 2013

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Non è compito facile quello di analizzare i possibili scenari e le ripercussioni che Israele si troverebbe ad affrontare nel caso di un intervento americano contro il regime siriano. Per chiarezza, va ricordato che Israele non è direttamente coinvolto in nessuno degli sconvolgimenti in corso ai suoi confini – e tantomeno nella guerra civile e interconfessionale in corso in Siria- e non ha avuto per ora nulla da guadagnare, per lo meno nell’immediato, dalle catene di eventi drammatici chiamate popolarmente “primavere arabe”. Se è intervenuto – come nel caso dei tre raid aerei avvenuti in territorio siriano ai danni di alcuni mezzi di trasporto missilistico diretti verso il fragile e labile confine libanese- l’ha fatto per tutelare la sua sicurezza, e non, come certa stampa ha sostenuto, per sostenere questo o quel belligerante. Sempre per chiarezza, voglio specificare che non è questo l’articolo per “cercare-di-capire-chi” ha usato le famose armi chimiche, e – almeno dal mio punto di vista- non è nemmeno importante, perchè non lo sapremo mai e perchè entrambe le parti in conflitto avrebbero potuto credibilmente usarle e hanno tutto l’interesse di far credere all’opinione pubblica mondiale che “si, è stato LUI a farlo”.

La guerra civile in Siria è iniziata – sull’onda di altre proteste avvenute o tutt’ora in corso in molti paesi arabi- sotto la forma di legittime proteste popolari e pacifiche contro un regime pluridecennale oppressivo e brutale: una oligarchia composta per la maggior parte dagli esponenti di una precisa corrente minoritaria dell’Islam (presumibilmente)sciita, l’alauismo, che ha nel clan degli Al-Assad la sua famiglia più autorevole.

I governi fantoccio mono e pluripartitici che si sono avvicendati sotto l’egida di Assad padre e Assad figlio non hanno saputo gestire coerentemente la delicata transizione da un modello economico di stampo socialisteggiante risalente ai tempi della luna di miele con l’Unione Sovietica all’attuale modello di economia semi-liberale col risultato che la ricchezza si è concentrata sempre di più nelle mani degli oligarchi e dei loro protetti, mentre la maggioranza dei cittadini, di fede sunnita, col venir meno dello stato sociale hanno visto crollare drammaticamente il loro standard di vita e il loro potere d’acquisto. Le tensioni sociali e le “rivolte del pane” avvenute immediatamente prima della degenerazione delle proteste in conflitto armato avevano l’intento di denunciare e scardinare un finto sistema di tolleranza religiosa (è risaputo che la Siria plasmata dal clan Al-Assad è uno Stato per costituzione laico, che tutela formalmente in egual modo la fede sciita, sunnita, drusa, cattolica e cristiano-ortodossa): un sistema strumentale, secondo i manifestati, a difendere la minoranza oligarchica dal risentimento delle masse sunnite sempre più impoverite e assoggettate. La brutale repressione di questo movimento di piazza da parte dell’esercito regolare coadiuvate dalle squadracce del partito Baath siriano, hanno portato presto l’evoluzione della protesta in rivolta armata con la formazione dell’Esercito Siriano Libero (formazione laica, composta per la gran parte da attivisti di sinistra, da liberali e da disertori dell’esercito regolare) e poi, successivamente, all’intervento esterno di milizie islamiche radicali di fede sunnita provenienti da ogni parte della penisola arabica, del medio-oriente, del nord africa, dell’asia centrale, dei balcani, dal caucaso…e da Gaza : jihadisti e salafiti interessati a combattere una guerra santa di stermino e pulizia etnica contro gli “eretici sciiti” e le altre minoranze religiose, e certamente finanziati e armati dalle ricchissime petrolmonarchie della penisola arabica e dalla Turchia. Questo a catena ha chiamato alle armi l’Iran e le milizie libanesi sciite di Hezbollah, trasformado la Siria in un terreno dove giocare l’ultima partita dello scontro secolare tra sunniti e sciiti e la discesa in campo della Russia, preoccupata di perdere con lo sfaldamento del regime “amico” degli Assad l’unico porto sicuro sulle calde acque del mediterraneo e di una possibile riaccensione del conflitto in Cecenia, e poi di mese in mese le stragi, i processi sommari, gli stupri, il milione di profughi riversatosi in Turchia, nel precario stato libanese e nella fragile monarchia giordana. E, infine, l’utilizzo delle armi chimiche.

Veniamo ora a Israele. Come è ormai chiaro, assiste suo malgrado alla balcanizzazione del Medio-Oriente, vedendo crescere preoccupantemente il fanatismo islamico in tutta la regione: per chi mai potrebbe prendere le parti? I suo nemici storici, un tempo uniti dal comune odio antisionista, si scannano adesso tra loro andando al fronte come bestie al macello: Hamas, sunnita, ed Hezbollah, sciita, dopo anni di intese ed azioni coordinate si trovano a combattere sui lati opposti delle barricate; mentre Bashar Al-Assad, che non si è mai preoccupato di raggiungere un accordo di pace con Israele, è formalmente in stato di guerra con la democrazia ebraica mentre, al riparo del suo palazzo presidenziale a Damasco, combatte per la sua sopravvivenza e quella della sua comunità religiosa d’appartenenza. Tutto questo, unito al riaccendersi delle lotte intestine inter-palestinesi, ha permesso ad Israele di prendersi fino alla presa di posizione di Obama il tempo necessario per prepararsi a uno scontro che appare di giorno in giorno sempre più inevitabile e non più rinviabile. Uno scontro in cui gioca, come da sempre, in assoluta posizione di difesa.

Non è più il tempo del meno peggio, di stabilire chi al governo in Siria avrà la volontà politica di mantenere per interesse una pace artificialmente fredda sul confine del Golan, di stabilire se il governo libanese e forze ONU dispiegate al confine del Libano siano abbastanza forti e autorevoli da imporre la museruola al “partito di Dio” e a Nashrallah, perchè nessuno di noi può prevedere da qui alle prossime settimane se esisterà o meno un potere centrale credibile in Siria e se il conflitto risparmierà o meno il piccolo Libano: l’unica certezza è che la natura stessa di Israele è incompatibile, per via della sua anima ebraica e democratica, sia col culto nazionalsocialisteggiante del panarabista sia col fanatismo del salafita, che hanno come unico comun denominatore l’antisionismo più viscerale. Israele non ha alcun interesse nel processo di balcanizzazione in corso al nord dei suoi confini e non ha alcun amico da sostenere, ma semplici valutazioni tecniche in materia di sicurezza. Tutto il resto, sono chiacchere.

Lo Stato ebraico, come tra l’altro ha ufficialmente dichiarato per bocca del suo Premier, del suo Presidente e dei suoi rappresentanti e funzionari, non esiterà in estremo a difendersi con tutti i mezzi consentitegli dalla sua sovranità e dal diritto internazionale contro chiunque tenterà di coinvolgerlo in un conflitto che non gli appartiene. Sono certo che se necessario lo farà, come ha sempre fatto, nel miglior modo possibile e cercando di ridurre al minimo i disagi e le vittime civili: le loro e quelle degli altri.

Mordechaj S.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 giugno 2013

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In questi giorni,in Turchia, si è scatenata una protesta contro Erdogan, primo ministro Turco, iniziata a causa della minaccia dell’abbattimento di un parco: Gezi park, nel centro di Istanbul.
Ad una occupazione in difesa del parco da parte di tutti gli abitanti della zona, che preferivano avere un po’ di verde piuttosto che l’ennesimo “shopping centre”, centro commerciale, la polizia ha risposto con la violenza dei lacrimogeni idranti e mezzi blindati provocando la morte di due persone e molti feriti.
La protesta turca si è così allargata e rafforzata, uscendo anche dai confini di Istanbul; infatti siamo a conoscenza in questi giorni di veri episodi di guerriglia urbana nei pressi di Smirne e anche della capitale Ankara.
Cerchiamo però di analizzare le ragioni più profonde di questa rivolta, poichè nonostante l’importanza del verde e degli alberi nella nostra società, non si spiega una rivolta così partecipata e sentita solo per questo motivo.
La rivolta infatti non ha una vera leadership politica o sociale: qualcuno parla di socialisti, alcuni di ultra nazionalisti e qualcuno annovera tra i ribelli anche i Curdi. Quella che però ci pare ancora ignota è la vera e propria motivazione di questa primavera turca, diversa dalle primavere arabe degli anni scorsi. Le ragioni possono essere di natura politica o religiosa.
La Turchia infatti, negli ultimi tempi, sotto il governo di Erdogan, ha avuto un periodo di grande crescita soprattutto grazie ai rapporti commerciali e la stretta vicinanza alle nazioni europee piuttosto che alle popolazioni arabe circostanti. Proprio in ragione di questo fatto, la Turchia si presta adesso ad adottare nei confronti della sua popolazione quelle misure di forti tassazioni e tagli alla spesa pubblica che l’Europa richiede ai suoi Stati membri e affiliati. La politica di austerità promossa dalla Germania si sarebbe quindi fatta sentire anche in Turchia, provocando come nella vicina Grecia un malcontento diffuso.
Altri pensieri e altre opinioni vedono nel significato di questa rivolta una battaglia laica contro alcune recenti politiche d’integralismo religioso introdotte da Erdogan. Infatti, in questi ultimi anni, misure come quella del divieto di vendere alcolici o a favore dell’uso del velo per le donne, si sono intensificate  proprio in  Turchia, paese  che a livello di separazione tra “Stato e Chiesa”, quindi tra legge dell’uomo e legge di Dio, era forse il più all’avanguardia tra le popolazioni di religione islamica della zona. I giovani, ma non solo, avrebbero  infatti protestato contro questo integralismo religioso opprimente e limitante; la domanda che quindi sorge spontanea riguarda il come la religione vada, forse, reinterpretata in modo da non poter lasciare la libertà di scegliere all’individuo come comportarsi, senza però dover per questo trasgredire leggi fondamentali di uno Stato. Proprio i giovani, infatti, connessi tramite la rete agli altri giovani del mondo, manifestano questo senso di forte restrizione imposta non dalla religione in sè, ma dalla testarda e poco lungimirante applicazione di essa.

Joel Hazan

Invitiamo inoltre a portare avanti la campagna del logo verde “Her yer Taksim, everywhere is Taksim”  lanciata dal consiglio Ugei per la difesa dei diritti umani e fondamentali dei giovani Turchi, calpestati in questi giorni in modo autoritario e antidemocratico dalle politiche restrittive del governo di Erdogan. Riteniamo infatti che, come giovani, dobbiamo sempre denunciare gli atti di violenza e di limitazione a qualsiasi tipo di libertà e diritto. Per questo vi invitiamo a condividere, attraverso i social network, sulle vostre foto del profilo, il piccolo logo in solidarietà ai giovani turchi.

Questo il link per aggiungere il logo alle vostre foto : http://www.picbadges.com/her-yer-taksimeverywhereis-taksim/3237058/


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 dicembre 2012
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1. Conoscenza. Abbiamo insegnato ai nostri genitori ed ai nostri nonni come usare strumenti che oggi sono indispensabili, dagli SMS a Facebook: siamo la prima generazione che sa più delle generazioni che la precedono. Per questo ci sentiamo confidenti di mettere in discussioni istituzioni e tradizioni.

2. Autorità. Abbiamo molto meno bisogno del permesso delle autorità delle generazioni precedenti. I nostri genitori e nonni davano del voi ai loro insegnanti, noi facciamo fatica a dargli del lei. Nell’ultima settimana ho organizzato un panel di politici israeliani candidati alle prossime elezioni. Non è servito a nulla mandare mail formali e parlare con i loro segretari, ma quando li ho aggiunti su Facebook e gli ho mandato un messaggio privato, mi hanno risposto con smiley e col numero di telefono privato. La nostra generazione si è scrollata di dosso set di maniere ingombranti e dà la precedenza agli obiettivi pratici.

3. Futuro. Non abbiamo alcuna idea di come il mondo apparirà tra cinquanta, trenti o addirittura venti anni, e ne siamo contenti. La generazione precedente alla nostra sapeva esattamente cosa sarebbe stato di loro: gli bastava guardare ai loro genitori o ai loro nonni. Se noi facessimo lo stesso, ignoreremmo il fatto che negli ultimi decenni sono state create nuove discipline, nuove professioni e nuove culture. Come ha scritto il giornalista israeliano Yair Lapid, i bambini di oggi studiano per lavorare in professioni che ancora non sono state inventate.

4. Diversità. Le opportunità che abbiamo di conoscere ed incontrare realtà diverse dalle nostre sono infinite e a portata di mano. Quando a diciotto anni ho partecipato per la prima volta ad un seminario europeo, sono tornato a Roma con la sensazione di aver scoperto un nuovo mondo di possibilità e che avevo sprecato diciotto anni nella provincialità italiana; oggi l’adolescente medio può già scegliere tra un’infinità di incontri organizzati da organizzazioni comunitarie e dai movimenti giovanili per conoscere persone della stessa età che vivono dall’altra parte del mondo. Il diciottenne israeliano conosce nella prima settimana nell’esercito ultraortodossi, etiopi, russi, drusi – senza neanche doverli andare a cercare, dormono in stanza insieme a lui.

5. Immediatezza. Se non sappiamo, cerchiamo su internet e troviamo – non perdiamo tempo in biblioteca. Se vogliamo parlare con qualcuno, lo chiamiamo. Se vogliamo condividere un pensiero, scriviamo un sms o un post. Alcune ricerche confermano che da quando gli sms sono diventati un mezzo comune, abbiamo imparato a comunicare in maniera breve e precisa, anche quando parliamo. Durante l’ultima operazione dell’esercito israeliano, l’app per Iphone “Zeva Adom”, che avverte ogni volta che un missile viene sparato, precisando in che direzione va, è stata scaricata da decine di migliaia di persone, ed in alcuni casi ha sostituito la sirena. L’idea dell’applicazione è di un ragazzo di quattordici anni del Sud di Israele.

6. Positività. Pochi giorni fa ho visto un dibattito tra Naftali Bennet, capolista del partito religioso sionista, ed Eldad Yaniv, capolista di un nuovo partito socialista che cercherà di entrare nella prossima Knesset. Mentre il giornalista provava a stimolare una discussione accesa, i due candidati si sono ad un certo punto rivolti a lui chiedendo insieme “Perchè continui a chiederci quali sono le differenze tra di noi? è molto più interessante parlare di quello che abbiamo in comune. Delle differenze ce ne occuperemo quando dovremo trovare una soluzione pratica…”. La nostra è una generazione pratica, stanca di discutere e vogliosa di progredire. Non ci piace il tipo di dialogo testardo e litigioso generato dalle generazioni precedenti, abbiamo capito che è uno spreco di energie. Cerchiamo dei leader positivi, disposti al dialogo e non a politiche vuote.

7. Profondità. Le generazioni precedenti a noi hanno costruito un mondo assurdo, basato sugli opposti. Sei di destra o di sinistra? Sei religioso o laico? Democratico o fascista? Ragionare per opposti è il nemico più grande del guardare in profondità. La nostra è la generazione delle playlist: abbiamo superato la superficialità dei CD che ci davano un solo tipo di musica, ci piace vivere al suono di valori presi da mondi diversi e da culture diverse. Nella versione israeliana del programma “The Voice”, simile all’X-Factor italiano, la vincitrice della prima edizione è stata una ragazza canadese che ha fatto l’Aliyah, che è stata seguita ed accompagnata da Sarit Haddad, la cantante orientale più apprezzata di Israele; le canzoni che l’hanno portata alla vittoria sono tanto dell’inglese Adele quanto dell’israeliano Idan Raichel, famoso per fare musica con influenze melodiche etiopi, arabe e tribali.

La nostra generazione ha imparato a pensare che è più facile considerare le differenze come la parte più interessante di una realtà complessa e profonda, che considerarle un ostacolo.

Avy Leghziel

(su Twitter: @avyleg)


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 dicembre 2012
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Torno a parlare di cose che fanno parte della quotidianità, e non di cose che sono diventate improvvisamente quotidianità, anche se solo per una settimana.

Il mio arrivo in Israele ha coinciso con il mio ritorno allo studio. Ad un anno e mezzo dalla fine della mia esperienza universitaria alla Sapienza di Roma, sono tornato ad essere studente, ma stavolta presso la Tel Aviv University.

Quali sono le differenze tra queste due realtà? Moltissime. Non mi sembra appropriato generalizzare e, per questo, mi limiterò a descrivere l’atmosfera che si respira all’interno della facoltà nella quale da due mesi studio cinema.

Come ho detto a tutti i professori al primo giorno di lezione, lo spaesamento iniziale è stato generato da due grandi fattori: la lingua e le differenze tra il sistema universitario israeliano e quello italiano.

Catapultarsi in un ambiente nuovo, con persone nuove, regole nuove e in una lingua non propria non è facile, ma questa è una sfida che offre anche spunti importanti.

La cosa che mi ha colpito inizialmente più di ogni altra è il rapporto che si crea, ovviamente salvo eccezioni, con i professori durante le lezioni. L’orario di inizio delle classi sancisce l’inizio di una sorta di confronto che ovviamente è portato avanti dal professore, ma con il quale è molto più facile interagire rispetto a quello che ho constatato nella mia passata esperienza italiana. Nel mio caso personale, fatta eccezione per due delle lezioni che frequento, tutte le classi sono frequentate da dieci o al massimo trenta alunni. Questo fa sì che si instauri un rapporto personale con ogni singolo professore. In questi casi, ogni professore conosce il nome di ogni suo studente e, cosa che ancora marca una differenza di rapporto sostanziale anche se principalmente simbolica, gli studenti si rivolgono ai professori chiamandoli per nome, e non per cognome. Sostanzialmente quindi, il distacco tra chi insegna e chi studia è minore, e questo si percepisce; tutto ciò crea un’atmosfera più “leggera”.

Se tutto ciò possa facilitare lo studio non lo so. Quello che ho capito è che ho avuto bisogno di tempo per abituarmi a questa come ad altre differenze più “burocratiche” o regolamentari e che ora, dopo 2 mesi, comincio ad avere in parte la sensazione di capire l’aria che si respira alla Tel Aviv University.

Daniele Di Nepi

(Twitter @danieledinepi)


Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 dicembre 2012
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“Sono tornata per combattere”. Non usa mezzi termini Tzipi Livni per annunciare il suo ritorno in politica dopo la sconfitta alle primarie di Kadima, vinte da Shaul Mofaz (che ora si ritrova un partito che con tutta probabilità non riuscirà a entrare alla Knesset). Tzipi Livni torna, inserendo un’ulteriore variabile a una realtà politica più frammentata che mai a causa delle continue scissioni, ma anche rinnovata grazie alla discesa in campo di nuovi candidati.

Dopo aver rifiutato offerte da ogni parte del centro-sinistra, (da Yair Lapid a Shelly Yachimovitch), la Livni ha deciso di presentarsi con un proprio partito: Hatnuah (“Il Movimento”). Dai manifesti elettorali che imbrattano ormai tutta Israele, si evincono due punti programmatici fondamentali: pace con i Palestinesi e risanamento socio-economico. Durissima è stata infatti la critica della Livni a Netanyahu all’indomani dell’approvazione dello status di stato osservatore alla Palestina da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU. Infatti, secondo la Livni, l’unica responsabilità per l’accaduto va attribuita a Netanyahu e al suo governo, colpevoli di umiliare costantemente i Palestinesi e di essersi rifiutati di riprendere negoziazioni dirette e di negare il problema. A questo punto riprendere le trattative porterebbe però più danni che benefici, a causa di un clima internazionale estremamente sfavorevole a Israele, che ora rischia anche di essere portato davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Un eventuale governo Livni favorirebbe la creazione di uno Stato palestinese indipendente entro confini molto vicini a quelli del ‘67.

In campo interno Hatnuah, che ha stravolto le previsioni elettorali e che sembra otterrà nove o dieci seggi strappandoli ad Avodà e Yesh Atid, non sembra disposto a concedersi ad alcuna alleanza se alla Livni non verrà data la leadership, reputando che contro Netanyahu solo Tzipi può farcela. Sebbene l’ipotesi di un governo Livni sembri lontana, l’ottenimento di una maggioranza di voti da parte del centro-sinistra non necessariamente comporterebbe la formazione di un governo a causa di un sistema di alleanze necessario complicato (che ricorda molto l’Italia degli Anni Novanta) e che sembra impossibile creare di fronte a una sinistra così divisa. Dalla parte opposta, con la fusione dei rispettivi partiti e del costante appoggio degli ultra-ortodossi di Shas, Netanyahu e Lieberman sembrano più compatti che mai ed in costante crescita nei sondaggi.

In queste condizioni, senza un solido appoggio da sinistra e con la ferma intenzione di opporsi a Netanyahu, Tzipi corre da sola su un partito che è già stato rinominato “il partito dei numeri due” in riferimento a esponenti come Amir Peretz e la stessa Livni che, non essendo riusciti a ottenere la leadership nei rispettivi partiti, hanno deciso di costituire un movimento che non porta idee programmatiche nuove rispetto al resto del centro-sinistra, ma aggiunge solamente un’ulteriore variabile di dispersione in un blocco democratico già frammentato.

 Alessia Di Consiglio



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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