Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 dicembre 2012
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1. Conoscenza. Abbiamo insegnato ai nostri genitori ed ai nostri nonni come usare strumenti che oggi sono indispensabili, dagli SMS a Facebook: siamo la prima generazione che sa più delle generazioni che la precedono. Per questo ci sentiamo confidenti di mettere in discussioni istituzioni e tradizioni.

2. Autorità. Abbiamo molto meno bisogno del permesso delle autorità delle generazioni precedenti. I nostri genitori e nonni davano del voi ai loro insegnanti, noi facciamo fatica a dargli del lei. Nell’ultima settimana ho organizzato un panel di politici israeliani candidati alle prossime elezioni. Non è servito a nulla mandare mail formali e parlare con i loro segretari, ma quando li ho aggiunti su Facebook e gli ho mandato un messaggio privato, mi hanno risposto con smiley e col numero di telefono privato. La nostra generazione si è scrollata di dosso set di maniere ingombranti e dà la precedenza agli obiettivi pratici.

3. Futuro. Non abbiamo alcuna idea di come il mondo apparirà tra cinquanta, trenti o addirittura venti anni, e ne siamo contenti. La generazione precedente alla nostra sapeva esattamente cosa sarebbe stato di loro: gli bastava guardare ai loro genitori o ai loro nonni. Se noi facessimo lo stesso, ignoreremmo il fatto che negli ultimi decenni sono state create nuove discipline, nuove professioni e nuove culture. Come ha scritto il giornalista israeliano Yair Lapid, i bambini di oggi studiano per lavorare in professioni che ancora non sono state inventate.

4. Diversità. Le opportunità che abbiamo di conoscere ed incontrare realtà diverse dalle nostre sono infinite e a portata di mano. Quando a diciotto anni ho partecipato per la prima volta ad un seminario europeo, sono tornato a Roma con la sensazione di aver scoperto un nuovo mondo di possibilità e che avevo sprecato diciotto anni nella provincialità italiana; oggi l’adolescente medio può già scegliere tra un’infinità di incontri organizzati da organizzazioni comunitarie e dai movimenti giovanili per conoscere persone della stessa età che vivono dall’altra parte del mondo. Il diciottenne israeliano conosce nella prima settimana nell’esercito ultraortodossi, etiopi, russi, drusi – senza neanche doverli andare a cercare, dormono in stanza insieme a lui.

5. Immediatezza. Se non sappiamo, cerchiamo su internet e troviamo – non perdiamo tempo in biblioteca. Se vogliamo parlare con qualcuno, lo chiamiamo. Se vogliamo condividere un pensiero, scriviamo un sms o un post. Alcune ricerche confermano che da quando gli sms sono diventati un mezzo comune, abbiamo imparato a comunicare in maniera breve e precisa, anche quando parliamo. Durante l’ultima operazione dell’esercito israeliano, l’app per Iphone “Zeva Adom”, che avverte ogni volta che un missile viene sparato, precisando in che direzione va, è stata scaricata da decine di migliaia di persone, ed in alcuni casi ha sostituito la sirena. L’idea dell’applicazione è di un ragazzo di quattordici anni del Sud di Israele.

6. Positività. Pochi giorni fa ho visto un dibattito tra Naftali Bennet, capolista del partito religioso sionista, ed Eldad Yaniv, capolista di un nuovo partito socialista che cercherà di entrare nella prossima Knesset. Mentre il giornalista provava a stimolare una discussione accesa, i due candidati si sono ad un certo punto rivolti a lui chiedendo insieme “Perchè continui a chiederci quali sono le differenze tra di noi? è molto più interessante parlare di quello che abbiamo in comune. Delle differenze ce ne occuperemo quando dovremo trovare una soluzione pratica…”. La nostra è una generazione pratica, stanca di discutere e vogliosa di progredire. Non ci piace il tipo di dialogo testardo e litigioso generato dalle generazioni precedenti, abbiamo capito che è uno spreco di energie. Cerchiamo dei leader positivi, disposti al dialogo e non a politiche vuote.

7. Profondità. Le generazioni precedenti a noi hanno costruito un mondo assurdo, basato sugli opposti. Sei di destra o di sinistra? Sei religioso o laico? Democratico o fascista? Ragionare per opposti è il nemico più grande del guardare in profondità. La nostra è la generazione delle playlist: abbiamo superato la superficialità dei CD che ci davano un solo tipo di musica, ci piace vivere al suono di valori presi da mondi diversi e da culture diverse. Nella versione israeliana del programma “The Voice”, simile all’X-Factor italiano, la vincitrice della prima edizione è stata una ragazza canadese che ha fatto l’Aliyah, che è stata seguita ed accompagnata da Sarit Haddad, la cantante orientale più apprezzata di Israele; le canzoni che l’hanno portata alla vittoria sono tanto dell’inglese Adele quanto dell’israeliano Idan Raichel, famoso per fare musica con influenze melodiche etiopi, arabe e tribali.

La nostra generazione ha imparato a pensare che è più facile considerare le differenze come la parte più interessante di una realtà complessa e profonda, che considerarle un ostacolo.

Avy Leghziel

(su Twitter: @avyleg)


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 dicembre 2012
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Torno a parlare di cose che fanno parte della quotidianità, e non di cose che sono diventate improvvisamente quotidianità, anche se solo per una settimana.

Il mio arrivo in Israele ha coinciso con il mio ritorno allo studio. Ad un anno e mezzo dalla fine della mia esperienza universitaria alla Sapienza di Roma, sono tornato ad essere studente, ma stavolta presso la Tel Aviv University.

Quali sono le differenze tra queste due realtà? Moltissime. Non mi sembra appropriato generalizzare e, per questo, mi limiterò a descrivere l’atmosfera che si respira all’interno della facoltà nella quale da due mesi studio cinema.

Come ho detto a tutti i professori al primo giorno di lezione, lo spaesamento iniziale è stato generato da due grandi fattori: la lingua e le differenze tra il sistema universitario israeliano e quello italiano.

Catapultarsi in un ambiente nuovo, con persone nuove, regole nuove e in una lingua non propria non è facile, ma questa è una sfida che offre anche spunti importanti.

La cosa che mi ha colpito inizialmente più di ogni altra è il rapporto che si crea, ovviamente salvo eccezioni, con i professori durante le lezioni. L’orario di inizio delle classi sancisce l’inizio di una sorta di confronto che ovviamente è portato avanti dal professore, ma con il quale è molto più facile interagire rispetto a quello che ho constatato nella mia passata esperienza italiana. Nel mio caso personale, fatta eccezione per due delle lezioni che frequento, tutte le classi sono frequentate da dieci o al massimo trenta alunni. Questo fa sì che si instauri un rapporto personale con ogni singolo professore. In questi casi, ogni professore conosce il nome di ogni suo studente e, cosa che ancora marca una differenza di rapporto sostanziale anche se principalmente simbolica, gli studenti si rivolgono ai professori chiamandoli per nome, e non per cognome. Sostanzialmente quindi, il distacco tra chi insegna e chi studia è minore, e questo si percepisce; tutto ciò crea un’atmosfera più “leggera”.

Se tutto ciò possa facilitare lo studio non lo so. Quello che ho capito è che ho avuto bisogno di tempo per abituarmi a questa come ad altre differenze più “burocratiche” o regolamentari e che ora, dopo 2 mesi, comincio ad avere in parte la sensazione di capire l’aria che si respira alla Tel Aviv University.

Daniele Di Nepi

(Twitter @danieledinepi)


Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 dicembre 2012
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“Sono tornata per combattere”. Non usa mezzi termini Tzipi Livni per annunciare il suo ritorno in politica dopo la sconfitta alle primarie di Kadima, vinte da Shaul Mofaz (che ora si ritrova un partito che con tutta probabilità non riuscirà a entrare alla Knesset). Tzipi Livni torna, inserendo un’ulteriore variabile a una realtà politica più frammentata che mai a causa delle continue scissioni, ma anche rinnovata grazie alla discesa in campo di nuovi candidati.

Dopo aver rifiutato offerte da ogni parte del centro-sinistra, (da Yair Lapid a Shelly Yachimovitch), la Livni ha deciso di presentarsi con un proprio partito: Hatnuah (“Il Movimento”). Dai manifesti elettorali che imbrattano ormai tutta Israele, si evincono due punti programmatici fondamentali: pace con i Palestinesi e risanamento socio-economico. Durissima è stata infatti la critica della Livni a Netanyahu all’indomani dell’approvazione dello status di stato osservatore alla Palestina da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU. Infatti, secondo la Livni, l’unica responsabilità per l’accaduto va attribuita a Netanyahu e al suo governo, colpevoli di umiliare costantemente i Palestinesi e di essersi rifiutati di riprendere negoziazioni dirette e di negare il problema. A questo punto riprendere le trattative porterebbe però più danni che benefici, a causa di un clima internazionale estremamente sfavorevole a Israele, che ora rischia anche di essere portato davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Un eventuale governo Livni favorirebbe la creazione di uno Stato palestinese indipendente entro confini molto vicini a quelli del ‘67.

In campo interno Hatnuah, che ha stravolto le previsioni elettorali e che sembra otterrà nove o dieci seggi strappandoli ad Avodà e Yesh Atid, non sembra disposto a concedersi ad alcuna alleanza se alla Livni non verrà data la leadership, reputando che contro Netanyahu solo Tzipi può farcela. Sebbene l’ipotesi di un governo Livni sembri lontana, l’ottenimento di una maggioranza di voti da parte del centro-sinistra non necessariamente comporterebbe la formazione di un governo a causa di un sistema di alleanze necessario complicato (che ricorda molto l’Italia degli Anni Novanta) e che sembra impossibile creare di fronte a una sinistra così divisa. Dalla parte opposta, con la fusione dei rispettivi partiti e del costante appoggio degli ultra-ortodossi di Shas, Netanyahu e Lieberman sembrano più compatti che mai ed in costante crescita nei sondaggi.

In queste condizioni, senza un solido appoggio da sinistra e con la ferma intenzione di opporsi a Netanyahu, Tzipi corre da sola su un partito che è già stato rinominato “il partito dei numeri due” in riferimento a esponenti come Amir Peretz e la stessa Livni che, non essendo riusciti a ottenere la leadership nei rispettivi partiti, hanno deciso di costituire un movimento che non porta idee programmatiche nuove rispetto al resto del centro-sinistra, ma aggiunge solamente un’ulteriore variabile di dispersione in un blocco democratico già frammentato.

 Alessia Di Consiglio


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 dicembre 2012
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Chi sono io?

Sono una ragazza israeliana di 24 anni. Studio comunicazione, sono un’ appassionata di
cinema, e una maniaca del controllo. Amo il cioccolato e i gatti. Posso pensare a molti altri modi per
descrivermi. Tuttavia, venerdì 16 novembre, alle 3.30 del mattino, quando sono stata chiamata dall’ ufficio
dei riservisti, ho percepito me stessa solamente in una maniera: una fiera cittadina israeliana.

Ho preparato la borsa il più veloce possibile e ho svegliato mio fratello per farmi accompagnare al punto di
raccolta con la mia unità.

Quattro anni fa sono stata dimessa dal mio servizio di sergente operativo dell’ IDF, ed ero così fiera di
indossare la mia uniforme allora, così come lo sono in questa occasione. Anche se non sono una combattente,
ho sempre posseduto una forte determinazione durante il mio servizio. Perchè? Perchè sapevo che stavo
servendo il mio paese, un paese dove la guerra ha sempre avuto un ruolo fondamentale e dove la minaccia alla sicurezza dei suoi cittadini è intrinseca nella sua cultura da quando si è affermato come Stato ebraico e indipendente. Nel nostro paese, la guerra sembra sempre “dietro l’angolo”.

Sono nata nel 1988. Il mio primo vero ricordo di bambina è quello di me seduta nel rifugio con una maschera del gas durante la guerra del Golfo nel 1991. Da bambina quale ero, quella per me era un’esperienza insolitamente buffa, e in qualche modo si è insinuata nella mia mente come un ricordo felice. Ero lì, seduta a giocare con le mie bambole e a guardare la televisione mentre i miei genitori erano attaccati tutto il giorno alla radio. Dopotutto, che ne sapevo io? Avevo solo tre anni! Crescendo ovviamente, ho cominciato a capire: quello che vivevo non era un mondo fantastico, ma una realtà assurda e violenta a cui noi, cittadini israeliani, ci siamo abituati come se fosse una situazione ordinaria e perciò accettabile.

Il 2002 fu un anno ancor più traumatico per un’adiolescente che era nel mezzo della seconda intifada. A
quei tempi, subivamo circa tre attacchi terroristici al giorno! Andando a scuola in autobus ero sempre
terrorizzata. “Se qualcuno indossa una felpa durante l’estate, potrebbe trattarsi di un kamikaze?”- pensavo.
Ho sempre avuto paura che un giorno sarebbe stato il mio autobus a esplodere in mezzo alla strada. Di
certo questi non sono pensieri che una tredicenne dovrebbe avere, e indubbiamente non è questa la realtà
che voglio i miei figli vivano in un futuro. Quasi 12 anni dopo, la minaccia alla sicurezza degli Israeliani
permane, solo che oggi i kamikaze sono stati sostituiti da missili lanciati senza sosta.

La base in cui ero durante l’operazione “Colonna di nuvole” era nel sud d’ Israele, una zona continuamente
bombardata dalla striscia di Gaza. La gente che vive là ha completamente perso la capacità di condurre
una vita normale. Sentire la sirena è una sensazione indescrivibile. E’ terrificante avvertire la terra tremare
sotto i piedi, e pregare che anche questa volta non arrivi dove sono posizionata. E poi in 15 secondi il razzo
colpisce a 400 metri di distanza, più vicino di quanto potessi mai immaginare. Il pericolo è reale: questi
sono i momenti in cui lo si sente sotto la pelle.

Questo è il mio paese, la mia unica vera casa. Ovunque io vada, questo posto mi fa sentire in un modo in cui
nessun altro luogo potebbe riuscire. Conosco la sua storia, cultura, ed essenza. La vita è difficile, sì,
ma è qui che ho formato la mia identità. Conosco la terra dal nord al sud, la mia famiglia è nata e morta qui,
e mi sento in obbligo di difenderla a qualunque costo. Israele è incisa nel mio cuore.

Il pericolo in Israele si sente specialmente oggi; le lacrime mi scendono dagli occhi se immagino la
possibilità che la mia casa cessi di esistere così come la conosco io. Capisco la sua importanza per il popolo
ebraico, perchè la storia mi ha insengnato che non siamo salvi da nessuna parte se non in erez Israel.
Mi sento insultata se qualcuno la offende, e ho paura se qualcuno la minaccia. Combatterò per lei e me
ne preoccuperò sempre.

Anche quando comincio a dubitare di questo quadro di vita oggettivamente
deprimente, non posso fare a meno di amarla profondamente per quello che è, o non è.

Lirut Nave


Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 novembre 2012
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Con le elezioni sempre più vicine (gli israeliani andranno alle urne il 22 Gennaio prossimo), in Israele si inasprisce la corsa elettorale. Mentre gli ultimi sondaggi dichiarano ‘irrilevante’ Kadima, guadagna posizioni il nuovo partito Yesh Atid (C’é futuro), fondato e guidato dall’ex giornalista Yair Lapid (ci si aspetta che ottenga 15 seggi).

Nato a Tel Aviv nel 1963, sposato e padre di tre figli, Yair Lapid è un personaggio molto conosciuto in Israele, sia in quanto figlio del famoso scrittore, politico e giornalista Yosef “Tommy” Lapid, sia per essere stato il volto dei principali programmi televisivi di attualità israeliani. Oltre alla carriera di giornalista, Lapid ha scritto sette libri e recitato in alcuni film. La sua discesa in campo non sorprende tanto vista la familiarità con la politica. Tommy Lapid è stato uno dei volti più conosciuti del partito Shinui (Cambiamento); un partito di centro-destra liberale, laico e anti-religioso, che ha svolto un ruolo attivo nella politica israeliana dagli Anni Settanta fino al 2006, quando si è frammentato. Nemico giurato degli ultra-ortodossi, attivista per la separazione tra religione e stato in Israele con tutte le conseguenze del caso (matrimoni civili, operatività di tutti i servizi e le imprese durante lo Shabat, rimozione delle leggi sull’importazione di prodotti non-casher, sospensione dei sussidi alle Yeshivot ecc.), Tommy Lapid era un reduce della Shoa ed è scomparso nel 2008.

Chi si aspettava che Yair avrebbe raccolto l’eredità politica del padre è rimasto deluso. Con non poca sorpresa, Lapid ha recentemente dichiarato che il numero due della sua lista elettorale sarà Rav Shai Piron, capo dell’associazione delle yeshivot di Petach Tikva, direttore generale di Hakol Hinuch, il Movimento per l’Avanzamento dell’Educazione in Israele e fondatore dell’organizzazione sionista-religiosa Tzohar. Una mossa di marketing? Forse. Lapid deve togliersi di dosso lo stigma di suo padre per massimizzare i consensi e cosí facendo trasmette inoltre un’immagine di unione tra i gruppi sociali dopo anni di turbolenti scontri. O forse no, visto che il primo punto programmatico di Yesh Atid è far arrivare Israele tra i primi dieci paesi al mondo in materia di istruzione. Nonostante ciò, come suo padre, Lapid è ben determinato a fare in modo che anche gli ultra-ortodossi servano nell’esercito e che lo Stato smetta di elargire sussidi alle yeshivot.

Quello che sembra piacere agli israeliani di Lapid è proprio questo giocare fuori dagli schemi, marginalizzando i temi caldi della sicurezza nazionale e concentrandosi sui veri problemi dello Stato Ebraico, quelli per cui lo scorso anno centinaia di migliaia di manifestanti si sono battuti nelle strade del Paese: riduzione dei divari sociali, educazione, alloggi popolari ecc. Oltre sessanta anni di politica israeliana insegnano però che le reali chances di successo per la carica di Primo Ministro dipendono fondamentalmente da due promesse di cui il popolo israeliano ha bisogno: speranza sí, ma anche sicurezza. Per quanto riguarda la politica estera, anche Yesh Atid, come Kadima e Avodah, punta a rilanciare il negoziato con i Palestinesi, per raggiungere una soluzione con due Stati per due popoli, ma mantenendo israeliani i principali insediamenti ebraici in Cisgiordania. “Israele non deve perdere la sua maggioranza ebraica […] Senza un accordo di pace l’identità ebraica e sionista dello Stato di Israele sono in pericolo” – ha dichiarato Lapid, aggiungendo che il suo partito non si unirà a nessuna coalizione di governo se questa non garantirà la ripresa dei negoziati. Per quanto riguarda l’Iran, secondo l’ex-giornalista, l’opzione militare è ancora sul tavolo, ma deve essere considerata come l’ultima risorsa.

Intanto la rielezione di Obama in America ha ridato speranza al centro-sinistra israeliano, per il quale, nel formare una coalizione, l’apporto di Lapid potrebbe essere fondamentale e fattibile proprio in virtù di una comune visione in politica estera, sia per quanto riguarda la preferenza di una soluzione “Obamiana” del problema iraniano, sia per il rilancio dei negoziati con l’Autorità Palestinese.

Con il tramonto di Kadima e un impegno nella sicurezza e nei problemi socio-economici della società israeliana, Yesh Atid potrebbe essere il nuovo punto di riferimento per i centristi israeliani e un’alternativa ai principali partiti. Appuntamento al 22 Gennaio.

 

Alessia Di Consiglio

 



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